La presunzione


§

Tante persone hanno un concetto di se più positivo di quanto la realtà non giustificherebbe; d’altro canto giudicare se stessi con ‘imparzialità’ è una dote che appartiene a pochi (di solito intellettualmente onesti);
molto più rappresentata è invece la categoria dei ‘presuntuosi’;
inutile che vi ricordi che questa categoria è trasversale rispetto ai ceti sociali ma è molto ben presente nella classe dirigente del Paese, nei politici poi …
allora andiamo a leggere sull’argomento le (non semplici ma neppur banali) parole di un grande intellettuale del passato che le ha pronunciate quasi mezzo millennio fa;

2620

da Michel de Montaigne e dai suoi Essais:

Capitolo:
DELLA PRESUNZIONE

“C’è una specie di gloria, che è una troppo alta opinione che noi concepiamo del nostro valore.
E’ un attaccamento sconsiderato, col quale ci lusinghiamo, che ci rappresenta a noi stessi diversi da quello che siamo: come la passione amorosa presta bellezze e grazie all’oggetto che abbraccia, e fa sì che quelli che ne sono presi trovino, con giudizio, con giudizio turbato e alterato, ciò che amano diverso e più perfetto di quanto è.
Non voglio che, per paura di sbagliare in questo senso, un uomo tuttavia si misconosca, ne che pensi di essere meno di quello che è.
Il giudizio deve in tutto e per tutto mantenere il suo diritto: è giusto che veda in quell’oggetto, come altrove, ciò che la verità gli presenta.
Se si tratta di Cesare, si consideri pure il più grande generale del mondo.
Noi non siamo che formalismo; il formalismo ci trascina, e tralasciamo la sostanza delle cose; ci attacchiamo ai rami e dimentichiamo il tronco e il corpo.
Abbiamo insegnato alle signore ad arrossire al solo sentir nominare quello che non temono affatto di fare, non osiamo nominare direttamente il nostro membro, e non temiamo di servircene in ogni sorta di dissolutezze.
Il formalismo ci impedisce di esprimere con parole le cose lecite e naturali, e noi gli obbediamo; la ragione ci vieta di farne di illecite e cattive, e nessuno le obbedisce.
Io mi trovo qui impastoiato nelle regole del formalismo, poiché esso non permette né che si parli bene di sé, né che se ne parli male.
Lo lasceremo da parte per questa volta.

2625

Coloro ai quali la fortuna (buona o cattiva che la si debba chiamare) ha fatto passare la vita in qualche posizione elevata, possono con le loro azioni pubbliche, provare che gente siano.
Ma coloro che essa ha usato come folla e dei quali nessuno parlerà, se essi non ne parlano, sono scusabili se si prendono l’ardire di parlare di sé a coloro che hanno interesse a conoscerli, sull’esempio di Lucillo (delle famose lettere di Seneca ndr).
*Ille velut fidis arcana sodalibus olim
Credebat libris, neque, si male cesserat, usquam
Decurrens alio, neque si bene: quo fit ut omnis
Votiva pateat veluti descripta tabella
Vita senis* – Satire II, i – Orazio –
(Egli affidava tutti i suoi segreti agli scritti,
come ad amici fedeli, e che fosse felice o infelice,
non ebbe mai altro confidente:
così tutta la sua vita di vecchio vi si vede descritta come su una tavola votiva).
[…]
Ci sono due parti in questa vanagloria: cioè lo stimarti troppo, e il non stimare abbastanza gli altri.
Quanto alla prima, mi sembra giusto, innanzi tutto, permettere queste considerazioni, che mi sento oppresso da un errore dell’anima che mi dispiace, e perché iniquo e, ancor più, perché fastidioso.
Cerco di correggerlo, ma estirparlo non posso.
E questo è che io diminuisco il giusto prezzo delle cose che possiedo, per il fatto stesso che le possiedo; e rialzo il prezzo delle cose quanto più mi sono estranee, assenti e non me.
Questa tendenza arriva molto lontano.
[…]
Non tanto perché la preoccupazione di progredire e migliorarmi turbi il mio giudizio e mi impedisca di essere soddisfatto, quanto perché, di per se stessa, la proprietà genera il disprezzo di ciò che si possiede e si governa.
La società, i costumi lontani mi allettano e così le lingue: e mi accorgo che il latino mi inganna attraendomi a causa della sua dignità, al di là di quanto gli spetta, come accade ai fanciulli e al volgo.
[…]
La filosofia non mi sembra mai aver tanto buon gioco come quando combatte la nostra presunzione e vanità, quando riconosce in buona fede la sua incertezza, la sua debolezza, la sua ignoranza.
Mi sembra che la madre nutrice delle più false opinioni, e pubbliche e personali, sia la troppo buona opinione che l’uomo ha di sé.
Quelli che si appollaiano a cavalcioni sull’epiciclo di Mercurio, che vedono tutto in là nel cielo, mi fanno rizzare i capelli; infatti nello studio che faccio, oggetto del quale è l’uomo, trovando una così enorme varietà di giudizi, un così profondo labirinto di difficoltà le une sulle altre, tanta diversità e incertezza nella stessa scuola della sapienza, potete immaginare, visto che quelli non sono potuti arrivare alla conoscenza di se stessi e della loro propria condizione, che è continuamente presente ai loro occhi, che è in loro; visto che non sanno come si muove quello che essi stessi fanno muovere, né come descriverci e spiegarci le molle che essi stessi tengono e maneggiano, potete immaginare, dico, come io possa creder loro per quanto riguarda la causa del flusso e riflusso del fiume Nilo.
La curiosità di conoscere le cose è stata data agli uomini per flagello. dice la Sacra Scrittura (eh, ne ha dette di cose…. ma qui fa riferimento all’Ecclesiaste che diceva che la conoscenza portava alla sofferenza. Dunque, meno sai e più sei felice, così ‘loro’ ti gestiscono come più gli piace ndr).
Ma, per venire a me, è molto difficile, mi sembra, che qualcun altro si stimi meno, o che qualcun altro mi stimi meno di quanto mi stimo io.
[…]
Se c’è vanagloria, è infusa in me superficialmente per il tradimento della mia natura, e non ha corpo che compaia alla vista del mio giudizio.
Ne sono bagnato, ma non intinto.
Di fatto, in verità, quanto alle opere dello spirito, di qualsiasi tipo, non è mai partita da me cosa che mi soddisfacesse; e l’approvazione altrui non mi appaga.
Ho il gusto delicato e difficile.
[…]
Non ho niente di mio con cui soddisfare il mio giudizio.
Ho la vista abbastanza chiara e regolata; ma, quando si tratta di lavorare, si offusca: come provo con maggior evidenza nella poesia.
Mi piace infinitamente, ne capisco abbastanza nelle opere altrui, ma quando voglio porvi mano, in verità faccio il bambino; non mi posso soffrire, si può fare lo sciocco in qualsiasi altra cosa, ma non nella poesia.
*Mediocribus esse poetis
Non dii, non homines, non concessere columnae*
– Ars Poetica – Orazio –
(Tutto vieta la mediocrità ai poeti, dei, uomini e colonne)”

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