Rousseau in Ideogrammi Cinesi (‘Palabras’ parte seconda)


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2133

Il testo che andrò a trascrivere (come preannunciato) è la seconda parte (la prima la trovate qui) del capitolo (di cui al titolo) tratto da MAONOMICS di Loretta Napoleoni, ha come presupposto quello che, nella contro-copertina viene riassunto così:

“La coppia democrazia-capitalismo è in crisi, vittima di una depressione che non è solo finanziaria.
Trionfa invece il capi-comunismo visto che, mentre la nostra economia va in pezzi, la Cina cresce a ritmi vertiginosi.
Più 9% del Pil (anno 2010) e un piano di investimenti grandioso: strade, scuole, ospedali, ferrovie, colossali impianti per la produzione di energie rinnovabili.
Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?
O è tempo di cominciare a guardare alla società con occhi un po’ più a mandorla?
Per esempio, le misure anticrisi attuate dai nostri governi, sono servite ad arricchire gli stessi speculatori responsabili del collasso, mentre l’intervento statale cinese ha permesso di limitare i danni e ricominciare a crescere.
La nostra vita politica è scossa da continui scandali e violazioni del diritto, mentre in Cina stanno nascendo nuove forme di partecipazione, pur all’interno del partito unico.

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E tra i grattacieli di Shangai e Pechino si avverte uno slancio verso la modernità che il vecchio Occidente non riesce più nemmeno a immaginare.
Questo libro racconta una deriva che abbagliandoci con la promessa del benessere, ci sta privando della libertà.
E, grazie a esempi, testimonianze di imprenditori, studiosi, giornalisti, attivisti dei diritti umani, spiega invece come la Cina sta lavorando per migliorarsi.
Un modello da imitare?
Almeno una lezione da apprendere: il nostro capitalismo si salverà solo se sapremo cambiare radicalmente i capitalisti.
E il nostro sistema di vita è destinato al tracollo, se non impareremo a guardare con occhi più aperti (o con nuovi occhiali ndr) quella che continuiamo a chiamare
‘democrazia’.”

Quindi, se inforcherete questi occhiali (nuovi), potrete cogliere l’essenza del ragionamento che la Napoleoni fa, circa l’interpretazione cinese della democrazia e del ‘Contratto Sociale’ del Ginevrino Rousseau. Buona lettura !            🙂                    

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“Tutti conoscono il ‘Contratto sociale’ di Rousseau. Il manifesto della democrazia partecipativa.
Ma pochi sono a conoscenza dell’altro scritto da James Mill, il padre della ‘liberal democracy’ molto più amato dalla signor Thatcher e dal presidente Reagan.
Rousseau è il padre dello Stato-nazione, quello che porta prosperità alle nazioni europee fino alla crisi energetica.
Mill, invece, influenza i primi presidenti americani e torna prepotentemente alla ribalta con l’avvento del neo-liberismo.

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Alla domanda *che cos’è la democrazia?* sia uno che l’altro rispondono senza esitazione: il volere del popolo, ma intendono cose diverse.
In un caso, la volontà popolare, nel secondo gli interessi di vari gruppi che ne fanno parte.
Rousseau percepisce la collettività come un’entità unica mentre per Mill esistono differenze che vanno rispettate.
Un buon esempio di espressione della volontà popolare è il modo in cui la società moderna gestisce il problema del traffico nell’ora di punta.
Nella ‘liberal democracy’ sta all’individuo decidere se usare la macchina o i mezzi pubblici.
In quella descritta da Rousseau la popolazione usa i mezzi pubblici e cammina per raggiungerli.
Chiunque si sia trovato imbottigliato nel traffico di Shangai all’ora di punta, sa bene che non è questo il modello applicato in Cina, dove peraltro lo sviluppo urbano è dirompente e di difficile gestione.

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Ma per l’inizio dell’Expo del 2010 saranno pronte sette nuove linee della metropolitana e altre 17 entreranno in funzione entro il 2020.
Modernissima, pulita e efficiente, la metropolitana di Shangai è già enorme e serve gran parte della città.
Quelle di Roma e di Milano, invece?
Nella ‘liberal democracy’ occidentale il problema del traffico non si risolve potenziando i servizi pubblici, ma facendo pagare le vetture che accedono alle zone centrali delle città.
Questo il principio della ‘congestion charge’ di Ken Livingston a Londra, poi applicata in molte altre città, per esempio a Milano con l’ecopass.
Risultato, chi è ricco può guidare, tutti gli altri si sposteranno con i mezzi pubblici spesso inefficienti.
Il modello della democrazia cinese ricorda molto quello di Rousseau, alla base c’è un contratto sociale firmato da tutte le parti in causa.
A sancirlo è la vittoria rivoluzionaria, e il PCC diventa interprete della volontà popolare.
Forse per i cinesi è facile accettare questo principio perché per 5000 anni sono stati governati da dinastie che venivano rovesciate e sostituite da rivoluzioni dal basso quando non funzionavano più.
Noi, invece, di rivoluzioni ne abbiamo fatte ben poche.
[…]
Per i cinesi, il mondo che negli ultimi vent’anni la super potenza americana ha gestito, non è ne pacifico né ‘civilizzato’.
La ‘liberal democracy’ è lo strumento nelle mani di un’élite arrogante e spregiudicata che vuole dominare il pianeta, la stirpe di Dick Cheney, di Georg W. Bush e dei loro amici neo-conservatori.
Mettiamoci per un attimo nei panni del cartografo cinese e guardiamo il nostro mondo con i suoi occhi.

2240

I cinesi hanno occupato il Tibet, ma in nome della democrazia statunitense sono state sterminate le popolazioni indigene d’America, un genocidio avvenuto in tempi moderni al cinico motto: *L’unico indiano buono è un indiano morto*.
L’America ha partecipato attivamente al commercio degli schiavi, arricchendosi, e per generazioni è stata apertamente razzista.
E se dobbiamo proprio parlare di dissidenti, usati a piene mani dai media occidentali per deplorare la dittatura cinese, dovremmo anche ricordare la caccia alle streghe a stelle e strisce del periodo maccartista.
E ancora, impietosirsi per i contadini e gli operai cinesi implica ricordarsi che in America, ma anche in Europa, esistono grandi disuguaglianze economiche: è facile imbattersi a ogni angolo di strada in senzatetto che cercano cibo nella spazzatura.
[…]
Ma c’è dell’altro.
Se i fondamenti meritocratici della Cina risalgono agli insegnamenti di Confucio, nel DNA della civiltà occidentale troviamo la teoria formulata dal padre dei conservatori, l’inglese Edmund Burke.

2241

Nel XVII secolo, Burke parla di ‘aristocrazia naturale’ quando si riferisce a quel ristretto numero di persone che possiede l’abilità e l’esperienza e anche l’inclinazione di governare con saggezza nell’interesse di tutta la società.
E dove trovare gente del genere se non tra i ricchi?
Dopo aver toccato con mano la corruzione che imperversava nella Francia rivoluzionaria, Burke si convince che la classe dei ricchi proprietari terrieri è destinata al comando perché ha più cuore di chiunque altro la gestione dello Stato. Questa stessa certezza, fa sì che nel XXI secolo, Wall Street fornisca al governo americano i ‘quadri’ per gestire la finanza: i controllori provengono dalle file di controllati.
[…]
Ebbene, nella Cina moderna non sono le èlite del denaro che governano.
A impedire che i nuovi ricchi prendano possesso della gestione dello Stato non c’è solo il PCC – dove non si entra perché si è ricchi né ci si arricchisce perché vi si è entrati – ma la meritocrazia confuciana.
Ai tempi di Burke era inconcepibile per un occidentale l’idea che il figlio di un comunissimo contadino potesse scalare la gerarchia amministrativa se riusciva a passare gli esami imperiali.
In Cina quest’opportunità era aperta a tutti.
Ai tempi di Burke non esisteva in Europa la meritocrazia (per la verità, oggi, neanche da noi ndr).

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Ce lo ricorda Shakespeare:
*Oh, se i gradi, lo stato sociale, gli uffici non s’ottenessero per la corruzione, e l’onore senza macchia fosse acquistato soltanto dal merito di chi lo porta!
Quanti allora dovrebbero coprirsi il capo che ora hanno scoperto?
E quanti che ora comandano sarebbero invece comandati!
E quanta gente di bassa estrazione non verrebbe sceverata per il seme verace dell’onore!
E quanto mai d’onore dovrebbe raccogliersi in mezzo alla paglia e all’immondizia del secolo, per essere lustrato e messo a nuovo!*
cfr. IL MERCANTE DI VENEZIA – atto II, scena 9

E forse ancora oggi a casa nostra l’idea che i migliori vadano avanti è solo un’illusione”.

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