De Die in Diem


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Di giorno in giorno …
senza soluzione di continuità, assistiamo alla ripetitiva ed ossessionante sequela di “parole in libertà” che fuoriescono da un elettrodomestico che è nato per uno scopo sociale e ricreativo e che viene utilizzato ormai come una qualunque arma di “distrazione” di massa;
peccato che da “distrazione” a “distruzione” il passo sia più breve di quanto si possa immaginare …
e peccato che tale “apparecchio” oltre i suoni ci mostri anche i volti, ossessivamente sempre gli stessi;
e così ci dobbiamo sorbire quotidianamente le ennesime repliche del vecchio film “scene da un pollaio” …

Questo di cui sto parlando è un ulteriore tassello al discorso sul linguaggio e sull’uso della parola che ho iniziato tempo fa;
la parola dovrebbe semplicemente essere espressione del pensiero mentre viene usata come arma, come specchietto per allodole, come grimaldello etc etc;

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Parlando con un amico dell’argomento mi sono sentito dire :
“la parola dovrebbe “significare”, e in maniera chiara e adeguata,
il “senso” e la “concretezza” del pensato.
E’ sempre così? Direi proprio di no, oggi si procede con il detto e non detto, con la trasversalità del messaggio che vorrebbe portarti su posizioni non
precisate, ma ben chiare e decise da chi questa forma di comunicazione usa.
Alè allora, con la retorica, i sofismi, le discussioni di lana caprina, la violenza verbale, il cercare di far sentire l’altro in condizione di inferiorità, inculcando subdolamente un senso di colpa rispetto alla presunta incapacità di dipanare argomenti complessi che, nell’eventualità, vengono sovraccaricati di cifre, percentuali, doxa, retrospettive, riferimenti storici che non c’entrano nulla, perché non contestualizzati, mistificati,stravolti nella loro origine e manipolati per farli aderire alle “verità” che si vogliono imporre.
L’espressione massima di questa “attitudine” è senza dubbio la politica, quella politicante, ovviamente che ben conosciamo.”

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Saggio il mio amico direi, ha descritto in maniera esaustiva il “pollaio” dai cento galli e dalle mille galline …

Ora discutiamo di un referendum in cui saremo chiamati ad esprimere un voto ma sicuramente gli italiani che non si asterranno (la maggioranza dei quali probabilmente lo farà, sbagliando clamorosamente, per esprimere il proprio dissenso) andranno alle urne per amor di fazione e non certo a causa di “vera informazione e conoscenza” (che dovrebbe essere, da ognuno, autonomamente ricercata);

Al termine assisteremo poi al solito teatrino in cui non c’è mai un “perdente”, perché tutti, in un modo o nell’altro, ne escono “vincitori” …
Il “teatrino” che si sceglie attori, costumisti, addetti alle luci, orchestrina e ballerine. Per altro producendo spettacoli deprimenti.

Sempre più il centro dell’universo “Italia” sono “loro” e sempre meno i “cittadini” !

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Quindi, per queste considerazioni, il contributo di oggi riguarda il VOTO (cosa dovrebbe essere e cosa è diventato, alla faccia del concetti di democrazia).

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il contributo è tratto dal libro:

IL COMPUTER DI DIO
di Piergiorgio Odifreddi

Capitolo:  PARA-DOXA DEL VOTO

“Alle elezioni politiche del 1996 si è arrivati grazie al fallimento dei cosiddetti ‘tavoli delle regole’, che avrebbero dovuto riscrivere la legge elettorale e riformare al sistema parlamentare (ahahahah ndr).
Naturalmente , le discussioni sono ricominciare dopo le elezioni, con la Commissione Bicamerale, nel tentativo di quadrare il cerchio.

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I matematici sanno, però, che il cerchio non è quadrabile: in particolare non lo è quello composta dai due semicerchi di Montecitorio e di Palazzo Madama.

I sistemi elettorali soffrono infatti di svariati paradossi, tra i quali spicca quello del ‘sorite’ (mucchio).
Una sua versione risale a Zenone di Elea, autore del noto bestseller su Achille e la tartaruga: egli chiedeve come mai potesse far rumore, cadendo, un bel mucchio di frumento, se non lo fa alcuno dei grani che lo compongono.
La variante per cui un solo chicco non costituisce ‘un mucchio’ e se si aggiunge a ciò che non è un mucchio un altro chicco non si ottiene così un ‘mucchio’ è attribuita a Eubulide di Mileto.
Nel caso delle elezioni, il ragionamento mostra che il voto di ciascun votante è ininfluente sul risultato finale: non si è mai infatti mai verificato un caso in cui il vincitore abbia vinto per un solo voto di differenza. Le uniche elezioni a cui ha senso scomodarsi a partecipare sarebbero quelle in cui i votanti sono appunto così pochi, che un voto può fare la differenza.

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Un secondo paradosso è specifico del sistema maggioritario, che presenta alla scelta due candidati e due poli. Per illustrarlo più efficacemente lo esprimeremo in termini di gelatai, senza peraltro la minima intenzione di suggerire che i candidati possano essere considerati tali (anche se, a ben pensarci, il paragone non sarebbe a volte così peregrino).
Supponiamo dunque di trovarci su una spiaggia assolata lunga un chilometro, stracolma di bagnanti accaldati, e che arrivino due gelatai a vendere i loro prodotti: per i bagnanti, la loro collocazione più sensata sarebbe che si ponessero a duecentocinquanta metri dagli estremi della spiaggia (cioè a un quarto e a tre quarti), perché in tal modo nessun bagnante dovrebbe fare più di 250 metri per raggiungere il più vicino.
Ma i gelatai ragionano diversamente: a loro conviene porsi il più possibile vicini fra loro per contendersi i bagnanti della zona intermedia, visto che quelli agli estremi andranno in ogni caso a comprare il gelato dal più vicino.
Dal punto di vista dei gelatai, la sistemazione più razionale è dunque che entrambi si situano al centro delle spiaggia: il che è esattamente ciò che fanno i candidati o i poli dei sistemi maggioritari consolidati, che finiscono per risultare indistinguibili nei loro programmi politici.
Ma questo crea, appunto, un paradosso, perché non ha senso scomodarsi a scegliere tra due candidati che propongono lo stesso programma.

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Un terzo paradosso fu trovato nel 1785 dal marchese di Condorcet. e si può illustrare con un esempio pratico: nelle elezioni statunitensi del 1976 Jimmy Carter vinse su Gerald Ford, il quale aveva ottenuto la ‘nomination’ repubblicana vincendo su Ronald Reagan, ma in sondaggi dicevano (e vogliamo forse dubitare dei sondaggi?)
che Reagan avrebbe vinto su Carter (come poi successe effettivamente, benché in condizioni politiche diverse, nel 1980).
Una situazione circolare in cui tre candidati sono in grado di vincere uno sull’altro è ovviamente imbarazzante per un sistema maggioritario, in cui i candidati vengono selezionati due a due in elezioni successive: il vincitore dipende infatti ‘soltanto’ dall’ordine in cui vengono effettuate le votazioni. Per esempio, per far vincere Ford sarebbe bastato far prima la votazione tra Carter e Reagan, e poi la votazione tra il vincitore (Reagan) e Ford.
L’imbarazzo non è comunque così forte da impedire agli statunitensi
di considerare il loro sistema il più democratico dell’universo (o, almeno, del globo), né di introdurre il loro presidente nelle occasioni ufficiali con un roboante ‘Ecco il leader del mondo libero’.
Dimenticandosi, fra l’altro, del fatto che il sistema permette, e questo è già successo in pratica più di una volta, di eleggere alla presidenza il candidato che ha ottenuto il ‘minor’ numero di voti popolari!
Il resto del mondo, italiani compresi, potrà essere però più sensibile alla sostanza che alla forma della democrazia, e domandarsi se è possibile trovare sistemi elettorali che non abbiano problemi come quello degli Stati Uniti.

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La risposta. sfortunatamente negativa, è venura da Kenneth Arrow  (economista, creatore del teorema dell’impossibilità, e altri ndr), che provò nel 1952 un teorema che gli valse il premio Nobel per l’economia.
Esso mostra che non esiste ‘nessun’ sistema elettorale che soddisfi ai seguenti principi:
‘libertà individuale’ (ogni votante può votare per il candidato che preferisce),
‘dipendenza del voto’ (il risultato dell’elezione deve dipendere soltanto dai voti dati, e non da altri fattori),
‘unanimità’ (se un candidato prende tutti i voti, deve vincere)
‘rifiuto della dittatura’ (non ci deve essere nessuno che decida sempre da solo i risultati delle elezioni).

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Il teorema di Arrow è sconvolgente, e mostra che i vari principi che di solito vengono associati alla democrazia non si possono tutti realizzare simultaneamente. Il che spiega le furiose dispute sulle riforme e sulla legge elettorale: poiché i politici sanno benissimo che un sistema veramente democratico non esiste, essi si riducono a cerca di far approvare il sistema che ‘a loro’ conviene maggiormente, incontrando la resistenza degli avversari.”

(Il libro è stato edito nel 2000… premonitore o preveggente ?)

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OLTRE IL NICHILISMO


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proseguiamo a disquisire sull’uso del linguaggio nella diffusione delle notizie e delle idee;
è sotto gli occhi di tutti come vengano usate le parole ed i concetti da media, politici, personaggi vari, ognuno le manipola abilmente pro domo sua, pochi le utilizzano con onestà intellettuale;
comunque di acqua ai “vari mulini” ne viene portata davvero tanta …

Come non notare che le discussioni in TV assomigliano ormai a risse da saloon (o al massimo da pollaio), che il livello culturale scende e si appiattisce sempre più;
e gli spettatori di tale scempio che cosa possono fare, come possono reagire, come possono difendersi ?

Credo che tutti possiammo essere concordi che la situazione attuale è in netta discontinuità con il passato : ogni generazione cercava di operare in modo da lasciare ai propri discendenti un mondo migliore di quello ricevuto … oggi questo non è più una realtà ma una suggestione;

quindi come si può ovviare ?

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con i metodi “tradizionali” non si riesce ad ottenere nulla quindi occorre qualche azione “rivoluzionaria” …
il primo necessario passo consiste proprio in una rivoluzione culturale, non vi è ombra di dubbio !

Allora vediamo cose pensava un filosofo rivoluzionario del pensiero su questo argomento;

il contributo di oggi è tratto dal bellissimo libro    L’UOMO IN RIVOLTA    (1957) di Albert Camus, un altro ‘eroe’ della civiltà che è rimasto inascoltato e avversato, anche da chi, e per ragioni sottaciute, avrebbe dovuto sostenerlo.

Capitolo:    OLTRE IL NICHILISMO

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“Esistono per l’uomo, un’azione e un pensiero possibili a quel livello medio che gli è proprio. Ogni tentativo più ambizioso si rivela contraddittorio. L’assoluto non si consegue e soprattutto non si crea attraverso la storia. La politica non è religione, o allora è inquisizione. Come potrebbe la società definire un assoluto?
Ognuno forse cerca, per tutto, quest’assoluto.
Ma la società e la politica hanno solo il compito di sbrigare gli affari di tutti perché ciascuno abbia il tempo e la libertà di questa ricerca comune. La storia allora non può più esistere innalzata a oggetto di culto. E’ solo un’occasione, che si tratta di rendere feconda con una rivolta vigile.
René Char scrive mirabilmente: *L’ossessione della messe e l’indifferenza alla storia, sono due estremi del mio arco.* Se il tempo della storia non è fatto del tempo della messe, la storia non è infatti che un’ombra fugace e crudele in cui l’uomo non ha più parte.
Chi si dà a questa storia non si dà a niente, ed è a sua volta niente.

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Ma chi si dà al tempo della sua vita, alla casa che difende, alla dignità dei vivi, quegli si dà alla terra e ne riceve la messe che di nuovo si fa seme e nutrimento. Infine, fanno avanzare la storia coloro che sanno, al momento voluto, rivoltarsi anche contro di lei.
Ciò suppone un’immensa tensione e la rattratta serenità di cui parla lo stesso poeta. Ma la vera vita è presente al cuore di questa lacerazione. E’ la lacerazione stessa, lo spirito librato su vulcani di luce, la smania di equità, l’intransigenza estenuante della misura.
Ad echeggiare per noi ai confini di questa lunga avventura ribelle non è qualche formula di ottimismo, di cui non sapremmo che fare all’estremo della nostra sciagura, ma parole di coraggio e d’intelligenza che, vicino al male, sono una stessa virtù.
Oggi, nessuna saggezza può pretendere di dare di più.

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La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L’uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che, i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta.
Nel suo sforzo maggiore, l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo. Ma ingiustizia e sofferenza perdureranno, e, per limitate che siano, non cesseranno di essere scandalo. Il ‘perché’ di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare, l’arte e la rivolta non moriranno se non con l’ultimo uomo,
[…]
La rivolta, con questo, prova ad essere il moto stesso della vita, e non la si può negare senza rinunciare a vivere. Il suo grido più puro, ogni volta, suscita un essere. E’ dunque amore e fecondità, o non è niente.

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La rivoluzione senza onore, la rivoluzione del calcolo che, preferendo un uomo astratto all’uomo di carne, nega l’essere tante volte quante occorrono, mette appunto il risentimento al posto dell’amore.
Non appena la rivolta, dimentica delle sue generose origini, si lascia contaminare dal risentimento, nega la vita, corre alla distruzione e fa alzare la coorte ghignante di quei piccoli ribelli, seme di schiavi, che definiscono per offrirsi, oggi, su tutti i mercati d’Europa, a qualsiasi servitù. Non è più rivolta e rivoluzione, ma rancore e tirannia.
Allora, quando la rivoluzione, in nome della potenza e della storia, si converte in meccanismo omicida e smisurato, diviene sacra un’altra rivolta, in nome della misura e della vita. Siamo a questo estremo.

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In fondo alle tenebre avvertiamo già l’inevitabile luce e non ci resta che lottare perché sia. Al di là del nichilismo, noi, tutti, tra le rovine, prepariamo una rinascita.
Ma pochi lo sanno. E’ già, in realtà, la rivolta, senza pretendere di risolvere tutto, può almeno fronteggiare.
[…]
In quest’ora in cui ognuno di noi deve tendere l’arco per rifare la prova, per conquistare entro e contro la storia, quanto già possiede,
il breve amore di questa terra, nell’ora in cui nasce infine un uomo, bisogna lasciare l’epoca e i suoi furori adolescenti. L’arco si torce.il legno stride. Al sommo della più alta tensione scaturirà lo slancio di una diritta freccia, dal tratto più duro e più libero.”

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