il Linguaggio


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Attingendo agli scritti di Bertrand Russell, riassunti nel libro IL MIO PENSIERO, vediamo di ulteriormente approfondire e precisare l’importanza del linguaggio.

Capitolo: IL LINGUAGGIO (un sunto, evidentemente ndr).

“L’argomento linguaggio è uno di quelli che nella filosofia tradizionale non sono stati studiati con sufficiente attenzione.
Si dava per scontato che le parole esistono per esprimere dei ‘pensieri’ e in genere anche che i ‘pensieri’ hanno degli ‘oggetti’ che sono ciò che le parole ‘significano’.
Si pensava che mediante il linguaggio potessimo trattare direttamente con ciò che esso ‘significa’, e che non è necessario analizzare con una certa attenzione nessuna delle due supposte proprietà delle parole, vale a dire quella di ‘esprimere’ pensieri e quella di ‘significare’ cose.

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Di frequente i filosofi, quando ritenevano di stare analizzando gli oggetti significati dalle parole, in realtà stavano solo considerando le parole, e quando consideravano le parole commettevano l’errore di supporre, più o meno inconsciamente, che una parola sia una singola entità e non, come in realtà è, un insieme di eventi più o meno simili.
Il non aver preso esplicitamente in considerazione il linguaggio è stato una delle cause di molto di quanto vi era di cattivo nella filosofia tradizionale.
Quanto a me, ritengo che sia possibile comprendere il ‘significato’ solo se si tratta il linguaggio come una disposizione dell’organismo, che si impara né più né meno come impariamo a giocare a calcio o ad andare in bicicletta.
Secondo me, l’unico modo soddisfacente di trattare il linguaggio è trattarlo alla maniera del dottor Watson (quello di Scherlock Holmes ndr).
In effetti, sono portato a considerare la teoria del linguaggio uno dei punti più forti a favore del comportamentismo.
L’uomo ha parecchi vantaggi sugli animali (in molti pare li abbiano persi, ahahahah ndr).
Ma il più importante è il linguaggio.

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Come o quando il linguaggio sia nato non lo sappiamo e nemmeno per quale ragione gli scimpanzé non parlano.
Dubito addirittura che si sappia se la forma più antica di linguaggio sia la scrittura o la loquela.
Può darsi che i disegni, che gli uomini di Cro-Magnon tracciavano nelle caverne, fossero destinati a trasmettere un significato e potrebbero essere stati una forma di scrittura.

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Sappiamo che la scrittura è uno sviluppo del disegno, perché questo sviluppo è accaduto in tempi storici; però non sappiamo fino a che punto, nei tempi preistorici, i disegno fossero sfruttati per dare informazioni o comandi.
Quanto al linguaggio parlato, si distingue dai versi degli animali per il fatto di non essere soltanto espressione di un’emozione.
Gli animali hanno versi di paura, versi esprimenti piacere nella scoperta del cibo e così via, e per mezzo di questi versi esercitano una reciproca influenza sulle proprie azioni.
Non vi sono prove che possiedano qualche cosa di analogo alla capacità narrativa. Quindi possiamo dire senza esagerazione che il linguaggio è una prerogativa umana, e probabilmente l’abilità principale che ci rende superiori agli animali ‘bruti’.
Per iniziare lo studio del linguaggio vi sono tre questioni da prendere in considerazione.
In primo luogo: che cosa sono le parole, considerate come avvenimenti fisici;
in secondo luogo: quali sino le circostanze che ci inducono a usare una data parola;
in terzo luogo: quali sono gli effetti dell’aver udito o veduto una data parola.

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Ma per quanto riguarda la seconda e la terza di queste domande, ci troveremo condotti dalle parole agli enunciati, venendoci così a confrontare con nuovi problemi, che forse richiederanno piuttosto i metodi della ‘gestaltpsychologie’ (psicologia della forma o della rappresentazione ndr).
Le parole ordinarie sono di quattro generi; pronunciate, ascoltate, scritte e lette,
Naturalmente, che non si usino parole d’altro genere è, in notevole misura, una questione di convenzione.

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C’è un linguaggio dei sordomuti; la scrollata di spalle di un francese è una parola; infatti qualunque genere di movimento corporeo percettibile può diventare una parola, se così impone la consuetudine sociale (viene chiamato linguaggio extra-verbale, peraltro soggetto a molti misundestanding ndr).
Ma la convenzione che ha dato la supremazia al parlare ha un ottimo fondamento, perché non vi è altra maniera di produrre un gran numero di movimenti corporei sensibilmente differenti con altrettanta rapidità e con uno sforzo muscolare altrettanto modesto.

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I discorsi ufficiali sarebbero molto tediosi se gli statisti dovessero impiegare il linguaggio dei sordomuti, e sarebbero quanto mai estenuanti se tutte le parole comportassero uno sforzo muscolare tanto grande quanto quello di scrollare le spalle.”

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A parte la battuta che si potrebbe fare sull’ultima considerazione di Russell, e riferirla ai nostri ‘politici’: perlomeno sarebbero costretti a fare degli ‘sforzi’ fisici, perché sarebbe vano richiedergli quelli intellettuali, le considerazioni che si potrebbero fare riguardano il ‘dovere’, che tutti dovremmo sentire, quando ci trovassimo nella condizione di ‘comunicare’, a qualsiasi livello, di utilizzare parole scelte con cura per trasmettere: sentimenti, stati d’animo, informazioni, condivisioni, conoscenze e quant’altro riguardi il ‘convivere’ in società civili.
E qui, cascano gli asini, che si riconoscono, non tanto dalle loro orecchie lunghe, ma dalla pochezza e/o evanescenza del loro linguaggio, involucri senza contenuti.
Gente che non sa parlare/scrivere, e che non sa ascoltare/leggere.
Infatti, siamo il paese che parla con i gesti (dicono), come delle scimmie, oppure che usa ‘paroloni’ di cui non si conoscono i ‘significati originari’ ma che si usano con la ‘spocchia’ tipica di chi crede sufficiente, per sentirsi superiore, avere il loro ‘diplomino’ appeso alla parete, in bella vista.
Gli uni, evidentemente, sono funzionali agli altri, ed è per questo che ‘l’ignoranza’ impera, apparentemente indisturbata…
(citazione)

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