SocioDialettica


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nato_devilpartiamo oggi per la nostra discussione da questa citazione :

“La sociologia non è propriamente una scienza, è più un’osservazione logica-empirica dei comportamenti umani, inseriti in modelli di società che, in teoria, dovrebbero strutturarsi autonomamente (creando le comunità), ma che, con l’avvento dei media e della tecnologia, alleate alla psicologia deviata (leggi Bernays), hanno dato vita a modelli sociali che vengono costruiti a tavolino, dai vari potentati che, piaccia o non piaccia, stanno saccheggiando il pianeta e depredando i suoi abitanti, molti dei quali inconsapevoli, idiotamente partecipano garruli al ‘gioco’ del mors tua, vita mea.
I sociologi, quelli che evidentemente hanno studiato i fenomeni senza essere al soldo di nessuno, hanno lasciato eredità importanti per chi ha saputo leggerli interpretandoli correttamente.”

Ho già postato qualcosa riguardante la sociologia ed ora vorrei poter utilizzare un termine abbastanza desueto che è “superfetare” che deriva dal latino (“concepire di nuovo”), composto dall’avverbio super (qui con il valore di “oltre, in più”) e dal verbo appunto fetare …

vi chiederete perché?

Ma proprio per continuare il discorso precedente sui sociologi (quelli “liberi”) che con una ulteriore “fecondazione” culturale hanno arricchito il pensiero preesistente non con aggiunte superflue ma con integrazioni feconde; è chiaro, che bisogna avere però la capacità (e non è da tutti) di stabilire cosa è fecondo e cosa è superfluo.

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Pertanto, oggi, proseguo questo tipo di discorso, presentandovi Georg Simmel (1858-1918) altro “padre” della sociologia che ha influenzato gran parte della intellighentia europea, e molti intellettuali della “cosiddetta” odierna sinistra.

Per farvelo conoscere meglio ecco una ulteriore citazione :

“A grandi linee, la sua idea prevede l’esistenza di una sostanziale continuità tra natura e società; il processo sociale, anche se dotato di una maggiore complessità, veniva considerato qualitativamente analogo a quello biologico (una specie di darwinismo sociologico, per intenderci).
Per Simmel, il mondo della natura (Natur) e il mondo della cultura (Kultur) riguardavano realtà essenzialmente diverse.
Per sviluppare il suo pensiero in contrapposizione ad altri, era necessaria la ‘dialettica’ (consuetudine che si sta perdendo).”

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All’uopo traggo da :

I CLASSICI DEL PENSIERO SOCIOLOGICO

di Lewis A. Coser il testo che vi trascrivo preso dal capitolo :

IL METODO DIALETTICO NELLA SOCIOLOGIA DI SIMMEL

“Tutta la sociologia di Simmel è pervasa da una tensione dialettica che mira a porre in evidenza l’interconnessione dinamica e i conflitti sempre presenti tra le diverse unità sociali che egli analizza; in tutta la sua opera Simmel si sforza di sottolineare nel rapporto individuo-società sia i fattori di coesione sia quelli di disgregazione, Egli considera gli individui come prodotti della società, come anelli di uno stesso processo sociale; per quanto l’intero contenuto della vita *possa essere completamente spiegato in base agli antecedenti sociali e alle relazioni reciproche, dev’essere contemporaneamente considerato sotto la categoria della vita individuale, come esperienza vissuta dall’individuo e interamente orientata verso di esso*.

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Secondo Simmel, l’individuo socializzato si colloca sempre in una duplice posizione nei confronti della società: è incorporato in essa e tuttavia le si oppone.
L’individuo è, al tempo stesso, entro la società e fuori da essa; un essere per essa e un essere per sé: *La sua esistenza non è soltanto parzialmente sociale e parzialmente individuale, in una divisione di contenuti, ma si colloca sotto la categoria fondamentale, formativa, non ulteriormente riducibile di un’unità che non possiamo esprimere altrimenti che mediante la sintesi e la contemporaneità delle due determinazioni logicamente contrapposte dell’essere membro della società e dell’essere per sé, dell’essere prodotto e compreso dalla società e del vivere in base al proprio centro e per il proprio centro*.

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L’individuo è determinato ma al tempo stesso è determinante; è modellato, ma al tempo stesso si autorealizza.
Entrare a far parte di un insieme di relazioni sociali costituisce l’inevitabile destino dell’uomo, ma ciò crea al tempo stesso un impedimento alla sua realizzazione; la società consente il sorgere dell’individualità e della autonomia, ma al tempo stesso vi contrappone ostacoli.
Le forme della vita sociale si imprimono sui singoli permettendo una piena realizzazione dell’essere umano, ma, al tempo stesso, ne sviliscono e imprigionano la personalità riducendo la libera espressione della spontaneità.
Soltanto nelle forme istituzionali e attraverso di esse l’uomo può conseguire la libertà, ma al tempo stesso la sua libertà è sempre compromessa da tali forme istituzionali.
Per Simmel, il rapporto sociale implica sempre armonia e conflitto, attrazione e repulsione, amore e odio: infatti le relazioni sociali sono caratterizzate da un rapporto ambivalente.
[…]

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Simmel sosteneva che nella realtà empirica non potrebbe esistere alcun gruppo interamente armonico: esso non potrebbe prendere parte a nessun processo vitale, sarebbe incapace di mutamento e di sviluppo.
Inoltre Simmel sottolineava che è ingenuo considerare negative quelle forze che causano conflitto e positive quelle che determinano il consenso.
Per esempio, senza le ‘valvole di sicurezza’ che permettono ai partecipanti di ‘diminuire la pressione’, molte relazioni sociali non potrebbero durare.
Il rapporto sociale è sempre il risultato di ambedue le categorie di interazione: entrambe sono elementi positivi in quanto danno una struttura tutte le relazioni sociali e conferiscono loro una forma duratura.
Simmel faceva una netta distinzione tra l’apparenza e la realtà sociale: così, anche se una relazione conflittuale può essere giudicata dai partecipanti e dagli osservatori esterni in modo completamente negativo, cionondimeno l’analisi di essa rivela l’esistenza di latenti aspetti positivi.
[…]

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E’ fondamentale riconoscere, sosteneva Simmel, che il conflitto sociale implica necessariamente un’azione reciproca, e quindi esso è basato sul coinvolgimento reciproco delle parti e non su un’imposizione unilaterale.
Il conflitto può servire per scaricare atteggiamenti e sentimenti negativi, ma esso rappresenta un modo per creare altre possibili relazioni e può condurre al rafforzamento della posizione di una o di più parti del rapporto, così da accrescere l’opinione e la stima che l’individuo ha di se stesso.
Poiché il conflitto consente il rafforzamento dei legami esistenti o l’instaurazione di nuovi legami, può considerarsi una forza costruttiva piuttosto che distruttiva”.
In tutta la sua opera, Simmel considerò le azioni sociali di un individuo non in se stesse, ma in relazione alle azioni degli altri individui , a strutture e a processi particolari: nel suo famoso capitolo sulla Sopra e Sotto ordinazione mostra come il dominio non si basa sull’imposizione unilaterale del subordinato dal parte del sopraordinato, ma implica una azione reciproca.

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Ciò che appare come estrinsecazione di un potere assoluto da parte degli uni e di acquiescenza da parte degli altri è ingannevole: il potere *nasconde un’azione reciproca, uno scambio di influenze che muta la pura unilateralità della sovra-ordinazione e della subordinazione in una forma sociologica*.
Così l’azione dei sopraordinati non può essere compresa senza il riferimento ai subordinati, e viceversa: l’azione degli uni può essere analizzata soltanto con riferimento all’azione degli altri, poiché entrambi sono parte di un sistema di interazione che li vincola.
I tentativi di analisi dell’azione sociale senza tale riferimento sarebbero stati rifiutati da Simmel in quanto esempi di ciò che egli chiama *l’errore del separare* “.

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In questo testo mi pare che di “superfetazione” se ne osservi parecchia …

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in barba a tutti i discorsi che veleggiano via etere per giungere nelle nostre case, fuoriuscire dalle nostre TV per confondere e manipolare le nostre menti non più abituate alla ricerca della analisi e della sintesi di ciò che si ode;
i pensieri oggi sono fatalmente “deboli” e generano discorsi vacui dove prevale chi alza di più la voce, discorsi imperniati sul nulla atti a promuovere la propria idea o posizione (che non trova praticamente mai dei riscontri oggettivi nella realtà);
I pensieri oggi sono deboli a causa della pochezza delle menti che li generano, espressione delle personalità di troppi che, non avendo argomenti, idee, riferimenti culturali ‘solidi’, si limitano a criticare e/o distruggere ogni forma, anche solo accennata, di intelligenza che sia in grado di ‘superfetare’, creare o fecondare nuovamente pensieri e strutture, grandi eredità del passato;

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le persone vengono attratte oggi dalle “risse verbali” ma non comprendono che sono fatte proprio per confondere loro le percezioni;
i pensieri oggi circolanti stanno minando la struttura stessa di società civile ma senza che nessuno se ne renda conto o faccia nulla per protestare;
con la scusa di correggere gli errori del passato si sta rubando loro il futuro narcotizzando il loro presente …

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CRISTIANESIMO E SOCIETA’


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La lettura che state iniziando leggendo queste mie parole sarà non proprio “breve”, quindi vi ringrazio sin d’ora se la porterete a termine;
in questi ultimi tempi abbiamo avuto modo di parlare di temi importanti quali verità, conoscenza e comunicazione;

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avremmo migliaia di possibilità diverse per trovare esempi di cattivo uso delle parole e dei fatti, nei nostri politicanti ma anche nella società;
la grande maggioranza delle persone ormai ha nel proprio DNA una enorme quantità di difetti di vario genere e ben poche virtù; lo sport preferito è il salto sul carro (del vincitore) e la corsa ad inseguimento (delle mode e del superfluo);

la verità, la spontaneità e l’onestà intellettuale sono ormai per molti degli optional costosi e non necessari.

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La società moderna è il regno dei luoghi comuni, dell’ipocrisia, della furbizia, dell’incoerenza ed, in ultima analisi, della menzogna;

E’ il regno delle maschere esibite come fossero volti credibili !

Eppure ci sono delle verità che sono tali al 100% per la maggioranza delle persone e sulle quali si può invece evidenziare pensieri difformi, ma nonostante ciò degni di considerazione;

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una delle maggiori difficoltà nella comunicazione può effettivamente derivare dall’interpretazione delle parole, quindi può capitare di non capire per un proprio errore di valutazione;
ma quando un certo tipo di comunicazione è radicata da millenni di informazioni diciamo “pilotate” ecco che il dogma diviene verità assoluta, indiscutibile ed al di sopra di ogni prova contraria;
solo una lucida e libera capacità di analisi può consentire di formarsi una opinione che non sia quella del “gregge”;

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un capitoletto, molto interessante, nel libro CRISTO E/O MACHIAVELLI di Giuseppe Prezzolini ci fa capire come una opinione ben radicata, una verità indiscussa, possa essere invece discussa se si possiedono i necessari strumenti culturali;
i risultati potrebbero essere sorprendenti per molti;
questa capacità di analisi ed una adeguata base culturale sono ormai un corredo di pochi; chi non lo possiede (e sono molti, troppi) è impegnato a predicare bene e razzolare male, a millantare i propri pensieri, a mostrare la propria maschera, a seguire le mode, ad essere agiti anziché agire, a sopravvivere anziché vivere …

Dato l’argomento non inserirò (dopo la prossima) delle immagini (difficili da abbinare)

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“Debbo moltissimo a un libro che fu pubblicato nel 1956 e uscito in seconda edizione nel 1968:
CRISTIANESIMO E SOCIETA’
di Guido Fassò.

Gli devo non dirò ‘l’ ‘apertura’ ma la ‘conferma’ dotta, serena, eppure appassionata, di un punto di vista importante: cioè che il messaggio cristiano, come appare dalle testimonianze di Gesù, di san Paolo e dei loro commentatori dei primi secoli, riguarda soltanto la vita spirituale degli individui ‘senza ombra di programma sociale e politico’.
Nei Vangeli, l’amore per il prossimo non vuol dire ‘filantropia’ o rivendicazione economica, bensì ‘amore di Dio’ (per tutto quello che vuol significare per ognuno ndr), e il termine ‘giustizia’ si riferisce non a una virtù sociale ma alla santità (idem come sopra ndr); e il suo appello è interamente irrazionale.
Il cristianesimo è una rivoluzione, ma soltanto in quanto allontana i cuori degli uomini dal mondo per chiamarli a Dio.
Che abbia avuto e possa avere conseguenze sulle leggi e sui precetti mondani non significa che abbia in sé un ‘messaggio sociale’.
La tesi che riassumo cercando di tenermi fedele all’originale, si trovano in questo libro appoggiate da una ‘alta filologia’ tenuta al corrente dalla produzione critica e accompagnata dalla conoscenza dei testi filosofici (da Agostino a Kant e a Bergson).
E’ un libro di prim’ordine per chi sia disposto a sentire idee difformi da quelle correnti.
Per dare un esempio: Gesù nega il valore del nucleo elementare della società, ossia la famiglia:
*Non solo a chi gli annunzia che sua madre e i suoi fratelli stanno cercandolo, Gesù risponde di non aver altra madre ed altri fratelli che coloro che fanno la volontà del Padre che sta nei cieli*
(Marco 3, 33-35 – Matteo 12, 46-50 – Luca 8, 19.21).
Ma ammonisce i seguaci che chi ama il padre e la madre più di lui non è degno di lui…
*Io son venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, e la nuora dalla suocera* (Marco 10, 35-37 – Luca 13, 53 ecc.).
Gesù cita, ma non approva o disapprova, i rapporti finanziari derivanti dal riconoscimento del diritto di proprietà; ed è noto che la ‘schiavitù’ stessa… non è affatto condannata come istituto giuridico.
I primi testi del cristianesimo accennano ad essa come cosa naturale e comune in quanto cosa del mondo. (Matteo 18, 25)
Ciò che Gesù condanna non è un determinato ordinamento sociale:
è l’attaccamento ai beni di questo mondo, di qualunque natura siano.
Sono del demonio (Luca 12, 13-34 – Matteo 16, 19-34 ).
La struttura familiare, economico-sociale, politica non ha importanza per lui se non in quanto costituisce per l’uomo un ostacolo che rende più difficile, o impossibile, il Regno Celeste.
Gesù è quindi il grande avversario della ‘legalità ebraica’ e dispregiatore di ‘tutti i valori sociali’.
Gesù domanda agli uomini la ‘santità’; e si può essere santi anche da schiavi. Quello che vuol ottenere dai discepoli è la ‘trasformazione individuale’.
Non chiede il miglioramenti della loro posizione sociale.
Ora, da questa descrizione esattissima del mondo cristiano primitivo come si è arrivati al mondo del cattolicesimo?
Senza indicare una data precisa si può dire che la conoscenza e la voga di Aristotele si compia (XII sec.) la penetrazione del mondo etico-romano-pagano in quello cristiano.
Più di cinquanta anni prima del Fassò, io segnalavo nel CATTOLICESIMO ROSSO che il Vangelo non proclamava un cristianesimo ‘a scartamento ridotto’ e che i suoi insegnamenti erano: lasciare il padre e la madre, portare la guerra e non la pace, adoperare la frusta e la spada, minacciare castighi orribili, e che l’ideale cristiano aveva un ‘vigore antisociale’ e ‘finalità antipratiche’, ossia non giuridiche, ed era tutto fatto di vita interna perché nemico di quello che dà valore alla terra, ossia del commercio, della generazione, del sesso, dei godimenti, del potere, ecc.
Queste affermazioni, coincidenti con con alcune del Fassò, non erano, prima di tutto, assodate e costruite sopra una lettura di testi religiosi e filosofici, ma lanciate piuttosto da un intuito che da un sapere storico.
Però io andavo anche più in là del Fassò, in quanto mi pareva di trovare nel destino del cristianesimo, diventato cattolicesimo, una legge o direi oggi ‘un seguito di strutture’ che si trova dovunque un ideale appare ad una minoranza di uomini scelti e acquistando popolarità si attenua, si corrode, si adatta e entra nelle vie di mezzo.
Fassò ha visto che il cristianesimo dei primi tempi vagheggiava un ideale di ‘società anarchica’ (e qui dovrebbe risultare chiaro il concetto di ‘impeccabilità’, indispensabile in una società anarchica, ndr).
Verissimo e giustissimo.
Ma con un ideale anarchico non si fonda nessuna società; ed appena il cristianesimo diventò una società e i suoi seguaci non videro più arrivare il Regno dei Cieli promesso, la società dovette prendere per sopravvivere una forma giuridica e adattarsi sia alle eredità del passato sia ai bisogni dell’avvenire.
Secondo me, però, il grande merito della Chiesa cattolica fu quello di conservare sempre dentro di sé la possibilità, per piccoli gruppi, di ‘rimanere’ fedele alla ‘santità’.
Una società di ‘santi’ è impossibile.
Il mondo non la permetterebbe.
La Chiesa, perdendo l’ingenua fede nel suo ‘corpo mistico’, e accettando in silenzio il fatto che il suo ‘corpo’ non era più tanto ‘mistico’ bensì ‘politico’, non pose molti ostacoli a quelli che volevano vivere veramente la vita evangelica; sebbene anche essi, come l’esempio di san Francesco – vero anarchico – lo prova, non poterono dilatarsi troppo.
Il cristianesimo che guarda soltanto al cielo, e si compone di uomini uniti in una stessa fiamma che attinge Iddio, esiste in pochi momenti e in pochi esemplari.
Non ci sono ‘popoli cristiani’; i ‘popoli’ hanno vissuto su per giù allo stesso modo: attaccati alla terra, al potere e alla proprietà, al successo e al sesso, al guadagno e all’orgoglio.
Non sono mai esistiti ‘Stati cristiani’: tutti hanno obbedito alle leggi della politica di cui Machiavelli fu lo scopritore.
Ci sono stati ‘cristiani’ che erano principi, e Stati che si dicevano cattolici, ma gli uomini quali la storia di tutti i tempi ce li mostra agirono, uniti in società, come se fossero stati pagani.
Fassò ha avuto molto coraggio nell’intitolare uno dei capitoli più belli del suo libro: *Perché non possiamo dirci cristiani*; è una bellissima risposta a uno dei più celebri scritti di Benedetto Croce (perché non possiamo non dirci cristiani ndr).
Bisogna ignorare che cosa fu il cristianesimo per sottoscrivere alle parole incaute del Croce.
Non basta una certa gentilezza d’animo, una sorta di cavalleria nelle maniere sociali, la commozione della pietà umana e il prestigio delle beneficenze, per dirsi cristiani”.

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Ora vi domando : è stata scalfita qualche vostra granitica certezza ???

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