Palabras


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            …  La ‘Parola

2208

Sfruttando Wikipedia : ‘Riferimento convenzionale, ovvero la rappresentazione di una informazione, di un concetto o di una idea, tramite il verbo, con le relative significanze semantiche e semiologiche che, nelle intenzioni, dovrebbero dare senso e spessore alla comunicazione (verbale e scritta)’

abbiamo già appurato che il ‘concetto’ si distorce e produce un ‘sottolinguaggio’ quale, ad esempio, la retorica, oppure la mistificazione o manipolazione.
La ‘convenzione’ è evidentemente differente da paese a paese, ed è per tale motivo che si sono create le ‘lingue’.
Partendo dal presupposto che abbiate accettato questa impostazione, mi domando se la stessa cosa vale per i popoli che hanno come scrittura gli ideogrammi (cinesi, giapponesi, ecc).
Popoli che traducono un ‘segno, che è un disegno’ in parola che da origine, poi, alla verbalizzazione.

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Potrebbe essere un argomento interessante ma difficile per noi che di questa ‘tecnica’ (e di tutta la cultura cinese) conosciamo ben poco e ne consegue che ci occorre un ‘aiutino’;

Ce lo può fornire Loretta Napoleoni, con il suo MAONOMICS (2010), con il capitolo che si intitola: ROUSSEAU IN IDEOGRAMMI CINESI.

Ve ne trascrivo alcuni stralci sperando che la cosa vi sia gradita, il capitolo è molto lungo ed è quindi necessario che ve lo posti, nei suoi elementi più salienti, in differenti puntate. Abbiate comprensione.

2224

“[…]
Matteo Ricci (1552-1610) – gesuita, matematico e cartografo -, sarebbe preziosissimo oggi nel caos diplomatico in cui ci troviamo, potrebbe aiutarci a far luce nel buio dell’informazione nel quale ci ha relegato lo ‘spin’ dei politici e a razionalizzare i rapporti che corrono tra Est e Ovest, ma soprattutto a scambiare informazioni vitali per il futuri del mondo.
La mappa (creata da Ricci ndr) serviva infatti a presentare all’Impero Cinese le grandi conquiste della civiltà d’Occidente affinché le valutasse e le facesse sue.
Il messaggio del gesuita è naturalmente religioso, ma si accompagna con nozioni di astronomia che devono molto alla lezione di Galileo.
La mappa mostra che il Sole è più grande della Luna e una tabella riporta le distanze tra i pianeti del sistema solare e la Terra.
Ricci sembra dire ai cinesi: guardate la meraviglia che avete costruito, la Grande Muraglia, quest’impero che sopravvive da più di 4000 anni, ebbene tutto questo appartiene al Creatore e noi l’abbiamo capito e vogliamo condividere con voi questa meravigliosa scoperta.
I cinesi gliene sono grati, non si sentono offesi, al contrario è un onore per loro riflettere su queste verità straniere.
Ce lo dimostra il fatto che il gesuita è entrato a far parte del background culturale di ogni cinese.

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La sua tomba (è morto a Pechino ndr) non è stata dissacrata durante la Rivoluzione ed è ancora oggi molto visitata, anzi è stata spostata e si trova ne quartier generale del PCC.
I cinesi non sanno chi è Marco Polo, ma tutti, proprio tutti, conoscono la storia di Matteo Ricci (Lì Madòu in lingua cinese-mandarina ndr).

Proviamo a prendere in prestito dal nostro connazionale lo strumento della mappa e chiediamo oggi alla Cina di disegnarne una simile per noi, che riporti la storia, con le distanze relative, della loro e della nostra democrazia (un’unica parola coniugata in maniera diversa ndr).

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Ciò non significa che dobbiamo ‘ convertirci’ al modello cinese, così come i cinesi non si convertirono al cattolicesimo, ma è giunto il momento di porci di fronte a questa nazione, che ancora rappresenta un enigma, con l’umiltà di chi vuole capire e soprattutto non giudicare.

IL CONTRATTO SOCIALE CINESE … una domanda che molti si pongono è la seguente: chi governa la Cina?
I media ci vogliono far credere che sia un piccolo gruppo di persone, l’equivalente del politburo sovietico, un’élite insomma; c’è anche chi ancora pensa che tenere le fila sia un individuo solo, come avviene nella democratica Russia di Wladimir Putin; ebbene non è così.
L’élite di governo cinese include tutta la pubblica amministrazione del Paese,
un vero e proprio esercito: nel 1998 ne facevano parte circa mezzo milione di persone di cui 900 appartenevano all’apparato nazionale del Partito e 2.500 a quello provinciale, altre 39.000 lavoravano nelle prefetture e infine 466.000 nelle contee e municipalità.

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La maggior parte, circa il 95% erano membri del Partito, ma, come abbiamo già visto, anche a livello molto elevato della gerarchia di potere ci si imbatte in uomini e donne che non hanno in tasca la tessere del PCC.
E costoro sono arrivati fin lassù grazie a un durissimo processo di selezione meritocratico.
Oggigiorno, la base della piramide governativa è un’armata di funzionari composta da 40 milioni di persone di cui soltanto una minoranza, circa il 38%, appartengono al Partito Comunista Cinese.
Costoro rappresentano i futuri quadri governativi del Paese.
Durante il maoismo la situazione era ben diversa e tutti i membri di questa base erano tesserati. […]
L’appartenenza al Partito è una scelta, non un obbligo e non comporta privilegi.
Al PCC interessa l’appoggio vero della società, non il numero di tessere che la gente ha in tasca.
Inoltre, a differenza della Rivoluzione Russa e di quelle occidentali, quella cinese è stata un movimento di massa, non un esercizio nell’arte della politica.
Sotto questo aspetto, per i cinesi, si è trattato di una rivoluzione democratica perché letteralmente guidata dal popolo.
E non potrebbe essere diverso date le dimensioni del Paese.

Per noi occidentali è difficilissimo capire tutto questo perché continuiamo a vedere la Cina attraverso le lenti dello ‘spin’ e della crociata anticomunista degli anni Ottanta.
Ma se invece inforchiamo gli occhiali di Matteo Ricci, allora tutto cambia.
Ci accorgiamo che per il PCC, come per la gente, il Partito rappresenta il popolo, almeno finché il contratto sociale alla base di questo sistema non sarà scisso da una rivoluzione – che per ora non si annuncia.
[…]

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Il potere politico della Rivoluzione è perfino sancito dalla sua Costituzione, dove si legge:
*Il Partito Comunista Cinese ha guidato la popolazione nella lunga lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, il feudalesimo e il capitalismo-burocratico, assicurandosi la vittoria nella nuova Rivoluzione democratica e dando vita alla Repubblica popolare cinese, una dittatura democratica del popolo”.
E’ chiaro che il significato che i cinesi e gli asiatici attribuiscono alle parole ‘democrazia’, ‘dittatura’, ‘capitalismo’ e ‘imperialismo’ è diverso dal nostro.
La stragrande maggioranza di chi vive in Asia non percepisce la Cina come una dittatura comunista, ma come un Paese democratico.
Ce lo conferma un’indagine condotta dall’Asian Barometer Study: alla domanda quanto sono democratiche le nazioni asiatiche su una scala da 1 a 10, è terza nel continente e batte i democratici Giappone, Filippine e Corea del Sud.”

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Quindi le parole sono convenzioni, la cosa importante sarebbe stabilire tra chi.
Tra un governo, oppure i media, e il popolo?
Non direi (almeno da noi).
Allora ritorna la solita domanda : come facciamo a districarci fra questa marea o oceano di parole?
Informandoci, leggendo, esplorando, indagando e ‘comunicando’, ovviamente scegliendo sempre con estrema cura le parole…
Io, per comodità, chiamo queste attitudini “registri comunicativi” m si potrebbe chiamarle anche “proprietà di linguaggio”
L’importante è ‘farsi capire’, in tutti i sensi, cioè amichevoli oppure no…
(citazione)

A questi punto, e legittimamente, potreste domandarvi: Ma Rousseau cosa c’entra ?
Giusto, ma vi avevo preannunciato che il capitolo era lungo, quindi vi rimando a la prochaine.           😉          

2230

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