Democrazia : sicuri di conoscerla bene ?


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l’Origine di tutti i mali : il mancato passaggio dalle parole ai fatti …

Oggi, intendo ri-parlare di democrazia, utilizzando, ancora una volta il libro  SUDDITI  di Massimo Fini

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“La legittimità del potere democratico non è diversa da quella del potere regale o carismatico o tradizionale o di qualsiasi altro tipo.
Nel senso che non esiste.

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Scriveva Flaubert ne L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE:
*Ma nessun potere è legittimo, nonostante i loro sempiterni principi.
Ma, siccome principio significa origine, bisogna sempre riferirsi a una rivoluzione, a un atto violento, a un fatto transitorio.
Così il principio del nostro è la sovranità nazionale, intesa nella forma parlamentare…
Ma in che cosa mai la sovranità nazionale sarebbe più sacra del diritto divino?
Sono finzioni una all’altra.*

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Anche Stuart Mill, uno dei padri della liberaldemocrazia, conviene:
*Il potere stesso è illegittimo, il miglior governo non ha più diritti del peggiore.* (cfr. Saggio sulla libertà)

Nessun potere politico è di per sé legittimo per la semplice ragione che si deve rifare a un punto di partenza concettuale che è, per forza di cose, del tutto arbitrario.

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Quel che conta, come ha chiarito magistralmente Max Weber, è che il potere sia ‘creduto’ legittimo da coloro che vi sono sottoposti, o, quantomeno, da una buona parte, per assicurare una certa stabilità al sistema e al potere stesso (cfr. Economia e società).
La legittimità è un’illusione condivisa.
Niente di male, di grave o di anormale in ciò.

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Non solo perché, come ci dice Johan Huizinga (storico olandese ndr)
*anche le illusioni fanno parte della realtà*,
ma perché spesso, se non addirittura sempre, sono proprio le illusioni a muovere il mondo.
Si pensi, per esempio, alle ‘tre grandi religioni monoteiste’, le quali non solo pretendono che ci sia un Dio e unico, il loro, ma che costui si occupi in particolare di un infinitesimo luogo dell’immenso universo e che, all’interno di una umanità creata, chissà perché a sua immagine e somiglianza, abbia scelto alcuni popoli o razze o individui per una straordinaria missione salvifica.

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Questo Dio sarebbe inoltre, per imperscrutabili motivi, buono anche se poi ogni teodicea (giustizia di Dio ndr) si trova di fronte all’ irresolubile ‘busillis’ di come da un Dio buono e onnipotente nasca il Male.
Ma non è questo un problema che ci riguardi qui.
Era solo per dire come le illusioni, le proiezioni psichiche e anche le credenze più stravaganti, fra cui c’è quella che esista un potere legittimo, abbiano funzionato e funzionino magnificamente.
Questa credenza di legittimità la democrazia liberale, come ogni sistema di potere duraturo, l’ha avuta anche se non ha mai raggiunto i livelli della regalità di diritto divino, e sostanzialmente la conserva.
Ma due secoli di esercizio del potere l’hanno fortemente indebolita.
Proprio mentre si espande mondialmente sotto la spinta delle élites dominanti, politiche ed economiche, che sono quelle che da questo tipo di regime traggono i maggiori vantaggi, là dove è nata, in Occidente, la democrazia liberale comincia a suscitare dei dubbi.

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Ed è significativo che negli Stati Uniti, paese leader del modello, e proprio uno dei ceppi del pensiero liberale, dal Partito repubblicano, sia nato trent’anni fa il movimento dei ‘Libertarians’ che si propone di abbattere lo Stato, e quindi lo Stato democratico, perché accusa la liberaldemocrazia di aver tradito le sue premesse, poiché invece di esaltare l’individuo lo opprime, soffocandolo in una fittissima rete di leggi, di norme, di regole, di divieti, di proibizioni.
Ma attacchi estremi come quello dei Libertarians sono ancora molto marginali.
In genere fra gli studiosi e gli intellettuali la critica alla democrazia si limita a qualche aspetto particolare (la sempre minor partecipazione, l’assenteismo elettorale, il diffuso disgusto per la classe politica, eccetera) oppure a rimpiangere una mitica ‘età dell’oro’ democratica, ma nessuno mette in discussione radicale il modello.

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In quanto al cittadino comune, sente, vede, che non conta nulla, proprio nel momento in cui gli si dice che è titolare, sia pure pro quota, del potere, ma i dubbi, se li ha, se li tiene per sé.
Perché nessuno oggi, in Occidente, osa dichiararsi apertamente antidemocratico.
Si rischia democraticamente la galera.
Che la democrazia, con le sue convinzioni dell’esistenza di ‘principi eterni’, di ‘diritti naturali e universali’, di un ‘ordine naturale necessario’, di un ‘solo ideale universale’, con la sua concezione astratta dell’uomo e con la sua enfatizzazione della ‘volontà popolare’ o anche solo della volontà della maggioranza, contenesse in sé i germi di illiberalismo, di oppressione di totalitarismo, lo si sa da tempo.
Il giacobinismo nasce dalla idee democratiche della Rivoluzione francese.
E queste idee furono esportate in Europa non con le buone maniere, ma con la violenza, sulla punta delle baionette delle armate napoleoniche.

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Nel 1952 Jacob Talmon pubblicò un libro, ai tempi famoso, intitolato: ‘Le origini della democrazia totalitaria’, che si riferiva oltre che all’esperienza giacobina a quella del ‘socialismo reale’ allora in atto da poco più di trent’anni.
[…]
La democrazia liberale non ha un’origine continentale, ma anglosassone, ed è quindi in partenza, meno teorica e più pragmatica, aveva pensato di mettersi al riparo da questi pericoli tutelando le minoranze dalla ‘tirannia della maggioranza’.
Si potrebbe anzi dire che la liberaldemocrazia si struttura proprio per difendere le minoranze dalle maggioranze, che hanno minor bisogno di tutela perché sanno benissimo difendersi da sole.

2532

In ogni caso ritiene essenziale questa dialettica fra maggioranza e minoranza. Giovanni Sartori spiega che la democrazia liberale si afferma sulla base del *principio che la differenziazione e non l’uniformità costituisce il lievito e il più vitale alimento degli Stati* (cfr: Democrazia e definizioni).
E’ quindi sorprendente, e inquietante, che oggi la liberaldemocrazia non concepisca più niente al di fuori di se stessa e pretenda di omologare e di piegare l’intero pianeta al proprio modello.
Ciò che non tollera, o dice di non tollerare, in casa propria, vale a dire l’uniformità e l’eliminazione delle diversità e delle differenze, lo impone al mondo.
Una strana parabola la sua, nata sulla spinta di un sano pragmatismo si è trasformata in un’ideologia radicale.
Commette gli stessi, tragici, errori del comunismo diventando, come quello, un universalismo che, in quanto tale, non può che farsi totalitario.
Ma va anche più in là.

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Si comporta come una religione.
A differenza delle Potenze di un tempo, che si limitavano a conquistare territori, la liberaldemocrazia vuole conquistare le anime, vuole ‘convertire’, vuole che tutti, nel vasto e variegato mondo, si sentano sinceramente democratici.
E ritiene che questo sia il destino naturale e ineludibile dell’umanità.
Ma anche se non è per nulla un buon segno che la democrazia o, meglio, le democrazie si propongano in modo totalitario verso l’esterno, verso Stati, nazioni e popoli che si sono dati un assetto di vita diverso, e pretendono per sé, in quanto democrazie, singolari privilegi sul piano internazionale (per esempio si arroghino il diritto di fare la guerra, chiamandola con diverso nome, negato agli altri, di aggredire preventivamente e legittimamente gli Stati non democratici, di possedere sterminati arsenali di ‘armi di distruzioni di massa’ proibite invece, chissà perché, agli altri, anche ‘in modica quantità’, ciò non significa, naturalmente, che siano totalitarie o oppressive al proprio interno.
Anzi, la giustificazione che la democrazia si dà per legittimare la propria attuale aggressività è proprio di essere, a differenza di tutti gli altri, un sistema di libertà.”

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E qui, in questo testo, chi vuol capire, capisce che con le ‘parole’ ci si può fare quello che si vuole.
Poi ci sono i ‘fatti’ che ci dicono cose ‘diverse’ da quelle che abbiamo ascoltato o letto.
Dunque, per ‘smascherare’ le mistificazioni e le manipolazioni, così pure le ‘persone’ che dichiarano di essere quello che, nei fatti, non sono, è sufficiente ‘pesare’ e ‘verificare’ le parole che usano, con le ‘realtà’ che producono nel pubblico, come nel privato.
(cit)

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