Realtà, Verità e Finzioni …


§

837
Dialettica …
Dal greco διαλεκτικὴ (τέχνη), propr. «arte dialogica».
In senso generico significa l’arte del dialogare, del discutere, intesa come tecnica e abilità di presentare gli argomenti adatti a dimostrare un assunto, a persuadere un interlocutore, a far trionfare il proprio punto di vista su quello dell’antagonista.
In senso più specifico, il termine e il concetto di διαλεκτικὴ τέχνη risale al sec. 5° a.C., a quell’ambiente socratico in cui il metodo del κατὰ βραχὺ διαλέγεσϑαι, cioè del «discutere per brevi domande e risposte», fu contrapposto al sistema sofistico del µακρὸς λόγος cioè del «lungo discorso», con cui l’oratore, adoperando ininterrottamente la sua forza di persuasione, mirava a convincere chi ascoltava.

(da Treccani.it)

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Parliamo di qualcosa di prettamente “umano”, sconosciuto ed inusuale tra gli animali dove il “convincere” gli altri è perseguito normalmente mediante l’uso della forza;
parliamo altresì di qualcosa al di fuori della portata di tutti che necessita della fattiva collaborazione di altre componenti quali la conoscenza, l’attitudine, una almeno minima base culturale ed oratoria, l’abilità e così via;
ma perché si deve “convincere” gli altri ? I motivi sono ben spiegati nella descrizione su citata ma la correttezza e la bontà di tali motivi non è sempre la medesima, ovviamente; possono essere più o meno leciti, trasparenti, nobili;

Il contributo odierno tratto dalle pagine di una nostra vecchia conoscenza è un gran bell’esempio di “dialettica ai massimi livelli” che, oltre a far riflettere sull’argomento trattato, ci fornisce una utile pietra di paragone essendo un sublime modo di esprimere il proprio pensiero :

ad argomento si risponde argomentando, senza pretendere di avere la “ragione” a prescindere oppure per chissà quale meriti acquisiti. Si può sempre imparare qualcosa, quando l’interlocutore e “all’altezza” del ragionamento sul quale si discute;

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Tratto da:
CARO PAPA TI SCRIVO
di Piergiorgio Odifreddi

Capitolo
UNA REALTA’ MOLTE FINZIONI

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“Il Credo costituisce una ben precisa dichiarazione di fede, i cui dettagli separano coloro che la professano, oltre che dai citati unitari, binatari, anche dagli ariani e adozionisti, dagli gnostici e dai manichei, dai catari e dagli albigesi, e così via.
Noi naturalmente non arriveremo a discutere di questi dettagli, perché le nostre strade divergeranno ben prima.
Ma, forse, non così presto come ci si potrebbe aspettare: anche un ateo dichiarato può infatti ritrovarsi, pur mantenendo le proprie convinzioni, a percorrere un buon tratto di strada comune con Lei.
A cominciare dall’analisi logica della parola “credere”, che ovviamente costituisce il cardine di una professione di fede che viene appunto chiamata Credo.
L’intero suo libro (Introduzione al Cristianesimo ndr) può essere letto come un tentativo di argomentare che le credenze nel Credo sono, allo stesso tempo, giustificate razionalmente e vere fattualmente.
Soffermiamoci anzitutto su questa concezione “trinitaria” della fede, che unisce fra loro credenza, giustificazione e verità.

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Naturalmente, non ci sarebbe bisogno di argomentare nulla se le credenze fossero sempre giustificate e vere.
Sappiamo invece che non è affatto così, perché i tre aspetti hanno a che fare con tre realtà mutuamente distinte fra loro: la verità con il mondo, la giustificabilità con la logica e la credenza con la coscienza.
Ed esse si possono combinare in otto modi possibili, tutti realizzabili e qualcuno sorprendente.
L’osservazione più ovvia è che le credenze non sono necessariamente né giustificate, né vere.
In linea di principio, infatti, una credenza è vera solo se descrive uno stato di cose, ed è giustificata solo se ammette motivazioni razionali.
E le superstizioni, tanto per fare un esempio, sono credenze spesso false, e mai giustificate: se no, non sarebbero superstizioni. (Lo stesso si potrebbe dire della fiducia che noi accordiamo a qualcuno o a qualcosa, senza poi verificare la veridicità, nei fatti, sia della persona che della cosa ndr).
Meno ovvia è invece l’osservazione che ci possono essere credenze giustificate e vere, che ciò nonostante non forniscono conoscenza.

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E’ infatti possibile che una giustificazione corretta porti a una verità per motivi sbagliati, provocando situazioni che si possono descrivere come “aver ragione pur avendo torto”, o “aver torto pur avendo ragione”, a seconda che si ponga l’accento sulla verità, o sulla giustificazione.
In Logica, questa situazione è conosciuta come “paradosso di Gettier”, dal nome del filosofo Edmund Gettier che la discusse in un articolo del 1963 intitolato “La credenza giustificata e vera è conoscenza?”

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Ma già Platone aveva notato, nel TEETETO, che un giudice può credere all’innocenza di un imputato innocente sulla base di una difesa fatta da un avvocato così bravo che sarebbe riuscito a convincere il giudice dell’innocenza anche di un imputato colpevole.
Con un esempio ancora più semplice, chiunque può credere alle tre del pomeriggio che sono le tre, sulla base di un orologio che in genere è affidabile, ma che in quel momento è per caso fermo alle tre.
Queste situazioni sono però, appunto paradossali.
Di norma, le credenze giustificate e vere forniscono invece conoscenza, e per questo è così importante cercarle e trovarle.
Ovviamente, l’ambito in cui le si trovano più copiosamente è la matematica, a causa del carattere deduttivo e necessario del suo metodo logico.
Nella scienza, invece, le credenze sono sempre giustificate, sulla base dell’osservazione, ma possono anche essere false, a causa del carattere solo induttivo e probabilistico del metodo scientifico.
[…]

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*La paroletta “credo” ci suggerisce che l’uomo non considera il vedere, l’udire e il toccare come la totalità delle cose che lo riguardano, che non ritiene fissati i limiti del suo mondo solo da quanto può vedere e toccare, ma cerca una seconda forma di accesso alla realtà, forma alla quale dà appunto il nome di fede, trovando addirittura in essa l’apertura più decisiva della sua visuale mondana.* (papa Ratzinger).

La perplessità, se non lo sconcerto, derivano dal fatto che questa definizione sembra restringere la credenza religiosa, e per Lei addirittura la credenza “tout court”, a quelle che si potrebbero chiamare “percezioni extrasensoriali” o “esperienze paranormali”.

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Il che, da un lato, potrà anche essere necessario, quando si ha a che fare con un ambito che non a caso si chiama “l’altro mondo”, o “l’aldilà”.
Ma, dall’altro lato, è sicuramente un motivo sufficiente per far suonare sospetto l’intero discorso a certe orecchie, comprese le mie.
Dire poi, come Lei continua, che la fede *designa l’opzione che ciò che non può essere visto, quello che non può assolutamente entrare nel nostro raggio visivo, non è affatto l’irreale, ma anzi è l’autentica realtà* (ibid.), è estremamente rischioso.

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Si configura infatti come un’esplicita negazione del principio di realtà: negazione che è caratteristica di quella malattia psichiatrica che, nel 1845 Ernst von Feuchtersleben definì come “psicosi”. […]
Lungi da me l’accettare acriticamente le teorie, o anche solo i detti o i termini, della psicoanalisi e della psichiatria.
Rimane però il rischio che, quando ci si imbarca dalla terraferma della tautologica “realtà reale”, e si parte per navigare verso i lidi ignoti dell’ossimorica “realtà virtuale”, nella migliore delle ipotesi si finisca per incagliarsi sulle secche del “fantasy”, e nella peggiore per naufragare sugli scogli della metafisica.

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Di nuovo, non stupisce che Jorge Luis Borges abbia argutamente sentenziato, a sua volta che “la teologia è un ramo della letteratura fantastica”.

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