il nostro comportamento verso noi stessi


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questo contributo (di gran valore, direi) ispira la riflessione e la meditazione …
si ricollega facilmente ad una più ampia disamina che tratta anche gli argomenti ‘rimpianto’ e ‘rimorso’ che qualche volta sono stati già oggetto di qualche commento su vari blog;
l’analisi della vita (che deve essere più onesta possibile) necessita di una ‘pietra di paragone’ con la quale ‘misurarla’, ognuno avrà la propria ed il risultato dell’analisi ne sarà una conseguenza diretta;
il grosso problema dell’umanità odierna è che molti, troppi direi, non si soffermano più a fare questo tipo di riflessione, troppo intrisi ed ottenebrati dal ‘materialismo’ che viene imposto loro … (superfluo domandarsi il motivo    😉    )

2553

Da    AFORISMI SULLA SAGGEZZA DEL VIVERE
di Arthur Schopenhauer

Capitolo
DEL NOSTRO COMPORTAMENTO VERSO NOI STESSI

“Come un operaio che coopera alla costruzione di un edificio senza conoscere il progetto nell’insieme, o comunque senza averlo sempre presente, così si comporta l’uomo che fila uno per uno i giorni e le ore della sua vita nei confronti del complesso di quella stessa vita, e del proprio carattere.
Quanto più degno, ispirato a valori, coerente e personale è questo carattere, tanto più è necessario e utile che di tanto in tanto la pianta di esso, il progetto, gli venga sotto gli occhi.

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Naturalmente è anche necessario che egli sia stato alquanto introdotto al ‘conosci te stesso’, e dunque sappia ciò che veramente e prima di tutto vuole, ossia la condizione primaria della sua felicità, e quindi quello che viene al secondo e al terzo posto; come pure che riconosca quale sia in linea di principio la sua vocazione, il suo ruolo nel mondo e il suo rapporto con esso.
Se tutto questo corrisponde a qualcosa di significativo e rilevante, allora la vista della pianta in scala ridotta della sua vita lo rafforzerà e lo rinfrancherà più di ogni altra cosa, gli darà entusiasmo e incoraggiamento ad agire e lo tratterrà dal prendere strade sbagliate.

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Come il viandante solo quando è arrivato su un’altura domina con lo sguardo e riconosce la via percorsa nell’insieme di tutte le sue curve e le sue svolte, così noi solo alla fine di un periodo della nostra vita, o addirittura al suo termine, identifichiamo il vero nesso delle nostre azioni, delle nostre prestazioni e delle nostre opere, la loro esatta consequenzialità e concatenazione, persino il loro stesso valore.
Perché fintanto che vi siamo implicati, noi agiamo secondo le qualità stabili del nostro carattere, sotto l’influsso di motivazioni e secondo la misura delle nostre facoltà, dunque sempre condizionati dalla necessità, perché in ogni momento facciamo semplicemente ciò che ci sembra giusto e opportuno, appunto, in quel momento.
Solo l’esito finale rivela che cosa abbiamo raggiunto, e lo sguardo retrospettivo all’intera concatenazione ci mostra come e con quali mezzi.
Per questo, mentre compiamo le imprese più grandiose, e creiamo opere immortali, non ne siamo consapevoli, ma sappiamo solo di fare qualcosa che corrisponde ai nostri scopi attuali, alle nostre intenzioni del momento, qualcosa dunque che, in quel momento, è giusto: ma solo dall’insieme, nella sua completa articolazione, emergeranno in seguito il nostro carattere e le nostre capacità; e venendo ai casi singoli, vediamo spesso che noi abbiamo preso l’unica via giusta, tra mille sbagliate, come per ispirazione, guidati dal nostro genio tutelare.

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Tutto questo vale nel campo teoretico come in quello pratico, e in senso opposto per i cattivi risultati e gli insuccessi.
[…]
In ultima analisi, ciò che per noi è bene o male dipende dai contenuti e dalle occupazioni della coscienza.
Nel complesso ogni occupazione intellettuale darà allo spirito capace di svolgerla molto di più di quanto non dia la vita reale, col continuo alternarsi di successi e insuccessi, con le sue scosse e i suoi tormenti.
Naturalmente si richiedono spiccate doti intellettuali.
C’è poi da osservare che come la vita rivolta alle cose pratiche ci distrae e ci distoglie dagli studi, privando lo spirito della quiete e del raccoglimento necessari, d’altro canto la prolungata attività intellettuale ci rende più o meno inadatti ai convulsi traffici della vita pratica, per cui è consigliabile sospenderla del tutto, per qualche tempo, allorché subentrano circostanze che per qualche verso esigono una energica attività pratica.
[…]

2556

Chi vive costantemente nel trambusto degli affari e dei divertimenti, senza mai rimeditare il proprio passato, e continuando invece a dipanare la sua vita, perde la chiara cognizione della realtà: il suo animo diventa un caos, e nei suoi pensieri subentra un confusione che si palesa ben presto nel suo modo di parlare e di conversare: il suo discorso è rotto, frammentario, per così dire smozzicato.
Questo si verificherà tanto più spesso quanto maggiore è l’irrequietezza fisica, la quantità delle impressioni, e quanto più è scarsa l’attività interiore dello spirito.”

*Altro diletto, che ‘mparar non provo*
Petrarca

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