Il “Dubbio” … (prima parte)


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Nonostante il titolo l’argomento principale di questo commento (e soprattutto del contributo che essendo lungo vi posterò a puntate   😉   ) riguarda i preconcetti ed i pregiudizi;
sono quelli che ci fanno osservare le cose attraverso una lento deformante che ci porta poi a conclusioni a volte errate o comunque condizionate;
l’Autore rivede i propri punti di vista su determinati argomenti senza peraltro sconfessare il proprio impianto di base (perché assolutamente onesto intellettualmente);

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Cartesio definiva il dubbio una esplorazione al fine di fugare ogni dubbio (Filosofia Analitica), una ricerca, una indagine dotta non certo paragonabile al relativismo odierno dedito solo a contrapporsi al pensiero altrui magari senza argomentazioni appena appena valide (Filosofia Ignorante o forse meglio d’accatto);

allora per riuscire ad “unire i puntini” facciamoci aiutare da un logico matematico, abituato alle analisi … chi è in grado di fare meglio ?

da:      IL MIO PENSIERO      il capitolo che estrapolo è tratto dal libro:
LA MIA VITA IN FILOSOFIA      (1959) di Bertrand Russell

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TEORIA DELLA CONOSCENZA

“Al principio di questo lavoro non avevo delle convinzioni determinate, ma solo un certo bagaglio di massime e di pregiudizi.
Lessi in lungo e in largo, alla fine scoprii, come mi era successo con le letture che avevano preceduto I PRINCIPI DELLA MATEMATICA (un’altra delle sue opere ndr), che gran parte di quanto avevo letto era irrilevante ai miei fini.
Fra i pregiudizi coi quali ero partito, ne devo elencare sei tra i più importanti:

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PRIMO

Mi sembrava desiderabile insistere sulla continuità tra mente animale e mente umana.
Ritenevo sensato protestare contro le interpretazioni intellettualistiche del comportamento animale ed ero ampiamente d’accordo con queste proteste, però pensavo che i metodi adottati per l’interpretazione del comportamento animale sono utilizzabili, in misura molto maggiore di quanto non si ammetta comunemente, nell’interpretazione di quello che negli esseri umani sarebbe considerato ‘pensiero’ o ‘conoscenza’ o ‘inferenza’.
Questo preconcetto mi indusse a leggere moltissimo sulla psicologia animale.
Scoprii, con un certo divertimento, che in questo campo vi erano due scuole, i cui più notevoli rappresentanti erano Thorndike in America e Kohler in Germania.
Sembrava che gli animali si comportassero sempre in un modo che evidenziava la correttezza della filosofia seguita dall’uomo che li osservava.
[…]

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Quello che m’importava era come facevano gli animali a imparare. Gli animali osservati dagli americani si agitavano freneticamente finché non arrivavano per caso alla soluzione. Gli animali osservati dai tedeschi si mettevano tranquillamente a sedere e si grattavano la testa fino a tirar fuori la soluzione dall’intimo della loro coscienza.
Io credo che tutti e due i gruppi di osservazione siano pienamente attendibili e che quello che un animale fa dipenda dal tipo di problema di fronte al quale lo mettete.
Il risultato effettivo delle mie letture in argomento fu di rendermi guardingo nell’ampliare una teoria qualsiasi oltre i confini della regione entro la quale era confermata l’osservazione.
Vi era una regione nella quale esisteva un importante corpo di conoscenze esatte e sperimentali.

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Si trattava del campo delle osservazioni di Pavlov sui riflessi condizionati dei cani.
Questi esperimenti conducevano a una filosofia chiamata ‘behaviourismo’, la quale è stata molto di moda (lo è ancora, usata da pubblicitari, dal marketing e dai politici ndr).
Il succo di questa filosofia è che in psicologia dobbiamo affidarci esclusivamente alle osservazioni esterne e non accogliere mai dati la cui prova è esclusivamente derivata dall’introspezione.
Nella mia qualità di filosofo, non ho mai avuto alcuna tendenza ad accettare questo modo di concepire le cose, però lo consideravo valido quale metodo da seguirsi il più a fondo possibile.
Stabilii in anticipo che lo avrei portato il più avanti possibile, pur rimanendo persuaso che aveva dei limiti molto ben definiti.

SECONDO
Al pregiudizio a favore del metodo behaviouristico si accompagnava un altro pregiudizio a favore delle spiegazioni in termini fisici, tutte le volte che fosse stato possibile.

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Sono stato sempre profondamente convinto che, da un punto di vista cosmico, la vita e l’esperienza siano di scarsa importanza sotto l’aspetto causale, Il mondo dell’astronomia domina la mia immaginazione o io sono perfettamente cosciente dell’estrema piccolezza del nostro pianeta in confronto ai sistemi delle galassie. (Un altro spinoziano … ndr)
Leggendo FOUNDATION OF MATHEMATICS di Ramsey, in particolare le sue conclusioni: *L’umanità, che riempie il primo piano delle mie rappresentazioni, io la trovo interessante e in complesso ammirevole* è una pagima che esprime quello che io NON sento.
Sui sentimenti non si discute e io non pretendo neppure per un istante che il mio modo di sentire sia migliore di quello di Ramsey, però è immensamente differente.

Io provo una ben scarsa soddisfazione nel contemplare la razza umana e le sue follie.

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Non posso mettere come Kant, la legge morale sullo stesso piano del cielo stellato.
Il tentativo di umanizzare il cosmo che fa da sottofondo a quella filosofia che si autodefinisce ‘idealismo’ mi riesce sgradito indipendentemente dalla questione se sia vera o falsa.
Non ho voglia di pensare che il mondo salti fuori dalle elucubrazioni di Hegel e neppure da quelle del suo Celeste Prototipo.
In qualsiasi soggetto di studio empirico, io mi attendo, anche se non con assoluta fiducia, che una comprensione integrale ridurrà le più importanti leggi causali a quelle della fisica, ma, là dove la materia è molto complessa, dubito della realizzabilità di tale riduzione.”

(segue)

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