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Vi voglio proporre un testo un po’ particolare (ed un po’ lunghino … sorry);
l’autore (nato nel 1965) a 23 anni si laurea in Lettere Moderne con una tesi in Letteratura contemporanea sulla struttura del romanzo fantastico. Consegue un bachelor in Comunicazione e inizia la carriera di consulente e poi manager in agenzie e aziende italiane e multinazionali.
Nel frattempo continua a scrivere racconti e articoli per riviste underground e a navigare, prima come semplice appassionato, poi come skipper e istruttore di vela.

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“Ne abbiamo abbastanza. Lavorare per consumare non rende felici. Lo sappiamo tutti, ma come uscirne? Cambiare vita da soli sembra una scelta troppo faticosa. Addirittura impossibile. Invece no.
Il downshifting (“scalare marcia, rallentare il ritmo”) è un fenomeno sociale che interessa milioni di persone nel mondo (complice anche la crisi).
Ma non si tratta solo di ridurre il salario per avere più tempo libero.
Simone Perotti propone qui un cambio di vita netto, verso se stessi, il mondo che ci circonda, le abitudini, gli obblighi, il consumo.
La rivoluzione dobbiamo farla a partire da noi, riprendendoci la nostra vita per essere finalmente liberi. Come ha fatto lui, che, lasciato il posto di lavoro (sicuro e ben remunerato) racconta la sua esperienza entrando nel merito delle conseguenze economiche, psicologiche, esistenziali, logistiche.
Dire no non basta per essere felici.
L’insicurezza economica cui andiamo incontro è anche un’occasione per ripensarci.” (tratto da IBS.it)

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Il libro-romanzo di Simone Perotti: UN UOMO TEMPORANEO è stato scritto tra il 2014 e 2015 a bordo di una barca ‘Mediterranea’ a zonzo tra il Mediterraneo e il Mar Nero.
Vi trascrivo alcuni brani in cui si può notare con precisione la differenza e la difficoltà del pensiero ‘autentico’ rispetto al pensiero politically correct.
Per la particolarità del testo e l’impossibilità di renderlo “migliore” attraverso delle illustrazioni, eviterò le stesse;

La storia si svolge in un’azienda quotata in borsa, quindi con una strategia del profitto imperante ed il personaggio centrale, tale Gregorio, che Perotti immagina e descrive così:

“Mi affascina la sua totale mancanza di ideologia, e il fatto che di lui ci si possa chiedere se è un imbecille o un genio senza che la domanda stupisca nessuno.
Non ho mai amato le persone di cui è chiaro, fin dal primo sguardo, se siano qualcosa o il suo opposto.
Il dubbio è più affascinante della certezza perché ci riguarda, è una domanda rivolta a chi la pronuncia.
Perché Gregorio non odia la sua azienda?
Perché non si sente defraudato, maltrattato?
Perché non cerca vendetta, ma solo come continuare a rendersi utile?
Queste domande mi perseguitano.
Gregorio non si limita a cambiare le regole: cambia il gioco.
Forse di lui non capisco molte cose proprio perché è un uomo del futuro, anticipa una condizione umana in arrivo ma ancora imperscrutabile.
Forse è ‘l’Uomo con Qualità’, per opporlo al modello che ha fatto scuola fin qui”.

Lo scenario in cui si svolge la storia è descritto così:

“Per tutto il periodo invernale l’azienda fu impegnata in ogni ruolo nel difficile lavoro di ripresa economica e competitiva.
Crescere, senza sosta, a qualunque costo: era questo l’imperativo dell’epoca.
L’industria si era già impadronita dell’artigianato, il terziario dei lavori manuali.
Ora la finanza soggiogava ogni cosa.
Società senza addetti, senza cespiti, senza storia, cominciavano a scalare le borse mondiali.
A leggere i giornali, pareva che un nuovo mondo, splendente e invincibile, attendesse chi era pronto a lasciare la realtà per il miraggio del virtuale.
Ciò che veniva davvero fatto, davvero pensato, prodotto nella realtà, aveva sempre meno importanza.
Per un’impresa enorme, abituata alla vecchia economia, non era facile restare a galla”.

La trama racconta che una giornalista, belloccia, di un importante quotidiano, riesca ad ottenere un’intervista da un lavoratore di tale azienda che, ammaliato dalla pulzella, si ‘sbottona’ e racconta cose interne, dal suo punto di vista, sul clima che si respira in azienda.
Il giorno successivo, venne pubblicato con una pagina intera, con un box sulla situazione economica ed un aggiornato organigramma.
Panico !
Il protagonista, Gregorio, venne, tra gli altri, accusato…

“Sei stato tu? gli chiese senza indugio.
A fare che? rispose Gregorio.
L’articolo. Dove hanno preso queste informazioni? Non vedi come sono precise? rispose Sansa.
In effetti era tutto vero, anche se descritto con una cronaca secca e serrata che dava al lettore il senso del diario di una guerriglia con tanto di giusti – pochi, deboli e male armati, che stavano per crollare – e di cattivi – forti e crudeli, che stavano per sferrare il colpo di grazia.
I sindacati erano al settimo cielo.
[…]
Erano tutti pronti a farsi intervistare.
Il Paese, intanto, reagiva a quello scoop.
Si parlava di manifestazione nazionale di solidarietà, di impegno della società civile contro la protervia del capitale.
Quando Gregorio ebbe finito di leggere aggrottò le sopracciglia.
Non gli piaceva quell’articolo.
Quella storia di astio e rivendicazioni non era la loro storia.
Sì, forse era la vicenda di qualcuno che da anni conduceva il suo braccio di ferro con la proprietà, ma lui non si ritrovava.
La giornalista non ha capito cos’è veramente una lotta, commentò tra sé sconsolato.
[…]
I sindacati volevano soffiare sul fuoco.
Si vissero ore di tensione furibonda, in cui si rischiò di realizzare in pratica quello che l’articolo aveva descritto per pura immaginazione.
Fu Tresci a escogitare la contromisura risolutiva.
Corse a parlare con il direttore delle relazioni esterne, una dirigente sui quarant’anni vispa e ben introdotta nell’ambiente dei media.
Insieme cercarono Gregorio, ancora in riunione per gestire l’emergenza.
Una contro-intervista, Gregorio. E’ l’unica possibilità.
No, rispose Gregorio dopo aver guardato per qualche minuto oltre la vetrata, in televisione.
Quando le telecamere si accesero e Gregorio vide solo riflettori nei suoi occhi, ebbe più di un istante di perplessità.
Poi cominciò a parlare con calma, rispondendo con toni da monastero al ritmo serrato delle domande.
Nessuna reazione e nessun attacco, solo una quieta versione dei fatti, che erano radicalmente diversi da quelli che tutti si attendevano.
Ma insomma, lei è una vittima del sistema o no? sbottò a un certo punto il conduttore.
No. Il sistema è la nostra immagine riflessa. Quel che avviene siamo noi, rispose Gregorio.
Che vuole dire? Si spieghi meglio, gli urlò il giornalista, preoccupato di quel moderato buonsenso. L’intervista gli stava sfuggendo di mano.
Lei è sicuro che la paghino il giusto? rispose Gregorio.
Che diavolo c’entra, si stizzì il conduttore.
Dico che, per quanto mi sforzi, non riesco a vedere oltre le responsabilità personali.
I dipendenti che cercano con un accomodamento con le proprie incapacità, siano più responsabili dei loro mali del padrone iniquo che glieli infligge.
Quanto valgono le sue idee? Più o meno quello che producono? Per chi è positivo il suo lavoro? Non sarà che l’intuizione di questa sua fortunata trasmissione è di qualcuno che lavora nel suo staff e che guadagna un decimo di lei?
Il giornalista rimase interdetto e Gregorio fece una breve pausa, distraendosi con gli occhi verso il fondale nero dello studio.
Poi puntò il suo sguardo magnetico e sereno verso la telecamera, restò pochi istanti in silenzio, infine riprese con una calma irreale.
E’ sulle idee che si deve lavorare.
Non serve nessuna scrivania per essere utili. E’ più facile averne una e essere inutili, concluse lui.
Sì, ma la carriera… il ruolo che uno ha conquistato… lo stpendio, tornò alla carica, stremato, l’intervistatore.
Tutte cose talmente interne al capitale da giustificarlo.
Una rivendicazione, per essere credibile, deve essere promossa da uomini partecipi, liberi, che sono già cambiati.
Senza creatività non può esserci scontro di classe, declamò con una scioltezza che stupì lui stesso per primo.
Poi concluse: si ricordi. Se la lotta è per lo stipendio è una lotta destinata alla sconfitta. Se la lotta è per la felicità non ha molto a che fare con i soldi. Una scrivania è un problema psicologico, non sindacale. Che in mezzo ci siano il lavoro, una busta paga… è un dettaglio, Qui, quello che conta è divertirsi un po’.
Non seppe capire, nei giorni seguenti, dove avesse trovato quegli argomenti e quella sicumera da filosofo sociale.
La sua cultura in merito non era da buttar via, ma ai saggi aveva sempre preferito i romanzi e la poesia, costruendosi, semmai, un passaporto per qualche dialogo letterario e qualche film impegnato.
La serenità e la mancanza di incertezze sul proprio ruolo di uomo libero doveva averle generate senza accorgersene negli anni di impegno giornaliero apparentemente integrato, o negli itinerari disordinati attraverso gli uffici.
La perdita delle garanzie aveva offerto nuovi spazi alla curiosità.
Lei sbaglia perché vuole attribuire le colpe, aveva detto al giornalista con tono quasi condiscendente. Lei vuole impossessarsi della ragione presunta, vuole essere dalla parte giusta, cioè la parte opposta al nemico. Ma il nemico non è di là. E’ qui. Contano solo i comportamenti.
L’intervista si era conclusa quasi per sfinimento.
Mi creda i nemici non esistono, e comunque non sono fuori di noi.
Siamo tutti dalla stessa parte, aveva spiegato all’intervistatore, nel dopo trasmissione, cingendogli le spalle con un braccio, come per consolarlo.
Il risultato fu sorprendente, la puntata ebbe un picco di audience da talk-show, e sulla rete polverizzò ogni record di visualizzazioni.
La mattina dopo il titolo dell’azienda fu sospeso per eccesso di rialzo.
Il presidente e il direttore del personale gli inviarono una nota di ringraziamento per quella sua difesa leale.
Lui rispose con perplessità e fermezza.
Non vedo perché mi dobbiate ringraziare.
L’azienda che ho difeso non è la vostra”.

Grazie a coloro che hanno letto fin qui;
il testo, contiene comunque una morale.
Ognuno la trovi e se la adatti come meglio crede…

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𝓘𝓛 𝓡𝓘𝓖𝓔𝓣𝓣𝓞 𝓓𝓘 𝓠𝓤𝓔𝓢𝓣𝓞 𝓜𝓞𝓝𝓓𝓞 𝓝𝓞𝓝 𝓢𝓔𝓡𝓥𝓘𝓡𝓐’ 𝓐 𝓡𝓘𝓟𝓡𝓔𝓝𝓓𝓔𝓡𝓒𝓔𝓛𝓞


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sulla pagina Fb di   Diego Cugia di Sant’Orsola  c’è questo post;

ve lo trascrivo testualmente e vi invito a leggerlo, non aggiungo nulla, ne commento ne immagini …

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𝓘𝓛 𝓡𝓘𝓖𝓔𝓣𝓣𝓞 𝓓𝓘 𝓠𝓤𝓔𝓢𝓣𝓞 𝓜𝓞𝓝𝓓𝓞
𝓝𝓞𝓝 𝓢𝓔𝓡𝓥𝓘𝓡𝓐’ 𝓐 𝓡𝓘𝓟𝓡𝓔𝓝𝓓𝓔𝓡𝓒𝓔𝓛𝓞

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Il voto sulla Brexit, l’elezione di Trump, i trionfi della Le Pen e di Farage, delle destre nazionaliste e di quelli che alzano muri e rivogliono la monetina di mammà, così come la protesta dei 5 Stelle con il No alla “schiforma”, sono fenomeni diversi ma con una matrice comune: il rifiuto delle leadership colpevoli di averci impoverito, l’odio per le élites e per chiunque in odore di potere si è arricchito a nostro danno.
Paradossalmente, se la globalizzazione ci avesse migliorato il tenore di vita, quelle perfide élites ci sarebbero andate benone.
Se siamo qui a protestare, quindi, non ci trovo alcuna dignità, nessuna vera ribellione, ma è solo per una schifosa questione di soldi.
Non siamo Che Guevara ma servi.
Avremmo voluto continuare a consumare come e meglio di prima ma i padroni vecchi e nuovi non ce lo permettono più.
Mentre un terzo degli italiani non hanno più modo di guadagnarsi da vivere, il tempo di protestare, per quanto mi riguarda, è finito come tutti i giochi infantili, non faccio l’interesse del capoccione di turno che “divide et impera”, del colpa tua colpa mia, non ne posso più.
Questo è il tempo della rivolta senza chiacchiere, di mantenersi freddi.
E la rivolta è trovare soluzioni.
La prima rivolta di tutte: ridurre la disuguaglianza finanziaria.
E impedire che una intera generazione sia mandata al macero.
A chi dice «Non ti riconosco più ti sei suicidato», rispondo «Sei tu a esserti suicidato, fratello, non oggi ma vent’anni fa quando alla radio ti dicevo svegliati, ribellati, evadi dalla tua Alcatraz, osa, prima che sia troppo tardi.
Adesso che ti senti abbandonato dai tuoi padroni che vuoi da me?
Prenditela con te stesso».
Io non mi sono abbandonato, so stare da solo, vivo con poco o niente, cerco fantastiche soluzioni per campare e il mio cuore è con chi non ce la fa perché è disoccupato, malato, vecchio o discriminato, per cui trovo stucchevole sbavare di rabbia e mandare affanculo il sistema solo perché ti sei accorto in ritardo che il sistema può fare alla grande a meno di te.
Questo lo sapevo già trent’anni fa.
Così come oggi so che il rigetto di questo mondo non servirà a riprendercelo.
Ma se non sai pensare, se non sai neanche che vita stai facendo, se non studi, non leggi, non t’impegni, se non t’inventi qualcosa, puoi pure gridare “Morirete tutti” sotto palazzo Chigi, ma è probabile che lascerai questa terra prima tu di Alfano.
La situazione attuale è questa (la sintetizza bene il fisico Stephen Hawking in un articolo per “The Guardian” oggi ripreso da “Repubblica”).

«L’automatizzazione delle fabbriche ha già decimato l’occupazione nell’industria tradizionale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale probabilmente allargherà questa distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie, lasciando in vita solo i lavori di assistenza personale, i ruoli più creativi o le mansioni di supervisione. Tutto questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica, che già si sta allargando in tutto il mondo.
Internet, e le piattaforme che rende possibili, consentono a gruppi molto ristretti di persone di ricavare profitti enormi con un numero di dipendenti ridottissimo.
È inevitabile, è il progresso: ma è anche socialmente distruttivo».

Il grande fisico teorico, che si considera parte di quella élite chiusa nella sua torre d’avorio (faccio notare che la torre d’avorio è la sua carrozzella) conclude che “è indispensabile che i leader mondiali riconoscano che hanno fallito e che stanno tradendo le aspettative della maggior parte delle persone”.
Sarebbe bellissimo, dubito però che i leader mondiali, ma anche quelli regionali o locali, o il mio amministratore di condominio, lo faranno mai.
Hawking, infine, come Papa Bergoglio, invita le leadership “all’umiltà”.
Umiltà?
Certo, prova a chiedere a Donald e Melania Trump, ma anche a Sergio Marchionne o al direttore della tua banca se vengono a cena con te da Miss Pizza Centocelle, e vedi dove ti mandano.
Ma puoi anche chiederlo a caso a uno dei rivoluzionari de’noantri che sputano giudizi e sentenze contro tutto e tutti qui su Facebook.
All’umiltà ci si arriva dopo aver attraversato il deserto in silenzio e da soli.
Prima di fare riforme bisogna aver saputo riformare se stessi.
Ma costa fatica e non ti paga nessuno.
Continua pure a dare le colpe agli altri, fratello, non credo otterrai molto. Gli altri -quei pochi e sempre più ricchi- continueranno a mangiarti sulla testa.

𝕦𝕟𝕒 ℙ𝕆𝕊𝕊𝕀𝔹𝕀𝕃𝕀𝕋𝔸’ 𝕟𝕠𝕟 𝕖’ 𝕦𝕟 𝔻𝕀ℝ𝕀𝕋𝕋𝕆


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Questo scritto è permeato da una grande verità naturale che viene però negata dall’imperante antropocentrismo radicato nella maggioranza degli Uomini;
il posto nel Mondo per loro è dovuto, un diritto ereditario della razza umana;
ma così nella realtà non è !!!

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“Si deve imparare dalla Natura.
L’uomo è anche un organismo.
La quercia fa molte ghiande, ma la possibilità di diventare alberi esiste solo per poche di loro.
La stessa cosa accade all’uomo; molti nascono, ma solo pochi crescono.
La gente pensa che questo sia uno spreco, che la Natura sprechi.
Non è così.
Il resto diventa fertilizzante, ritorna nella terra e crea possibilità per un maggior numero di ghiande, di uomini, di alberi… per un maggior numero di uomini autentici.
La Natura dà sempre, ma dà solo possibilità.
Per diventare una vera quercia o un vero uomo, si deve fare sforzo.”

(Fritz Peters – La Mia Fanciullezza Con Gurdjieff)

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( tratta dalla pagina FB di  Realtà, inganno e manipolazione )

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𝓰𝓵𝓲 𝓐𝓵𝓫𝓮𝓻𝓲 𝓮 𝓵𝓪 𝓥𝓲𝓽𝓪


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Nella composizione del commento precedente (ricercando le illustrazioni a corredo) mi sono casualmente imbattuto in alcune immagini che ho archiviato nell’intento di farne un post (questo) che tratta un argomento a me caro e più volte già trattato in passato;
ovviamente reiterare tale messaggio non potrà che far bene, considerato che l’Uomo nulla sta facendo nel concreto per risolvere uno dei principali propri problemi;
eh si … è un problema dell’umanità perché ci riguarda tutti, nessuno escluso, anche se peserà in maniera molto più distruttiva sugli Uomini ancora NON nati …

Il tema si evince dal titolo ma le immagini le inserisco senza ulteriori commenti … parlano da sole …

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𝕻𝖆𝖚𝖗𝖆 & 𝕮𝖔𝖗𝖆𝖌𝖌𝖎𝖔


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La riflessione di oggi parte dalla visione d’insieme che la società cosiddetta civilizzata (ma sarà poi così vero che lo sia?) ci offre quotidianamente: condizionata dalla globalizzazione e dalla logica del “ricavo” ad ogni costo, stereotipata all’inverosimile, sempre più materiale e sempre meno spirituale dove le COSE prevalgono e sostituiscono le EMOZIONI, dove l’AVERE predomina sempre più sull’ESSERE.
Talmente civilizzata ma EGOISTA (aggiungo io) da preferire il ricavo a scapito della stessa sopravvivenza del genere umano !!!
Ma quali possono essere le soluzioni ?
Una ce la propone un amico che già abbiamo conosciuto;

Adesso basta

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il contributo è tratto dal libro ADESSO BASTA di Simone Perotti.
Leggete con attenzione cogliendo il concetto, che è valido per qualsiasi sia la situazione di partenza, ma che può essere applicato SOLO da chi, a livello introspettivo, ha preliminarmente chiarito a se stesso cosa vuole fare da ‘grande’, cioè cosa vuole ‘essere’.

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Capitolo    FORZA E CORAGGIO

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“Un altro bello strumento per imparare i rudimenti della solitudine è smettere di compiere gesti che non hanno senso.
Smettiamola di andare nei posti dove non vogliamo andare, dove sappiamo bene che staremo male.
Tagliamo i ponti con le persone con cui non abbiamo niente da dirci.
Se non abbiamo niente da dirci che cosa le incontriamo a fare?
Potiamo l’albero, che a vederlo da lontano sembra dotato di una folta chioma, ma da vicino rivela tutti i suoi rami secchi.
L’igiene comportamentale, la pulizia psicologica fanno parte di questo processo. *Ma se taglio i ponti con la gente poi resto solo!* Appunto! Meglio soli che a perdere tempo prezioso con gente che non ha niente a che fare con noi.

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Perseguiamo l’autenticità anziché la necessità.
Questa va ridotta, quella va ricercata.
Quello che avviene di autentico non potrà mai essere peggiore di ciò che accade per necessità.
[…]
Abbiamo fatto un passo enorme!
Per tutta la vita non ci siamo posti mai o quasi mai o solo sporadicamente queste domande, e non abbiamo tentato mai di esercitarci in questa direzione… ora invece lo facciamo, ci proviamo.
Eccoci sulla strada giusta, dove il tempo speso renderà qualcosa, dove le fatiche e le sconfitte serviranno a vincere più avanti, dove la nostra vita ha un suo senso originale, perché accadono cose che servono a noi, a costruire un progetto nostro.
Qualcosa che ci renda anche più dignitosi e interessanti per gli altri (magari non tutti, anzi…).
La tentazione di considerare questo percorso come inutile, troppo lungo, troppo difficile, con scarse possibilità di successo, è una dinamica molto nota agli psicologi.

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Si chiama ‘paura’.

Come quando ci rifiutavamo di studiare matematica perché ritenevamo la cosa inadatta a noi.
Eravamo convinti di non essere ‘portati’.
Non era vero, ma ne eravamo convinti.
Lo stesso fanno i pazienti dagli analisti dopo una decina di sedute: ci si avvicina sempre di più al nocciolo, al punto dolente, che li chiamerà in causa, invocherà sforzi e lavoro, e loro scappano, non vanno più alle sedute, perché hanno paura.
Fa sempre terrore il cambiamento, perché nessuno gradisce rischiare nuovi insuccessi e si accontenta ben volentieri di quelli che ha già.
Ma qui occorre coraggio, almeno un po’ di coraggio e speranza.
Se ci sta a cuore arrivare in fondo ed essere liberi, allora ci vuole un po’ di coraggio e mettersi sulla strada.

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La parola chiave di questo millennio è: ‘coraggio’, qualcosa che l’uomo ha sempre dovuto tirare fuori per districarsi dai suoi guai, per affrontare la giornata.
Il sistema in cui viviamo ci ha protetti così bene da renderci schiavi volontari, perché ci chiede il coraggio di affrontare la vita quotidiana, ma non ci chiede il vero coraggio, quello di scegliere, di cambiare, di assumere su di noi le responsabilità della nostra storia dicendo no allo stereotipo più in voga.
Anzi, lo abolisce questo coraggio, lo addormenta, e ci garantisce che se stiamo alle regole tutto filerà liscio, senza che noi si debba agire o mettere sottosopra la nostra vita.
A questo punto ho un sospetto.
E cioè che nel pensiero di smettere di lavorare e cambiare vita vi preoccupiate solo di come risolvere il problema dei soldi.
Addio al lavoro, addio allo stipendio.
La tentazione quindi è di considerare queste pagine come una premessa inessenziale al vero problema, quello sì serio e apparentemente irrisolvibile, del denaro.

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*Tutte belle chiacchiere, bravo.
Ma tanto il problema è quello di campare senza stipendio*.
I soldi sono il penultimo, il terzultimo problema che abbiamo.
Chi ci mette in guardia sul tema denaro quando gli parliamo di cambiare vita, non sa ciò di cui sta parlando, è un pessimo consigliere.
Prima c’è ben altro.
Affrontare la solitudine, ad esempio.
A pensarci bene, però, questa è solo la metà della mela.
Come non patirla, come capirla, vincerla ecc.
L’altra metà è che tipo di relazione abbiamo con noi stessi.

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Un conto è non patire, un conto è farci qualcosa con noi stessi.
Insomma si può essere in equilibrio senza star male, ma ben altra cosa è essere motivati, viversi come un’opportunità, essere creativi, energetici, pieni di vita, in grado di andare incontro al destino serenamente,  se non magari a petto avanti.
[…]
Però un fatto è piuttosto verificabile e diffuso: quando pensiamo a noi e alla nostra vita, abbiamo sempre paura che le cose vadano storte, o di non essere all’altezza.
Neanche di quello che facciamo, figuriamoci di quel che potremmo fare domani.
L’idea stessa di non fare più il nostro attuale mestiere ma di tentarne altri, vivere di altre mille piccole occupazioni, ci atterrisce.

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*Ma io non sono capace di fare questo o quello!*
Siamo tutti degli ‘incapaci senza prova’, senza dimostrazione, giacché ci definiamo tali senza mai esserci messi al banco.
[…]
Facciamoci queste domande: quante cose abbiamo provato a fare?
Quante potremmo farne?
Quante, studiando, applicandoci, verrebbero fuori bellissime.

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Ognuno di noi ha un mucchio di risorse, molte di più di quel che pensa, testando le quali può scoprire una parte impensata della propria vita, tutta giocata in positivo, tutta fatta di opportunità.

La solitudine comincia a cedere e la vita si può riempire di sorprese”.

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