Solitudine e Creazione


§

“Oggi mi sento solo …”
quante volte l’avrete detto o sentito dire, gran “brutta bestia” la solitudine, eh già …;
ma siamo realmente convinti che sia proprio così ?

975

Ormai siamo abituati ad associare mentalmente la parola solitudine con stereotipate e negative immagini di isolamento, lontananza, abbandono, emarginazione …
ma la solitudine non è solo questo, può essere anche una pausa rigenerante di riflessione personale, di dialogo intimo con se stessi, di dialogo con il proprio passato, con il proprio presente, con il proprio futuro;
un momento di interconnessione con la Madre Terra per una necessaria “ricarica” alla stregua di quello che facciamo con il cellulare quando lo connettiamo ad una presa di corrente per ricaricarne la batteria …

sull’argomento vi allego un contributo tratto da un libro di cui ho già parlato:

740

GRAMMATICHE DELLA CREAZIONE da cui traggo questo stralcio:

“*The Chamelion darkens in the shade of him who bends over it to ascertain its color.
In like manner, but with yet a greater caution, ought we to think respecting a tranquil habit of inward life, considered as a spiritual ‘Sense’. as the Medial Organ in and by which our Peace wirh God. and the lively Working of His Grace
on our Spirit, are perceived by us.*

§

964

(Il camaleonte si scurisce nell’ombra di colui che si china su di lui per osservarne i colori.
In modo simile, ma con cautela ancora ma, maggiore dovremmo pensare, attenendoci a un modo di vita interiore quieto, considerato come un Senso spirituale, come l’Organo Mediatore nel quale e attraverso il quale percepiamo la nostra pace con Dio e il vivido operato della sua Grazia sul nostro Spirito. – ndt)

Samuel Taylor Coleridge

965

Va notata l’allusione cruciale a un ‘Senso spirituale’ in relazione con le forze vitali (lively) che abbiamo in noi.
Qualche riga sotto Coleridge invoca *the darkness of desertion* (la tenebra dell’abbandono).
La posta in gioco è la fragilità del creativo in noi, la facilità micidiale con la quale ci accomiatiamo dal nostro io creativo, il quale, a sua volta, è incentrato su quell’oasi di tranquillità oggi così difficili da raggiungere.
Ma adesso, ogni lessico simile, così come le configurazioni della psiche umana da esso elaborate, sono diventati obsoleti.

967

La solitudine e la privacy sono affini al silenzio.
Il loro ruolo determinante nell’atelier del creatore è intuitivamente convincente ma, di nuovo, difficile da dimostrare.
Anche qui due livelli sono impliciti: l’empirico e l’interiorizzato.
Nelle nostre società la solitudine è diventata più rara, anzi più sospetta.
E’ insistente la tendenza all’ethos comunitario, al coinvolgimento e alla vita collettiva
La folla sarà forse, come si dice, luogo di isolamento, ma rimane sempre una folla.

969

Una paura dell’isolamento, un’incapacità di viverlo in modo produttivo, ossessiona i giovani (e non solo ndr).
La musica di fondo incomincia automaticamente quando si chiude la porta dell’ascensore nei grattacieli americani, per evitare la minaccia dei momenti di silenzio.
La democrazia e i consumi di massa, con i loro ideali di conformità, di accettazione e di approvazione da parte del ‘gruppo dei pari’, condannano la solitudine.
La sensibilità diversa, il ‘loner’ (solitario) nel pensiero e nella visione, esprimono il dissenso più rivelatore dalle collettività democratiche e populiste e dal potere della maggioranza.

968

Nella solitudine è presente un’aristocrazia naturale, un rifiuto dell’appartenenza.
Questo rifiuto d’immischiarsi con il ‘profanum et vulgus’ conferisce la sua luminosità ‘da vetta di montagna’ a un linguaggio filosofico che va da Eraclito a Spinoza, Nietzsche e Wittengstein.
Certe vette poetiche, Holderlin per esempio, sarebbero impossibili altrimenti. Tuttavia, se c’è un solo cambiamento di percezione o di abitudine che si avvicini a definire la modernità, è lo sgretolamento sempre più rapido della solitudine e della privacy da essa consentito.

970

Ezra Pound lo aveva previsto: *una franchezza senza precedenti*, una *volgarità sgargiante* dovute all’esposizione persino delle relazioni umane più intime. Quale riparo c’è oggi dal voyeurismo, dal desiderio di rivelazioni sugli altri e su se stessi che alimenta letteralmente gli appetiti dei media e del loro pubblico?
Non c’è campo, né erotico né finanziario né medico né familiare che venga risparmiato (un’invasione pericolosissima per le democrazie parlamentari, poiché allontana dalla vita pubblica e dalla sua messa a nudo le personalità più dotate e più complesse della comunità).

971

Ma non è necessario origliare o usare teleobiettivi nascosti. La confessione, lo spogliarello del sé, la pubblicazione con particolari vividi delle attività diurne e notturne vengono offerte volontariamente, con entusiasmo.
La macchina fotografica dei paparazzi, il questionario del ricercatore in sociologia, la cimice elettronica e l’orecchio dello psicanalista, anche se diversi per la tecnica e il contesto, si sommano in un mostruoso spettacolo di quiz.
Una sovrabbondanza di confessioni letterarie e di indiscrezioni esibizionistiche satura l’atmosfera.

972

Così viviamo nella camera d’eco del pettegolezzo sterminato, un confessionale collegato ad altoparlanti. Nella sua esigenza di ‘libertà d’informazione’ – un’esigenza spesso legittima – la democrazia populista deve svalutare la privacy. Lo spirito veramente indipendente, il custode della gravità silenziosa che chiamiamo ‘segreto’, il cui esempio supremo per Kierkegaard era Antigone, sono cospiratori.
In breve: è difficile immaginare dove e con quale autorizzazione, nel cyberspazio, la solitudine e la privacy troveranno un luogo per respirare.
Questo collasso di un ‘ancien régime’ di solitudine e riserbo (‘pudeur’ è diventato intraducibile nel linguaggio attuale), così come la distruzione del silenzio, colpisce le risorse creative interiori.

973

Le fantasie cabalistiche affermano che l’attacco di creazione di Dio fu provocato da una solitudine così assoluta da esserGli diventata insopportabile.
E’ da una solitudine tesa e dai suoi poteri, poi risvegliati, che il facitore popola le proprie percezioni e ricognizioni, dove ‘popola’ include anche le strutture tonali del compositore e le forme ‘generate’ dall’artista. E’ essenziale questa germinazione dalla solitudine e dal riparo del sé.
Conferisce al subconscio il suo diritto di accesso, i suoi ricevitori e, per così dire, le sue torri di guardia che gli consentono di percepire ciò che è anteriore alle fenomenologie visuali e auditive.

966

Come possiamo vedere nel Riccardo II di Shakespeare che lo esprime in modo memorabile:

*And for because the world is populous,
And here is not a creature but myself,
I cannot do it. Yet I’ll hammer it out.
My brain I’ll prove the female to my soul,
My soul the father. and these two beget
A generation of still-breeding thoughts:
And these same thoughts people this little world..*

§

974

(E siccome il mondo è pieno di gente/E qui non c’è anima viva, fuori che me/Non posso farlo. Pure continua a battere su quel chiodo./La mia immaginazione farà da femmina al mio spirito,/Il mio spirito è il maschio, e fra tutti e due concepiranno/Una generazione di pensieri prolifici/E saranno essi a popolare questo microcosmo… ndt).

§

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