Democrazia progetto incompiuto


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Ieri abbiamo aperto un discorso con un testo che riguardava la ‘morale’ e l’etica che la sovraintende, che è uno dei ‘fondamentali’ (assai poco conosciuto) del vivere sociale e in pace con se stessi.
I cosiddetti ‘valori’ così spesso sbandierati ed altrettanto spesso disattesi, sia nella vita privata, sia in quella pubblica.
Il contributo di oggi, (per chiudere il discorso) riguarda l’aspetto pubblico e politico del nostro vivere insieme, con le nostre legittime preferenze e scelte che, però, dobbiamo affermare in un ‘contesto’ che presupponga che il dialogo sia fra persone che si sono ‘emancipate’ o si vanno emancipando.

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Mancando questo presupposto, tutto si perde in un frastuono cacofonico che provoca un gran rumore di fondo, dove tutti urlano per affermare i propri diritti, ma pochi o nessuno riflette sui propri doveri.
E’ ovvio che la ‘politichicchia’ espressa da imitatori di pensieri alti, da retori con una prosopopea che va dal ridicolo all’irritante, hanno una parte rilevante nella nostra commedia.

Allora, tratto sempre da ETICA E POLITICA di Salvatore Veca, dal capitolo VI,
FILOSOFIA PUBBLICA: UNA DEFINIZIONE,
leggiamo il seguente sottocapitolo:
DUE IDEALI DI EMANCIPAZIONE E LA DEMOCRAZIA COME PROGETTO INCOMPIUTO.
(anche questo è un commento a 4 mani)

“Le idee politiche (come i partiti politici) vengono da lontano.
Le tradizioni certamente contano, siamo comunque sempre eredi.
Siamo inevitabilmente postumi rispetto a qualcosa.
Ma, per favore, non esageriamo!

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A forza di essere postumi, e di guardare indietro, molto lontano, e di sentirci posteri, e di guardare avanti, molto lontano, non possiamo dimenticare questi modesti e un po’ goffi protagonisti che siamo noi, noi contemporanei, con le nostre vite da vivere e le nostre questioni di vita da risolvere, se ciò è possibile, piuttosto da vicino.
E’ come ‘contemporanei’, guardiamo avanti e indietro.
Nella conversazione umana con esseri sufficientemente simili a noi, in tempi e spazi differenti, nei nostri impegni etici verso le generazioni future.
Una filosofia pubblica, che si basi sull’idea del progetto democratico come progetto incompiuto, modella la prospettiva e definisce i criteri di condotta e di scelta collettiva per una società che può essere ‘migliore’ per chi ci vive e ci vivrà.
In questo senso, la filosofia pubblica, dovrebbe farsi carico di una vocazione ‘emancipatoria’.
Cosa vuol dire oggi, non ieri o dopo domani, una prospettiva emancipatoria?
Io credo che noi abbiamo due grandi eredità del recente passato di credenze, esperienze, ideali, conflitti, valori politici e morali: l’ideale di emancipazione ‘liberale’ e quello di emancipazione ‘socialista’.

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Capitalismo e socialismo sono naturalmente connessi a ciò, ma il nesso è un fatto, importante e significativo, del nostro passato di credenza politica.
Nella prospettiva attuale, l’ideale di emancipazione liberale si riformula come sostegno, tutela e protezione dei ‘diritti morali individuali’, del diritto di ciascuno di noi a essere artefice del proprio progetto di vita, libero (emancipato) dagli effetti di dominio di potentati e del variegato mondo del pluralismo organizzato.
Come sempre, l’esercizio liberale per eccellenza richiede ‘l’arte della separazione’ e la mappa dei limiti dei poteri.
Le ‘poliarchie’ devono democratizzarsi: questo vuol dire che è possibile ridurre i costi, se non azzerarli, del pluralismo organizzato conservandone i benefici.
E’ difficile, ma si può fare; o, almeno, tentare.

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I benefici consistono nella conversione delle relazioni di dominio e di controllo in relazioni di reciprocità e mutualità; ciò esclude, dal punto di vista teorico, che si accetti l’idea canonica del ‘tutto o niente’: o si domina o si è dominati.
In secondo luogo, l’ideale dell’emancipazione socialista consiste nell’idea che ciascuno di noi, uomo o donna, deve essere in grado di controllare e guidare la propria vita, libero dagli effetti di dominio della sorte naturale e sociale.
Nessuno sceglie il sesso e la razza in cui si nasce, il reddito e la ricchezza della famiglia in cui si nasce.
Come membro di pari dignità del club della cittadinanza (vedi art. 3 della Costituzione Italiana), ciascuno ha eguale diritto alla tutela delle sue capacità fondamentali di vivere come persona autonoma e capace di auto-sviluppo.

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L’ideale completo di ‘persona’ che ha eguale diritto e eguali capacità richiede che si accetti che tutti ci dobbiamo qualcosa (i doveri ndr), ciascuno con il suo diritto al suo esperimento di vita, a fianco di ciascun altro, dotato dello stesso diritto.
Questo è come un compito e una sfida per una politica democratica che mantenga le promesse inadempiute.
Naturalmente il mondo è un posto strano e complicato e noi sappiamo che questi due ideali emancipatori sono e possono essere in tensione fra loro.
Inoltre, molti dei ‘mezzi’ e delle tecnologie, delle procedure e delle ‘istituzioni’, degli artefatti con cui tali ‘fini’ intrinseci sono stati via via perseguiti, stanno irrevocabilmente alle nostre spalle.

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Come contemporanei, abbiamo molto da fare.
Le nostre scelte hanno inevitabilmente luogo in un universo di incertezza.
Ma questo non le rende perciò qualcosa di diverso da ‘scelte’: né, credo, diminuisce la nostra responsabilità e la loro importanza.
C’è molto da fare, in questo mondo imperfetto.
Riformare le nostre istituzioni e le nostre pratiche sociali è difficile; tuttavia, è possibile e, soprattutto, MORALMENTE doveroso.”

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Il mondo è diviso fondamentalmente in due categorie: ‘chi frega e chi è fregato’.
Domanda: c’è una volontà ‘superiore’ che ha deciso questo?
Presumo che, a una domanda (retorica) del genere, la stragrande maggioranza risponderebbe: Sì !
Io qualche dubbio nel rispondere l’avrei;
Secondo un amico invece la risposta è No, è vero il contrario.

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Fintanto che le persone non assumeranno loro stesse le loro responsabilità personali e sociali (che, se vogliono emanciparsi, sono imprescindibili) rimarranno in uno stato di ‘minorità’, cioè di passività, aspettando la ‘manna’ dal cielo, aspettando che ‘qualcuno’ si faccia carico di garantire i loro diritti (fatto salvo che i loro ‘doveri’ possano essere declinati come più aggrada o faccia comodo).
Se così fosse (e spessissimo è) la teoria del mio amico sarebbe comprovata ed allora ai ‘fregati’ occorre dire ‘prendi e porta a casa’ e possibilmente in silenzio.

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E il consequenziale bla bla giustificativo o ideologico è solo e soltanto aria fritta.
Poi, ci si sorprende che la Storia proceda come in quest’ultimo trentennio… ma mi faccia il pacere (direbbe il grande Totò)!
Voglio ricordare che questo scritto è stato edito nel 1989 e come spesso capita con gli scritti che vi propongo l’impressione che se ne ricava dalla lettura e dal tempo trascorso è che siano stati … scritti invano …

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