L’ALIENAZIONE


§

Tra i ‘pensatori’ più citati, spesso a vanvera, degli ultimi cent’anni possiamo annoverare Karl Marx; tanti lo invocano ma pochi, se non pochissimi, lo hanno letto.

1224

E, quanti conoscono la figura di Engels, ispiratore e mecenate dello stesso Marx.
Quanto sanno che Engels era il figlio di un ricchissimo industriale tessile, mandato a Manchester per dirigere una delle ‘loro’ fabbriche.
Uno nato e cresciuto agiatamente e quindi teoricamente senza nessun problema pratico (avrebbe potuto diventare un Lapo Elkann, o un Marzotto qualsiasi).
Cosa lo spinse a una ‘rivoluzione’ interiore, e prendere coscienza del lavoro minorile, dello sfruttamento esagerato degli operai, delle paghe infime che permettevano SOLO la sopravvivenza?

La coscienza? L’Intelligenza? La lungimiranza?

1158

Traggo da

I CLASSICI DEL PENSIERO SOCIOLOGICO

un capitoletto che riguarda Marx e il suo pensiero sociologico.

Leggete con attenzione e poi provate a compararlo con quello che hanno cercato di farci credere i pensatori di cui sopra;

§

1225

Capitolo:    L’ALIENAZIONE

“La storia dell’umanità presentava, secondo Marx, un duplice aspetto: era ad un tempo la storia dell’uomo che realizza un crescente controllo sulla natura e la storia della sua progressiva alienazione.
L’alienazione si può definire come una condizione nella quale gli uomini sono dominati da forze che essi stessi hanno creato e che si contrappongono loro come forze alienate.
In tutti gli scritti filosofici e giovanili di Marx, tale concetto occupa una posizione centrale, ma esso ispira, sebbene non più come problema filosofico ma come fenomeno sociale, anche le sue opere successive.
L’interrogativo del giovane Marx consisteva nel chiedersi in quali circostanze gli uomini tendano a proiettare su oggetti che sfuggono al loro controllo i propri poteri e valori, e quali siano la cause sociali di questo fenomeno.
Marx riteneva che tutte le principali istituzioni della società capitalistica, come la religione, lo stato, l’economia politica, avessero alla base una condizione di alienazione, i cui molteplici aspetti erano inoltre tra loro interdipendenti.

1226

*L’alienazione è la pratica dell’espropriazione.
Come l’uomo, fino a che è schiavo del pregiudizio religioso (aggiungerei anche politico ndr), sa oggettivare il proprio essere soltanto facendone un ‘estraneo’ essere fantastico, così sotto il dominio del bisogno egoistico egli può operare, praticamente produrre oggetti, soltanto ponendo i propri prodotti, come la propria attività, sotto il dominio di un essere estraneo, e conferendo ad essi il significato di un essere estraneo: il denaro.
Il denaro è l’essenza, estraniata dall’uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, e egli l’adora.
Lo stato è il mediatore tra l’uomo e la libertà dell’uomo.
Come Cristo è il mediatore che l’uomo carica di tutta la sua divinità, di tutto il suo ‘pregiudizio religioso’, così lo Stato è il mediatore nel quale egli trasferisce tutta la sua mondanità, la sua spregiudicatezza umana*: (cit. SULLA QUESTIONE EBRAICA – Marx & Engels)

1223

L’alienazione è dunque presente nell’uomo in tutte le istituzioni nelle quali si trova irretito.
Tuttavia l’alienazione sul luogo del lavoro ha, per Marx, un’importanza fondamentale, giacché egli considerava l’uomo soprattutto come ‘homo faber’, l’uomo in quanto produttore.
*L’importante nella Fenomenologia hegeliana… è dunque che Hegel intende l’autoprodursi dell’uomo come un processo… che egli dunque coglie l’essenza del ‘lavoro’ e concepisce l’uomo oggettivo… come risultato del proprio lavoro* (cit. MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI – Marx – 1844).

Con il capitalismo, l’alienazione economica, a differenza delle altre forme di alienazione, non interessa soltanto le menti degli uomini, ma tutte le loro attività quotidiane.
L’alienazione religiosa come tale si produce soltanto nel dominio della ‘coscienza’, dell’interno dell’uomo, l’alienazione economica è l’alienazione della ‘vita reale’ e la sua soppressione abbraccia quindi ambo i lati (ibidem).

1227

Nel mondo del lavoro l’alienazione si sostanzia in quattro aspetti.
L’uomo si aliena:
a) dagli oggetti che produce,
b) dal processo di produzione,
c) da se stesso,
d) dalla comunità dei propri simili.

*L’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come in ‘ente estraneo’, come una potenza ‘indipendente’ dal producente… quanto più il lavoratore si consuma nel lavoro, tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede* (ibidem).
Alienato dagli oggetti del proprio lavoro e dal processo di produzione, l’uomo è anche alienato da se stesso, nel senso che non può sviluppare i molteplici aspetti della sua personalità:

1228

*Il lavoro resta ‘esterno’ al lavoratore-operaio, cioè non appartiene al suo essere; il lavoratore-operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega… Il lavoratore-operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro e fuori di sé nel lavoro.
In esso, egli non appartiene a sé, bensì a un altro* (ibidem)
Infine, l’uomo alienato è anche alienato dalla comunità umana, dalla sua ‘specie’: *lo straniarsi dell’uomo dall’uomo.
Quando l’uomo sta di fronte a se stesso. egli sta di fronte ‘l’altro’ uomo.
Ciò che vale del rapporto dell’uomo al suo lavoro, al prodotto del suo lavoro e a se stesso, ciò vale del rapporto dall’uomo all’altro uomo… il dire che la sua essenza specifica è estraniata dall’uomo significa che un uomo è estraniato dall’altro, come ognuno di essi dall’essenza umana* (ibidem)

§

1229

A Marx sarebbero piaciuti i versi del poeta A.E. Housman:
*Io, estraneo ed impaurito, in un mondo da me non costruito*.
Solo che Marx avrebbe sostituito l’ *Io* del poeta con un *Noi*.”

§

Ora provate a ripensare questo enigma (la cui risposta è di una semplicità disarmante per una mente libera veramente, irrisolvibile invece per il resto della massa dalla mente “incatenata”) :

“l’Uomo lavora per vivere oppure vive per lavorare ???”

Io penso che una sola sia la risposta esatta ma nella realtà dell’Uomo moderno trovi posto ormai solo quella sbagliata …

§

 

Verso l’Oclocrazia


§

mi faccio aiutare da Wikipedia:

POLITICA (da Politiké): che attiene alla polis, la città stato, ovvero la comunità, con sottinteso Téchne (arte o tecnica).
Per estensione: arte che attiene alla città-stato.

1220

ARISTOCRAZIA (da Aristoi): si intende il governo da parte degli uomini più adatti (i migliori) in contrapposizione alla sua corruzione: OLIGARCHIA (da Oligoi = pochi) ovvero il governo di alcuni, non necessariamente i migliori.
C’è un’ulteriore degenerazione, visibile in gran parte del nostro paese, l’OCLOCRAZIA, cioè il governo da parte della feccia del popolo è alla mercé di volizioni delle masse. .
Per quanto riguarda l’Aristocrazia l’abitudine di svuotare le parole del loro etimo e significato originale, ha fatto sì che la parola sia usata per indicare il ceto dei nobili, anziché una forma di governo.

1221

Un importante economista del secolo scorso, Joseph Schumpeter, fu tragicamente profetico: parlando di ‘distruzione creatrice’, cercava di metterci sull’avviso che le invenzioni tecnologiche avrebbero ‘distrutto’ i modelli in uso, per crearne di nuovi, ‘teoricamente’ al servizio della gente, ma solo se quest’ultima fosse stata in grado di ‘comprendere’ e di trasformarsi a sua volta.
Qualcosa è andato storto: la gente si è accontentata di un fatuo progresso fatto di giocattolini, degni di essere esposti all’Expo nel padiglione del superfluo; dagli aristoi siamo così passati agli oligarchi, con il rischio sempre più evidente della deriva oclocratica.

1222

L’intelligenza umana, quando si esprime con generosità e onestà, fa crescere la consapevolezza della gente, anziché relegarla nel recinto contenente pregiudizi, preconcetti e ignavia.
Le famose ‘croste ideologiche’ che hanno, a lungo, anche oggi, impedito un naturale progresso delle idee, e delle trasformazioni delle società necessarie per comprendere e gestire i tumultuosi cambiamenti, tecnologici soprattutto, che investono la modernità, e il suo (teoricamente) logico obiettivo: il progresso.
E tutti gli pseudo intellettuali nel frattempo, cosa facevano?
Contribuivano quasi tutti al disfacimento sopra descritto non meritandosi di essere comparati a coloro che li avevano preceduti che sono stati di ben altro spessore;

Lo spettacolo della società moderna (squallido, a dir poco, e sconfortante) non è che la logica conseguenza di tutto quanto detto;
le farneticazioni verbali che ci piovono in casa attraverso la TV, i proclami disattesi, le promesse sempre infrante, il malaffare diffuso, la burocrazia paralizzante, fanno da triste corollario alle nostre giornate tutte pateticamente uguali;
una tragedia spacciata per commedia con dei guitti come interpreti.
… E qualcuno, assiso sul vertice della “piramide”, gongola …

§