Progresso & Etica


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2632

Intendo affrontare oggi (facendomi aiutare da un testo di alcuni anni fa, di un filosofo contemporaneo che riprende un concetto espresso da un politico, ancora di quelli rispettabili) un argomento noto come ‘questione morale’.
Intendiamoci sul significato da attribuire alla parola ‘morale’.
Può aver a che fare con i concetti di coscienza e responsabilità, ma in un mondo dove viviamo che presenta le più disparate varianti ed aberrazioni, compresa quella di ‘moralismo’ (che non è la moralità);
il moralismo è quell’atteggiamento (tipicamente cattolico), il più delle volte ipocrita, che censura gli ‘altri’ per cose che ‘loro’ fanno di nascosto.
Spesso tale atteggiamento può però essere assunto dagli ‘altri’ nei nostri confronti con la stessa convinzione.
Questo argomento è strettamente legato all’etica (altra parola che viene usata in ogni dove, spesso a sproposito).
La morale e l’etica sono delle ottime pietre di paragone nel tentativo di comprendere e giudicare il comportamento umano.

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L’uomo ‘morale’, eticamente ‘strutturato’ è la ‘base’ per l’eventuale edificazione di un mondo ‘giusto’ di cui tutti invocano la nascita, ma pochi, ben pochi poi cercano di realizzarlo.
Alla luce di questa verità è obiettivamente ipocrita, quell’atteggiamento di ‘adorazione’ che i più hanno nei confronti dei veri ‘eroi’ del mondo moderno (un esempio Gino Strada), i quali non si curano di ogni tipo di elogio, specialmente se proveniente da gente che per scaricare le proprie coscienze atrofizzate, al massimo, invia il famoso SMS solidale.

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Tanto è vero che il ‘marketing’ se ne è accorto e sta inondando l’etere con martellanti e lacrimevoli spot dove richiedono aiuti per tutti i derelitti e gli sfortunati del globo terracqueo.
Un amico (esperto dell’argomento) mi dice spesso che, da sempre, prima di dare, bisognerebbe richiedere copia dei bilanci delle innumerevoli ‘associazioni’ nate come funghi, dopo abbondanti piogge.
Facendolo avremmo delle sorprese… e nessuna gradevole.
(testo redatto a 4 mani)

2635

Pertanto, dal libro ETICA E POLITICA (del 1989) di Salvatore Veca:

Capitolo: E’ POSSIBILE PROGRESSO IN ETICA ?

“E’ possibile qualcosa come un progresso in etica ?
E se lo è, come lo è ?
[…]
Il mio punto è quello di suggerire le linee di una spiegazione filosofica di come sia possibile che vi sia qualcosa come un progresso in etica.
Le spiegazioni filosofiche sono del tipo: come è possibile che noi conosciamo qualcosa, dato le ricorrenti obiezioni dello scetticismo ?
Come è possibile per noi avere una capacità autonoma di scegliere qualcosa, dato che tutte le nostre azioni sono causalmente determinate come eventi nel mondo ?
[…]

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Convergenza e pluralità:
[…] Alisdair MacIntyre suggerisce, per avere una idea di quello che lui ritiene essere lo stato delle nostre teorie morali, di pensare a una catastrofe improvvisa che distruggesse tutti i nostri libri e le nostre riviste scientifiche, insieme a tutti i laboratori e agli istituti di ricerca.
Resterebbero solo tracce e rovine, frammenti isolati di linguaggio scientifico. Analogamente, questo sarebbe lo stato del nostro linguaggio, nell’ambito delle teorie morali, e della nostra comprensione di quale sia la natura della moralità.
E questo (e nient’altro) informerebbe la nostra risposta a domande su come dobbiamo vivere, su come dobbiamo trattarci e organizzare le nostre società (cfr. Dopo la virtù – 1988 -).
Qualche altro filosofo, potrebbe sostenere che la nostra ‘teoria’ della moralità si riduce a un grappolo di intuizioni e convenzioni in comunità tribali o parrocchiali, a forme di vita differenti e in qualche modo incommensurabili e intraducibili fra loro.
Così ogni nozione di ‘giustificazione’, di ‘valore’ o ogni ‘ragione’ per agire avrebbero il loro senso appropriato solo entro una nicchia o entro le pratiche e gli stili convenzionali di un clan (una specie di familismo amorale ndr).
Se le cose stessero così, se queste determinate cose fossero accettate, allora esse escluderebbero ‘in primis’ una certa altra cosa identificabile con una qualche nozione di progresso in etica.

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Sembra che potremmo al massimo parlare di raffinamenti e sviluppi di riti e miti o idiosincrasie.
Ma ci sfuggirebbe, o sarebbe escluso a prima vista, in che senso potremmo sostenere che alcune fra esse siano migliori di altre, se non per attaccamento idiosincratico alle nostre abitudini conversazionali ereditate e ai nostri stili o alle nostre forme di vita, toccate in sorte per effetto della lotteria genetica (le famose antropologie culturali eh ndr).
[…]
Il punto è che noi abbiamo già una idea di che cosa voglia dire ‘progresso’ in etica, a qualsiasi stadio di esso siamo (giunti), quest’idea sembra far parte del nostro corredo di idee correnti sulla moralità.
D’altra parte, questa idea, per quanto vaga, è una condizione essenziale del progresso morale.

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In altri termini, come ha sostenuto Thomas Nagel, *l’idea di possibilità di progresso morale è una condizione essenziale del progresso morale* (cfr. Uno sguardo da nessun luogo).
In qualche senso l’evoluzione di una moralità migliore che tocchi i nostri modi di vivere le nostre vite è affine alla crescita e allo sviluppo, all’approfondimento della nostra conoscenza, della nostra immagine del mondo.
[…]
Un progresso in etica è possibile se riusciamo ad attingere per le nostre vedute morali, un grado superiore di ‘unità organica’, di capacità di unificare una più ampia e ricca diversità e varietà di ragioni, di giustificazioni e valori.
Ciò può aver luogo in più direzioni:
1) con l’estensione di ciò che è nel dominio della moralità, del tipo di essere inclusi;
2) con l’approfondimento del gradi di ‘impersonalità’ del nostro punto do vista;
3) con una migliore comprensione della natura pluralistica delle nostre concezioni e dell’informazione pertinente in etica.
[…]
In questo modo, sembra che l’approfondimento di un punti di vista impersonale e la tensione verso la ‘oggettività’ ci induce a ritenere che anche il nostro è ‘un’ punto di vista, ‘come’ tanti altri e ‘fra’ tanti altri nel mondo.
Questo non vuol dire naturalmente togliere il rilievo appropriato alla ‘nostra’ prospettiva sull’universo, a come esso appare a noi e a che cosa proviamo noi a essere noi, in esso; vuol dire riconoscere ‘oggettivamente’ le nostre prospettive familiari e, al tempo stesso, essere e riconoscerci rispondenti moralmente alla varietà di prospettive non umane (o anche semplicemente, umane ma non personali) sul mondo.
Non credo sia utopistico guardare uno sviluppo graduale di una ‘maggiore universalità di rispetto morale e a un’interiorizzazione dell’oggettività morale’.
[…]
E’ naturalmente un compito terribilmente difficile convivere con una pluralità di ragioni e di disporre di un metodo che ci consenta di scegliere e agire nel mondo, Ma non è detto che un progresso che è possibile sia anche facile; né, ovviamente, che esso sia necessario.
Tuttavia, una delle condizioni della sua possibilità risiede nella direzione del pluralismo che sia in tensione con le tendenze alla convergenza.
Anzi, si potrebbe sostenere che un progresso in etica è reso possibile esattamente dal fatto che resti aperta la tensione, e il dialogo, fra le ragioni della convergenza e le ragioni della pluralità.
Forse bisogna imparare a prendere sul serio l’inevitabilità di entrambe le ragioni. L’idea che vi sia qualcosa come un equilibrio riflessivo (e provvisorio) fra i due tipi di ragione.

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In ogni caso, vi è in questo modo do affrontare l’intera, difficile, questione qualcosa come l’eco del recente passato del progetto dell’Illuminismo.
Ha scritto Kant: *Il costante progresso del genere umano verso il meglio è possibile: perché è un dovere dell’uomo agire in questo senso nella serie indefinita delle generazioni e in tutto l’ambito dei rapporti sociali della nostra terra*, (cfr, Scritti politici).”

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Ok, il testo non è ‘semplicissimo’; però se lo si riduce e lo si riassume concettualmente, cosa ci insegna?
Intanto che la ‘morale’ non è soggettiva ma pluralistica, sempre che alle parole corrispondano, poi, i fatti (cosa che raramente avviene).
Che il ‘giusto’ non è il proprio punto di vista, ma una ricerca inesausta e ‘impersonale’ di un qualcosa che si avvicini alla verità ‘oggettiva’, anche se non è propriamente vantaggiosa per se.
Ma, la cosa più facilmente spendibile di questo testo, anche se arriva ‘indirettamente, è la chiave ‘passepartout’ che permette di ‘individuare’ chi predica bene e razzola male.

2640

Come ben diceva Kant, con i suoi ‘imperativi categorici’, il progresso è possibile, direi doveroso, se c’è tensione morale che permetta, con il nostro miglioramento, di migliorare anche il contesto fruibile, da noi, ma soprattutto dalle generazioni che seguono.
Non è più così, ammesso e concesso che lo sia mai stato.
Alla moralità, oggi, non si è sostituita ‘solo’ con l’immoralità, ma anche con l’amoralità, dalla quale non c’è più ritorno, e al diavolo pure il kantiano:
*La legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me* …
In effetti, per certa gente, a cosa serve?

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