il DENTRO ed il FUORI


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Questi ultimi giorni hanno acuito in me alcune considerazioni di carattere generale ma maggiormente focalizzate sul mondo dei social che tutti noi (se leggete siete qui con me 😉 ) utilizziamo, più o meno consapevoli che i rapporti interpersonali instaurati tramite tastiere celino possibili mistificazioni, inganni, sotterfugi, mascheramenti …

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per fortuna tali comportamenti non sono la normalità ma l’eccezione (per quanto sia possibile che percentualmente sia anche “importante”);
però il rischio rimane e si può incappare in interlocutori che mistificano se stessi e non solo tramite l’uso di nomi di fantasia o, come a volte succede, addirittura con maschi che si firmano e si spacciano per donne o viceversa;
conosco un “Pinco Pallo” di Roma (il vero nome non è questo … ma sapete … c’è la privacy) che so per certo che non si chiama Pinco Pallo e non è di Roma …

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Da tutto ciò deriva la necessità di “ponderare” e “valutare” bene chi ci si trova davanti (in video   😉  ) tenendo sempre, in un angolo della mente, in funzione, un campanellino d’allarme;

Vi chiederete perché sto dicendo queste cose … semplicemente per introdurre un contributo di oggi

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contributo che ci ricorda che in ogni uomo o donna esiste un “dentro” ed un “fuori”, un “essere” ed un “apparire” e che queste “essenze” (più o meno sviluppate nella direzione “positiva” piuttosto che nell’altra) sono fondamentali : molto più importante ESSERE che AVERE nella vita e dobbiamo constatare che l’essere è multiforme;

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Da:    AFORISMI SULLA SAGGEZZA DEL VIVERE
di Arthur Schopenhauer

Capitolo:   DI QUELLO CHE UNO E’

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“Abbiamo constatato, per linee generali, come quello che uno è contribuisca alla sua felicità assai più di quanto egli ‘possieda’ o di quello che ‘rappresenta’. Ciò che conta è sempre quello che uno è e quindi quello che ha in se stesso: perché la sua individualità lo accompagna sempre e dovunque, e tutto ciò che egli sperimenta ne porta l’impronta.
In tutto e per tutto egli gode principalmente se stesso: questo vale per i godimenti fisici, ma ancor più per quelli spirituali.
E quindi assai indovinata l’espressione inglese ‘to enjoy one’s self”. Si dice ad esempio, ‘he enjoy himself at Paris’, quindi non ‘egli gode Parigi’, bensì ‘egli gode se stesso a Parigi’.

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Ma se l’individualità è di natura scadente, tutti i godimenti sono come dei vini squisiti in una bocca cosparsa di fiele.
Per conseguenza, nel bene come nel male – a parte le disgrazie gravi – conta meno ciò che a un uomo nella vita capita e deve subire di come egli lo sente, quindi il tipo e il livello della sua sensibilità, sotto ogni riguardo.
Ciò che uno è in sé e ha in sé, in breve la sua personalità (una eh, non due o molteplici   🙂   ndr) e il suo valore, è l’unico agente diretto della sua felicità e del suo benessere.
Tutto il resto opera indirettamente, perciò anche il suo effetto può essere vanificato, mentre quello della personalità non lo sarà mai.

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Proprio per questa ragione l’invidia nei confronti di doti personali è la più invincibile, come pure la più accuratamente dissimulata.
Inoltre, soltanto la qualità della coscienza è ciò che dura e persiste, e l’individualità agisce di continuo e senza soste, pressoché in ogni istante; tutto il resto invece agisce solo saltuariamente, in modo fugace, ed è inoltre soggetto a cambiamenti e metamorfosi; perciò Aristotele dice: *Nam natura perennis est, non opes* (la natura è fidata, non le ricchezze).

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Da ciò dipende che noi sopportiamo con più compostezza una disgrazia capitataci per ragioni del tutto esterne piuttosto che una dovuta a nostra colpa; perché il destino può cambiare, ma la nostra natura mai.
Pertanto i beni soggettivi come un carattere nobile, una mente capace, un temperamento gioviale, un animo sereno, un corpo sano e ben fatto, quindi in assoluto ‘mens sana in corpore sano’ (cfr. Giovenale – Satire X,356) sono le cose primarie, le più importanti per la nostra felicità; dovremmo quindi badare assai più al loro sviluppo e alla loro conservazione anziché al possesso di beni materiali e di onori provenienti dall’esterno.
[…]

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Ma per quanto la salute contribuisca alla serenità, così essenziale per renderci felici, la serenità non dipende unicamente dalla salute.
Infatti anche in condizioni di perfetta salute si può avere un temperamento malinconico, uno stato d’animo incline alla tetraggine.
La ragione elementare di questo sta indubbiamente nell’originaria e quindi immutabile costituzione dll’organismo e pecisamente, nella maggioranza dei casi, nel rapporto più o meno normale della sensibilità con l’eccitabilità e il sistema nervoso che presiede alla funzione riproduttiva.
Una anomala preponderanza della sensibilità comporterà un umore instabile con periodi di allegria esagerata e una predominante malinconia.

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Perché anche il genio è condizionato da un eccesso di energia nervosa, dunque di sensibilità, ha perfettamente ragione Aristotele quando osserva che tutti gli uomini eccellenti o superiori sono malinconici.
Senza dubbio è questo il passo che Cicerone aveva presente nel suo giudizio, spesso citato: Aristoteles ait, omnes ingeniosos melancholicos esse (Aristotele dice che tutti gli uomini geniali sono malinconici).

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La grande, congenita diversità dell’umore fondamentale che qui stiamo considerando è stata raffigurata, con grazia fiabesca, da William Shakespeare:

Nature has fram’d strange fellows in her time:
Some that will evermore peep through their eyes,
And laugh, like parrots, at a bag-piper;
And others of such vinegar aspect,
That they’ll not show their teeth in way of smile,
Though Nestor swear the jest be laughable.

(La natura ha prodotto, in certi giorni, esseri curiosi:
alcuni che guardano sempre divertiti coi loro occhietti,
e ridono come pappagalli a un suonatore di cornamusa;
e altri di aspetto acido
che non scoprono i loro denti in un sorriso
neppure se Nestore in persona giurasse che lo scherzo merita il riso)

– Il Mercante di Venezia, sc. I – “

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