Alla Corte dei Miracoli


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Il 26 giugno 2000 a Fatima abbiamo potuto godere, in mondovisione, della migliore approssimazione moderna all’antica cerimonia dell’apoteosi imperiale, istituita in origine nel 324 p.e.V. per il divino Alessandro Magno.
Quel giorno, alla propria augusta presenza, Giovanni Paolo II è stato infatti ufficialmente proclamato soggetto della terza profezia di Fatima, e oggetto delle personali attenzioni della Madonna.
Già lo stesso pontefice aveva personalmente dichiarato, il 13 maggio 1994, che nell’attentato del 13 maggio 1981 «fu una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola, e il papa agonizzante si fermò sulla soglia della morte».
Ma nell’apoteosi giubilare fu istituito un esplicito parallelo tra i fatti di piazza San Pietro di fine secolo, e le profezie di Fatima di inizio secolo: in particolare, incastonando il proiettile nella corona della statua della Madonna.

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Il «terzo segreto» risale al 1917, e la sua tempestiva trascrizione al 1944: in essa si parla di un vescovo vestito di bianco che scala una montagna coperta di rovine, e giunto sulla cima vicino a una croce viene ucciso da soldati con pallottole e frecce [sic], insieme ad altri preti e fedeli.
Come queste parole si possano adattare a un colpo di pistola sparato su una piazza in perfetto ordine, vicino a un obelisco, al solo papa, che non morì, bisogna chiederlo al cardinal Ratzinger (ora Benedetto XVI), che ne ha fornito per l’occasione un’illuminante interpretazione autentica.

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A dire il vero, un mistero in tutta la faccenda c’è, effettivamente, ed è cosa mai ci facesse la Madonna di Fatima a Roma.
A meno di non postulare un’inedita proliferazione virginale, le varie Madonne del globo dovrebbero infatti essere tutte la stessa persona, che prende semplicemente il nome dal luogo dove appare: non si può dunque venerarne una in particolare, come dichiara invece di fare il papa con quella di Fatima, e meno che mai la Madonna di X può stare nella località Y.

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Questa è dunque la confusa logica che sta dietro ai miracoli, e che la Chiesa non limita affatto a eventi sporadici come quello glorioso appena descritto.
A parte il rinnovarsi quotidiano del miracolo della transustanziazione, nelle chiese di ogni ordine e grado, è infatti ben noto che Giovanni Paolo II ha proclamato, in un quarto di secolo, circa 1350 beati e 500 santi, a fronte dei 1319 beati e 296 santi dei suoi 33 predecessori dal 1558, quando furono fissate le procedure: le quali richiedono un miracolo per ogni beatificazione, e un altro miracolo per ogni canonizzazione.

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Ma cosa sono, dunque, questi miracoli, che secondo la Chiesa avvengono a ogni piè sospinto?
È proprio a rispondere a questa domanda, che è dedicato SPIEGARE I MIRACOLI di Maurizio Magnani (Dedalo, 2005): un libro che dovrebbero leggere non tanto gli scettici, i quali non hanno maggior bisogno di motivazioni per non credere ai miracoli di quanto ne abbiano per non credere agli elfi o ai maghi, ma soprattutto coloro che da un lato ai miracoli ancora ci credono, e dall’altro già vivono in un mondo scientifico e tecnologico.

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Perché, diciamoci la verità: di fronte ai miracoli veri che la scienza e la tecnologia quotidianamente ci forniscono, dalle medicine ai viaggi intercontinentali, quelli supposti che provocano la meraviglia, la sorpresa, lo stupore che costituiscono il significato etimologico sia del greco ‘thàuma’ che del latino ‘miraculum’, non sono che veri e propri «scherzi da prete».
E, come diceva Totò, se le cose vere le mettiamo di qua, le supposte dove dovremmo metterle?

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Che qualcosa di poco convincente nei miracoli ci sia, lo sanno tutti.
Non solo i provocatori come Émile Zola, il quale faceva notare che fra gli ex voto di Lourdes ci sono molte stampelle, ma nessuna gamba di legno.
Ma anche gli idiots savants come Vittorio Missori, che infatti ha dedicato un intero libro a sostenere che, udite udite, una volta, nel 1640, in Spagna, una gamba sembra veramente essere ricresciuta a un contadino, al quale qualcuno l’aveva amputata dopo un incidente: con quanta attendibilità lo dimostra Magnani, fin dall’inizio del suo libro.

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Così come dà, in seguito, le cifre del «fenomeno Lourdes» : un business che, in cento cinquanta anni, ha portato nella cittadina dei Pirenei un numero imprecisato, ma vicino ai trecento milioni, di fedeli (perché, diversamente da quella di Fatima, la Madonna di Lourdes non sembra fare servizio a domicilio).
Di questi, almeno una ventina di milioni erano malati di varia gravità, ma soltanto 66 hanno ufficialmente ottenuto il miracolo della guarigione: dunque, una percentuale di uno su 300.000, nettamente inferiore a quella delle remissioni spontanee delle malattie croniche, cancro compreso, che è di circa uno su 10.000. Detto altrimenti, i malati guariscono miracolosamente, cioè inspiegabilmente, trenta volte di più se stanno a casa che se vanno a Lourdes!

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Guarigioni a parte, i miracoli che maggiormente sembrano attirare le attenzioni dei devoti sono fenomeni quali il sangue di san Gennaro, nonostante il CICAP (il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale fondato da Piero Angela) venda ormai da anni boccette di soluzioni tissotropiche, analoghe alla salsa ketchup, che lo riproducono perfettamente, secondo un procedimento che è stato pubblicato nel 1991 nientemeno che sulla rivista Nature: quella, per intenderci, sulla quale Watson e Crick pubblicarono la scoperta della doppia elica.
La cosa non deve comunque stupire: quando Paolo VI prese posizione contro la natura miracolosa del fenomeno, sembra che sui muri di Napoli sia apparsa la scritta:
«San Genna’, futtetenne».
E se se ne fotte il santo, non possono farlo anche i fedeli?

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A proposito di miracoli di sangue, uno famoso è quello della Messa di Bolsena, raffigurato da Raffaello nella Stanza di Eliodoro in Vaticano: nel 1263, mentre un prete che non credeva nella transustanziazione diceva messa a Bolsena, l’ostia avrebbe preso a sanguinare, con un prodigio ancor oggi ricordato nella festa del Corpus Domini, istituita l’anno dopo da Urbano IV per l’occasione.
La spiegazione del fenomeno si conosce questa volta fin dal 1823, quando Bartolomeo Brizio identificò il batterio « ‘Serratia Marcescens’, che in periodi di caldo e in luoghi umidi produce su pane, focacce e dolci un pigmento rosso e gelatinoso, appropriamente chiamato prodigiosina, che gli ingenui possono scambiare per sangue».

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Naturalmente, il popolino ama soprattutto prodigi casalinghi, secondo una tradizione che risale all’antichità. Già la Vita di Coriolano di Plutarco riporta che spesso, ai tempi dei greci e dei romani, le statue sussurravano, gemevano, sudavano, piangevano o sanguinavano, e che questi erano fenomeni naturali, fraintesi come segni divini. Esattamente come le Madonne che piangono, appunto.

Che ancor oggi ci siano degli ingenui che credono in queste cose, passi. D’altronde, l’uno per cento della popolazione mondiale soffre di serie turbe mentali, e non ci si può comunque aspettare che tutti abbiano la cultura e la capacità di andare oltre le apparenze.

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Ma le credenze irrazionali non sono necessariamente prova di stupidità: esse possono anche essere effetti postipnotici, indotti da un’educazione ipnotica come quella delle scuole pubbliche e, soprattutto, private del nostro paese dei miracoli.
Non a caso Joseph de Maistre, teorico della restaurazione, diceva:
«Dateceli dai cinque ai dieci anni, e saranno nostri per tutta la vita».

Forse aveva ragione, ma a volte vale la pena tentare una deipnotizzazione.
Chissà che chi ha cervello per risvegliarsi, prima o poi non si risvegli.

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Piergiorgio Odifreddi

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Direi che per lo stile di scrittura fluente e di semplice comprensione questo testo non necessiti di ulteriori commenti;
è apprezzabile per i contenuti (almeno per me) e per la giusta dose di ironia (che non guasta mai, neppure quando si affrontano discorsi seri);
è altresì fonte di riflessione alla quale porta parecchie argomentazioni.

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