La Vanità delle Parole


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La parola e le sue combinazioni : nell’intento di produrre una comunicazione chiara e non ambigua, produttiva e proficua, sia per un ‘arricchimento’ personale sia per un comprensione adeguata dei tanti ‘casi’ la cronaca ci sottopone ogni giorno senza soluzione di continuità.
Le ‘parole’ quindi sono cose ‘immateriali’ fintanto che ad esse non susseguano dei fatti.
Ma, in questo ‘susseguire’ subentrano volontà e coscienza, in alcuni casi, addirittura le contingenze che si stanno vivendo o, anche, subendo.
Ma le parole possono anche essere usate per altri scopi meno ‘nobili’, per ingannare, fuorviare, celare, millantare, blandire ad esempio;
andiamo allora e ‘sentire’ cosa ci dice al riguardo una mente sicuramente sopraffina del passato.

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Dagli ESSAIS di Michel de Montaigne eccovi un capitolo dal libro I.

Capitolo LI – Della vanità delle parole

“Un retore del tempo passato diceva che il suo mestiere era di far apparire e far giudicare grandi le cose piccole.
E’ un calzolaio che sa fare delle scarpe grandi per un piede piccolo.
A Sparta lo avrebbero fatto fustigare, in quanto professava un’arte ingannatrice e menzognera.
E credo che Archidamo, che ne era re, non udisse senza stupore la risposta di Teucidide (figlio di Mileso, capo del partito aristocratico di Atene nda), al quale egli domandava chi fosse più forte nella lotta, se Pericle o lui: Disse:

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*Questo sarebbe difficile a stabilirsi, perché quando io l’ho gettato a terra nella lotta, egli persuade coloro che l’hanno visto che non è caduto, e vince*.
Quelli che truccano e tingono le donne, fanno un male minore: non è infatti un gran perdita non vederle al naturale: costoro invece contano di ingannare non i nostri occhi, ma il nostro giudizio e di imbastardire e corrompere l’essenza delle cose.
Gli Stati che hanno saputo conservare un ordinamento ben organizzato e un buon governo, come quello cretese o quello spartano, non hanno mai dato molta importanza agli oratori.
Aristone definisce saggiamente la retorica: scienza di persuadere il popolo; Socrate e Platone, arte di ingannare e di adulare; e coloro che negano questo nella definizione generale, lo confermano dovunque nei loro precetti.
I Maomettani proibiscono di insegnarla ai loro figli, per la sua inutilità.
E gli Ateniesi, accorgendosi come la sua pratica, che godeva gran credito nella città, fosse perniciosa, ordinarono che la sua parte principale, che consiste nell’accendere le passioni, fosse eliminata insieme agli esordi e alle perorazioni.

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E’ uno strumento inventato per governare e agitare una folla e un popolo indisciplinato, ed è uno strumento che si adopera solo negli Stati malati, come la medicina; in quelli dove il volgo, dove gli ignoranti, dove tutti hanno potuto tutto, come quello di Atene, di Rodi e di Roma, e dove le cose sono state in perpetua tempesta, là sono affluiti gli oratori,
E, in verità,in questo Stati si vedono pochi personaggi che siano saliti in gran credito senza il soccorso dell’eloquenza.
Molti si sono appoggiati soprattutto ad essa per salire a quella grande autorità a cui sono infine arrivati, e se ne sono serviti più che delle armi.
E difatto L. Volumnio, parlando in pubblico in favore dell’avvenuta elezione del consolato di Q. Fabio e P. Decio, disse: *Sono uomini nati per la guerra, grandi nelle azioni; nella battaglia a parole, rozzi: spiriti davvero consolari; gli spiriti acuti, eloquenti e dotti sono buoni per la città, pretori per amministrare la giustizia*.

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L’eloquenza è maggiormente fiorita in Roma quando gli affari andavano peggio, e la tempesta delle guerre civili li agitava: come un campo libero e incolto produce erbe più vigorose.
Sembra quindi che i governi che dipendono da un monarca ne abbiano meno bisogno di altri; perché la stoltezza del volgo, e che lo rende soggetto ad essere guidato e condotto per le orecchie al dolce suono di quell’armonia, senza che arrivi a pesare e a conoscere la verità delle cose con la forza della ragione, questa faciloneria, dico, non si trova facilmente in uno solo; e con una buona educazione e un buon consiglio è più agevole preservarlo dagli effetti di tale veleno.
Non si è visto uscire dalla Macedonia né dalla Persia alcun oratore di fama.
Ho detto questo a proposito di un italiano col quale ho conversato poco fa, che è stato al servizio del defunto cardinal Carafa, in qualità di maggiordomo, fino alla morte di questi.
Lo facevo parlare delle sue mansioni.
Mi ha fatto un discorso sulla scienza della gola con una gravità e un contegno magistrali, come si mi avesse parlato di qualche grande argomento di teologia.

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Mi ha rivelato una varietà di appetiti: quello che si ha a digiuno, quello che si ha dopo la seconda o la terza portata i mezzi sia di soddisfarlo semplicemente sia di risvegliarlo e stuzzicarlo, la tecnica delle salse, prima in generale, e poi venendo ai particolari delle qualità degli ingredienti e dei loro effetti; le differenze nelle insalate, secondo la stagione, quella che deve essere riscaldata, quella che vuol essere servita fredda, il modo di ornarle e abbellirle per renderli piacevoli anche all’occhio.
Dopo è passato all’ordinamento generale del servizio, pieni di belle e importanti considerazioni.
*Nec minimo sane discrimine refert. Quo gestu lepores, et quo gallina secetur*
(E non è cosa da poco saper distinguere come si tagli una lepre e come un pollo) – Giovenale
E tutto ciò gonfio di ricche e magnifiche parole, quelle stesse che si adoperano nel trattare il governo di un impero.

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Mi son ricordato del mio uomo:
*Hoc salsum est, hoc adustum est, hoc lautum est parum,
Illud recte; iterum sic memento; sedulo
Moneo quae possum pro mea sapientia.
Postremo, tanquam in speculum, in patinas, Demea,
Inspicere iubeo, et moneo quid facto usus sit*
(Questo è salato, questo è bruciato, questo è poco saporito, questo va bene; ricordatevi di far così un’altra volta; li istruisco accuratamente per quanto me lo permette la mia piccola scienza. Infine, Demea, li esorto a rimirarsi nel vasellame come in uno specchio, e li avverto di tutto ciò che devono fare)   Adelphoe, 425-29 – Terenzio
[…]
Se sentite parlare di metonimia (sostituzione di un termine con un altro ndr), metafora, allegoria e di altri termini simili della grammatica, non sembra forse che ci si riferisca a qualche forma di linguaggio raro e peregrino?
Sono termini che riguardano le ciance della vostra cameriera.
E’ questo un inganno simile a quello di chiamare le cariche del nostro Stato coi titoli superbi dei Romani, sebbene non ci sia nessuna rassomiglianza negli uffici, e ancor meno nell’autorità e nel potere.
E anche quest’altro, che a mio parere, servirà un giorno come testimonianza della straordinaria stoltezza del nostro secolo, di attribuire indegnamente a chi ci pare i più gloriosi soprannomi di cui l’antichità ha onorato uno o due personaggi in molti secoli.

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Platone ha ottenuto per universale consenso quel soprannome di divino, che nessuno ha tentato di contendergli; e gli italiani, che si vantano a e ragione, di avere in generale l’ingegno più sveglio e il giudizio più sano (e ci credo, siamo nel Rinascimento ndr) degli altri popoli della loro epoca, ne hanno ora gratificato l’Aretino, nel quale, di arguzie, in verità ingegnose, ma troppo ricercate e fantastiche, e salvo infine l’eloquenza, quale che sia, non vedo niente che superi i comuni autori del suo secolo; tanto è lontano da quella divinità antica.
E il soprannome di grande, noi lo diamo a principi che non hanno nulla al di sopra della grandezza comune”.

Considerato che Montaigne visse tra il 1533 e il 1592, questo testo (evidentemente ricontestualizzato) è di una modernità quasi sconcertante.
La questione è quindi: come ci si districa tra una marea di parole?
Forse una delle soluzione a questo dilemma e questa ? …

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