LA FINE DI UNA STORIA


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Vi propongo lo stralcio di un capitolo di SUDDITI, dell’ottimo Massimo Fini, lui sì degno di potersi fregiare del titolo di ‘Giornalista’, oltre che scrittore e intellettuale, almeno nel termine più ‘nobile’ riferibile a questa parola.
Un testo talmente pregno di ‘alti contenuti’ che non voglio disturbarne la lettura con delle immagini che mai potrei trovare degne di tali parole …

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Capitolo: LA FINE DI UNA STORIA

“Poiché il marxismo si è rivelato un industrialismo inefficiente e quindi perdente, l’unica faccia della medaglia della modernità spendibile è rimasta quella liberale, liberista, democratica.
E la modernità non può essere messa in discussione né dalla destra né dalla sinistra, perché significherebbe recidere le proprie radici dato che dalla modernità sono nate e nella modernità si sono affermate.
E’ questo il ‘pensiero unico’ di cui si sente tanto parlare senza peraltro sapere bene, spesso, di che cosa si tratti.
I pochi che osano mettersi di traverso a questo pensiero sono bollati come inguaribili e ridicoli passatisti.
In un recente saggio, una specie di epitome (compendio ndr) del pensiero e della sicumera modernista, il francese Pierre Milza scrive:
*E’ nostro dovere spiegare che il pericolo di morte per la civiltà esiste solo quando queste si irrigidiscono nella sterile contemplazione del proprio passato*.
E’ curioso come gli idolatri della modernità, liberali o marxisti, di destra o di sinistra, maniaci del cambiamento, perché da un cambiamento, anzi da una rivoluzione, sono nati, non si rendono conto che ‘irrigiditi nella contemplazione del proprio passato’ sono proprio loro, loro i veri passatisti, perché sono seduti su categorie ottocentesche, vecchie di due secoli, che han fatto il loro tempo e non sono più in grado di capire appieno la realtà né di gestirla.
Non che la diade destra/sinistra sia del tutto obsoleta.
Noi ci serviamo dell’immagine del treno che ci fornì anni fa, al Cern di Ginevra, Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, uno scienziato, un positivista, non un oscurantista e un apocalittico.
Noi siamo su un treno che va a ottocento all’ora, che per la sua dinamica interna deve continuamente aumentare la sua velocità, non c’è il macchinista o se c’è i comandi gli sono sfuggiti di mano da tempo e il convoglio va per conto suo.
Sul treno c’è chi è seduto su comode poltrone, anche se, sballottato e frastornato dalla velocità, è pure lui in preda a un inquieto malessere (perché questo modello è riuscito a far star male anche chi sta bene), che in seconda classe, chi sulle panche, chi sugli strapuntini, chi sta nei corridoi, chi mezzo fuori dai finestrini mentre molti rotolano giù per la scarpata fra l’indifferenza generale.
Per cui ha ancora un senso cercare una più equa sistemazione dei viaggiatori.
Ma le domande di fondo (come aveva intuito in origine il movimento No Global, prima di mutarsi in New Global, cioè nell’ennesimo tentativo di esportare il modello occidentale, solo un po’ più umanizzato, comprensivo della democrazia e dei ‘diritti umani universali’, anche presso chi non ne vuol sapere) sono diventate altre: dove sta andando il treno?
Qual’è il rapporto fra i viaggiatori e il meccanismo che li sta portando?
E possono, i viaggiatori, decidere quale deve essere la velocità e la meta o è il treno, la cui via è segnata dalle rotaie su cui è stato messo, a decidere per loro?
[…]
Degli scienziati, americani per giunta, del mitico Massachusetts Institute of Technology (MIT), sembravano pienamente consapevoli che il problema non era semplicemente tecnico, di consumi, di fonti di energia da sostituire con altre, di danni ambientali, di inquinamento, ma investiva l’intero modello e la condizione dell’uomo al suo interno.
[…]
Si rendevano anche conto che lo sviluppo del modello industriale ed economico, pur essendo guidato dai Paesi democratici era avvenuto e avveniva al di fuori di ogni controllo e scelta di coloro che lo vivono, senza chiedere il loro avallo ma dandolo per scontato e implicito.
E concludevano, uno dei loro libri (cfr, Club di Roma – I limiti dello sviluppo – 1972) con queste parole:
*E’ necessario che l’uomo analizzi dentro di sé gli scopi della propria attività e i valori che la ispirano, oltre a pensare al mondo che si accinge a modificare, incessantemente, giacché il problema non è solo stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un’esistenza indegna di essere vissuta*.
[…]
Sono passati solo trent’anni (questo libro è del 2004, quindi oggi oltre 40, ndr) e l’ottimismo tecnologico, combinato con quello ideologico delle democrazie trionfanti, ha rotto gli argini spazzando via ogni remora, benché i motivi di inquietudine espressi dagli scienziati e dal Club di Roma siano enormemente aumentati.
Il treno è passato come un rullo compressore sui Paesi del Terzo Mondo, devastandoli, disgregandoli, riducendoli alla fame e alla miseria, innescando migrazioni bibliche e un terrorismo planetario.
Mette in ginocchio anche Paesi più strutturati e disfa ogni tessuto di solidarietà nelle società cosiddette opulente.
Un’immensa bolla di denaro, scommessa su un futuro ipotecato sino alla fine dei tempi, sta sulle nostra teste in attesa di crollarci addosso.
La scienza, perso ogni senso del limite, in preda a una hybris (tracotanza, eccesso ndr) incontenibile, sfrenata e autoreferenziale, attacca e manipola l’origine stessa della vita, preannuncio, se già non è presente, di un mondo di Frankenstein.
E infine, e soprattutto, il cosiddetto benessere provoca nevrosi, depressione, angoscia, frustrazione, perdita di senso e ha precipitato l’uomo in una disperazione e in un’infelicità diffusa quale nessuna epoca che ci ha preceduto, per quanto brutale, ha mai conosciuto.”

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Ora poniamoci una domanda: c’è tra i politici, giornalisti, esperti, intellettuali a gettone, qualcuno in grado di controbattere, argomentando, questo testo?
Si oppure No ???
Io personalmente ritengo proprio di NO !!!
Ecco, allora la spiegazione del perché Massimo Fini viene tenuto, dal sistema, ai margini del main stream e dai canali ‘cosiddetti’ divulgativi e culturali (tranne rare eccezioni).
Parzializzata la stessa cosa succede anche sui cosiddetti ‘social’.
Appena si accorgono che sei fuori dalle loro righe, zaaac scatta la ‘censura’, oppure cominciano gli attacchi ad personam, con tutto il peggio dell’infamia di cui sono capaci.
Sapete com’è … il mondo è abitato da giganti… nani… e ballerine … e stanno tutti sopra un … treno …

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