l’indifferenza


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una delle più gravi malattie dell’epoca ‘moderna’è l’indifferenza, quella ‘malattia’ che inibisce la capacità di distinguere, di giudicare, di capire, di ‘maturare’ …

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Da   AFORISMI SULLA SAGGEZZA DEL VIVERE
di Arthur Schopenahuer

Capitolo:  DELLA DIFFERENZA TRA LE ETA’ DELLA VITA

“Voltaire coglie splendidamente nel segno quando dice:
*Qui n’a pas l’esprit de son age, de son age a tout le malheur*
(Chi non ha lo spirito della sua età, della sua età ha tutti i malori).

Sarà quindi opportuno, al termine di queste considerazioni eudemonologiche (discorsi, ragionamenti sulla felicità ndr), gettare uno sguardo alle modificazioni operate in noi dall’età.
Per l’intera nostra vita noi possediamo sempre solo il presente e nient’altro.
Ciò che ci differenzia un presente dall’altro è solo il fatto che noi all’inizio ci vediamo davanti un lungo avvenire, e vero la fine ci vediamo dietro un lungo passato; e che inoltre il nostro temperamento (anche se non il nostro carattere) subisce alcuni ben noti mutamenti che di volta in volta proiettano sul presente una diversa colorazione.
Nella mia opera principale (Parerga e paralipomena ndr) ho spiegato il come e il perché nell’infanzia in noi prevalga l’attività ‘conoscitiva’ anziché quella ‘volitiva’.
Proprio su questo si basa quella felicità del primo quarto della nostra vita che ne farà in seguito, nella nostra memoria, un paradiso perduto.
Nella fanciullezza noi abbiamo pochi rapporti e bisogni limitati, dunque la volontà ha pochi stimoli; la parte preponderante del nostro essere si esprime nella conoscenza.
Insieme col cervello, che già nel settimo anno di vita raggiunge le sue dimensioni definitive, si è sviluppato l’intelletto, che non è ancora maturo, e cerca incessantemente alimento nell’universo di una realtà ancora nuova dove tutto è verniciato con l’attrattiva della novità.
E’ per questo che gli anni della nostra fanciullezza sono una interrotta poesia.
L’essenza della poesia infatti, come di ogni arte, sta nel cogliere in ogni singolo fenomeno l’idea platonica, vale a dire ciò che è essenziale, e quindi comune all’intera specie, per cui ogni cosa figura come rappresentante del suo genere, e un solo caso vale per mille.
Benché sembri che nelle scene della nostra fanciullezza noi, di volta in volta, siamo impegnati sempre e solo con l’oggetto e l’avvenimento individuali, nella misura in cui esso costituisce un interesse momentaneo del nostro volere, le cose, in fondo, stanno diversamente.
Infatti, la vita, nella pienezza dei suoi significati, ci sta di fronte nuova, fresca, e le impressioni che ne abbiamo sono così indenni dall’ottundimento provocato dalla ripetitività che noi (presi nelle nostre fanciullesche occupazioni) in segreto e senza una chiara intenzione, siamo continuamente tesi a cogliere nelle singole scene e nei singoli avvenimenti l’essenza della vita stessa, gli archetipi delle sue forme e delle sue rappresentazioni: vediamo, come dice Spinoza, cose e persone ‘sub specie aeternitatis’ (sotto l’aspetto dell’eternità, concetto che si trova nell’Ethica ndr).
Quanto più siamo giovani, tanto più ogni individuo rappresenta l’intera sua specie. Tale prospettiva si indebolisce di anno in anno, e da ciò dipende la differenza dell’impressione che le cose esercitano su di noi rispettivamente nella giovinezza e nella vecchiaia.
Per questo le conoscenze e le esperienze della fanciullezza e della prima giovinezza diventano poi i tipi e gli schemi stabili di ogni conoscenza ed esperienza posteriore, le loro categorie per così dire, nelle quali inquadriamo (anche se non sempre consapevolmente) tutto quello che si presenta in seguito.
Così già negli anni infantili si formano le salde fondamenta della nostra visione del mondo, e con ciò anche la sua superficialità o la sua profondità; in seguito essa sarà sviluppata e perfezionata, ma non sostanzialmente mutata.
E’ quindi in virtù di tale visione puramente obiettiva e perciò poetica tipica dell’età infantile, dovuta al fatto che la volontà non è ancora attiva con tutto il suo potenziale energetico, che il nostro atteggiamento nella fanciullezza è di carattere più conoscitivo che volitivo.
Proprio per questa ragione gli anni della fanciullezza sono così beati che il loro ricordo è sempre accompagnato dalla nostalgia.
Ora, mentre noi ci dedichiamo, con tanta serietà, alla prima comprensione ‘intuitiva’ delle cose, l’educazione d’altro canto si sforza di fornirci dei ‘concetti’.
Senonché i concetti non ci danno ciò che è veramente essenziale; questo, ossia il capitale, la sostanza vera di tutte le nostre conoscenze, è rappresentato invece dalla comprensione intuitiva della realtà.
Questa peraltro può essere acquisita solo da noi stessi, in nessun modo può esserci ‘procurata’.
Ne consegue che il nostro valore. morale come intellettuale, non ci perviene dall’esterno, ma scaturisce al profondo del nostro essere, e nessuna arte pedagogica pestalozziana riuscirà a fare di uno nato zuccone un uomo intelligente, zuccone è nato e zuccone morirà.
[…]
Come detto, le cose, nella fanciullezza, ci si mostrano più dal lato del ‘vedere’. dunque della rappresentazione, dell’oggettività, anziché dal lato ‘dell’essere’, che è quello della volontà.
Ora, poiché è il primo il lato allietante, e quello soggettivo e orribile ci rimane sconosciuto, il giovane intelletto prende tutte quelle figure che la realtà e l’arte gli presentano, per altrettanti esseri felici: esso pensa che se sono belli così da vedere, siano ancora più belli da ‘essere’.
Il mondo quindi gli si presenta come un Eden: è l’Arcadia in cui ognuno di noi è nato.
Dopo qualche tempo sorge la sete della vita reale, l’impulso di agire e soffrire che ci spinge nel tumulti del mondo.
Qui allora, impariamo a conoscere l’altro lato delle cose, quello dell’essere, ossia del volere, che a ogni passo incontra ostacoli.
Allora a poco a poco subentra la grande delusione (o disincanto ndr), al cui profilarsi si dice:
*L’age des illusions est passé*: eppure la delusione continua a ingrandirsi, diventa sempre più totale.
[…]
Se dunque il connotato distintivo della prima metà della vita è l’insoddisfatto anelito alla felicità, quello della seconda metà è la preoccupazione dell’infelicità.
Perché con l’età è giunta (più o meno chiara) la consapevolezza che la felicità è una chimera, mentre il dolore è reale.
Adesso quindi, almeno nei caratteri più ragionevoli, si aspira, più che al piacere, alla pura assenza di dolore e a uno stato privo di tensioni.
Da giovane, quando sentivo suonare alla porta, mi rallegravo perché pensavo: ‘arriva qualcosa!’
Ma molti anni dopo la mia reazione, nella medesima circostanza, era piuttosto un assalto di timor panico: io pensavo ‘ecco! ci siamo’.
Analogamente, gli uomini dotati di qualità eminenti in quali, proprio in quanto tali, non appartengono proprio al mondo e quindi più o meno, a seconda del livello delle loro qualità, stanno soli, provano nei confronti del mondo degli uomini sensazioni opposte: nella giovinezza si ha spesso la sensazione di essere ‘abbandonati’, nell’età matura quella di essere ‘scampati’.
La prima, che è spiacevole, dipende da non aver fatto ancora conoscenza col mondo; la seconda, che è piacevole, d’aver fatto quella conoscenza.
Pertanto la seconda metà della vita, come la seconda parte di un periodo musicale, contiene meno tensione e più tranquillità della prima, e ciò è dovuto al fatto che al mondo ci sia da cogliere chissà quali gioie e godimenti, mentre nell’età avanzata si sa che dal mondo non c’è da aspettarsi niente di buono e quindi, messo l’animo in pace, si gode un presente tollerabile, provando persino piacere in piccole cose.”

Questo ‘dettato’, lasciatoci in eredità da un grande pensatore (anche se pessimista e misantropo) è del XIX secolo e, pertanto, non poteva prevedere gli sviluppi abnormi di un’editoria trash, (seguita dai media) che ai suoi tempi non esisteva.
Quindi poi capita di dover sentir dire da un ‘adulto’ (perlomeno di età) che si è ‘cresciuti’ con Tex Willer, piuttosto che con Diabolik … ciò significa solo che nel proprio bagaglio ‘culturale’ giovanile, ha messo solo concetti, valori, informazioni, esperienze (pur se vissute da altri) dall’inutile al diseducativo.
A meno che non si pensi che Topolino e Paperino, creati ad arte per rimbambire la folla, siano stati ‘educativi’ (in termini esistenziali).
Sarà forse per questo che, oggi in troppi non ‘maturano’ mai, gli mancano i fondamentali.
E i danni ‘collaterali’, dovrebbe essere chiaro, sono sotto gli occhi di tutti…, tutto quelli, ovviamente, che vogliono vedere …
(citazione)

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