vi giuro … non ne posso proprio più !!!


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Anche oggi, l’ennesima ostentazione di pura demagogia da parte dei “soliti” politicanti in TV con lo squallidissimo avallo dei servilissimi “pseudo conduttori” (definiti “giornalisti” e qui Montanelli ed altri si staranno rivoltando nelle tombe) !!!
Anche oggi mi tocca sentir dire che questa “SCHIFORMA” farà risparmiare sui costi della politica … lo hanno scritto pure sulla (altrettanto squallida) scheda elettorale !!!
E con quale enfasi lo affermano, quasi alzando la voce !!!

La Ragioneria dello Stato (non io) ha quantificato in meno di 60 milioni mentre il governo dice 10 volte tanto ma quello che io continuo a domandarmi è perché li “lasciano parlare a vanvera” senza fare mai la più semplice domanda : “OK … e a quanto ammonterebbe il risparmio ?

E sapete perché questi servi si guardano bene di porre questa domanda ???

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Perché sarebbe come scrivere sulla scheda elettorale il quesito in questi termini :
“Approvate … etc etc … IL CONTENIMENTO DEI COSTI DI FUNZIONAMENTO DELLE ISTITUZIONI NELLA MISURA DI UN EURO ANNUO PER CITTADINO … etc etc”

E come risponderebbero i cittadini a tale domanda ???

Certo la Ragioneria potrebbe avere torto e ragione il governo, ma allora cambia tutto …

cesserà la crisi e non esisterà più povertà in questo ameno Paese perché ad ogni cittadino sarà garantita ogni anno una bella pizza con bibita …
mi raccomando però di non ordinarla troppo farcita … ce lo chiede l’Europa …

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Messaggio da Andromeda


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UN WEEKEND CON LO ZIO ALIENO

(E SUO MESSAGGIO DA ANDROMEDA)

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(tratto dalla pagina FB di   Diego Cugia di Sant’Orsola )

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Stephen Hawking, l’astrofisico minato dall’atrofia muscolare ma benedetto dal genio, ha rivelato che con cento miliardi di galassie è improbabile che l’uomo sia il solo essere intelligente dell’universo.
Ancora più improbabile che sia il più evoluto.
Perciò siamo molto imprudenti nel lanciare messaggi in bottiglia nelle stelle. «Quando Colombo sbarcò in America, le cose non sono più andate così bene per gli indigeni».
Gli alieni potrebbero colonizzarci o sterminarci o infettarci con un virus di cui non possediamo gli anticorpi.
Ma dico io con cento miliardi di galassie che se ne fa un alieno della Terra?
O si serve da una pessima agenzia di viaggi oppure la scelta denoterebbe la sua assoluta inferiorità mentale.
E se così fosse non potrebbe raggiungerci, starebbe acquattato come noi in un altro polveroso pianeta alla periferia dell’alta società universale.
Invece, se viaggia alla velocità della luce magari col turbo, sarà molto più intelligente di noi, allora perché dovrebbe farsi un weekend fra europei rimbambiti che innalzano maledetti muri?
O tra americani così malridotti da dover decidere fra una Clinton e un Trump?
Tuttavia sono cautamente ottimista rispetto a Stephen Hawking.
Più intelligente equivale ad avere una coscienza (non solo una conoscenza) più elevata della nostra.
Sarà una specie di guru delle stelle. Ma ecco qui casca l’asino (sempre io) perché associo una coscienza superiore al bene e una inferiore al male. E bene e male sono termini umani.
Gli alieni forse sono superuomini senza emozioni. In una passeggiata galattica potrebbero schiacciarci con la noncuranza con cui noi calpestiamo una coccinella ai giardinetti. Quindi ha ragione Hawking? Tiriamo una tenda nel cielo, stiamoci zitti per carità e non facciamoci notare?
Ma no, perché?
Fossimo santi capirei, ma considerato il male che già ci facciamo da soli, uno zio alieno in visita, fosse pure uno psicopatico cosmico, avrà comunque l’effetto ricreativo del “buon selvaggio”.
Certo, dovremmo prima salvarlo dai cannibali, come Robinson Crusoe fece con Venerdì, quindi non fargli mai mettere piede all’Onu, alla Bundesbank, in Parlamento, ma neppure alla sagra della porchetta, insomma in tutti quei posti dove “se magna”.
Dovremmo farlo passare di casa in casa benedicente come un prete a Pasqua, o seduti al caminetto ascoltarlo raccontare come lo zio d’America, dopo averci ridotto gli smartphone in cenere con un’occhiataccia laser, la bella vita che si fa lassù.

MESSAGGIO SU FACEBOOK TERRESTRE INVIATO DALLA STELLA MIRACH: Ciao, ti ho letto telepaticamente, mi chiamo Obizos, sono uno di Andromeda, e non avrei programmi nel prossimo weekend.
Posso anche farmi 2.357.000 anni luce per conoscerti, ma a una condizione.
Mi presenti quella in reggiseno nero che fa la pubblicità di Intimissimi?

MIA RISPOSTA SU FB DI ANDROMEDA: A zi’, ma ti pare che se la conoscevo stavo a parla’ con te?

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le Ragioni di un NO


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Ne L’UOMO IN RIVOLTA, pubblicato nel 1951 trova la sua più rigorosa formulazione teorica la riflessione di Albert Camus sull’idea – fondamentale – della rivoluzione, intesa come ricerca di equilibrio, azione creatrice, unica possibilità data all’uomo per fare emergere un senso in un mondo dominato dal non senso.
L’opera diede origine a infinite polemiche che divisero l’avanguardia intellettuale francese (Sartre in primis), ma non riuscirono a pregiudicare la validità di una lezione di coraggio, generosità e moralità che rimane attualissima (anche se misconosciuta) ancora oggi.
(cit.)

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da L’UOMO IN RIVOLTA

“Che cos’è un uomo in rivolta?
Un uomo che dice no.
Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi.
Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.
Qual’è il contenuto di questo ‘no’?

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Significa, per esempio, ‘le cose hanno durato troppo’, ‘fin qui sì, al di là no’, ‘vai troppo in là’ e anche ‘c’è un limite oltre il quale non andrai’.
Insomma questo no afferma l’esistenza di una frontiera.
Si ritrova la stessa idea di limite nell’impressione dell’uomo in rivolta
che l’altro ‘esageri’, che estenda il suo diritto al di là di un confine oltre il quale un altro diritto gli fa fronte e lo limita.
Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere ‘il diritto di…’.
Non esiste rivolta senza avere la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione.
Appunto in questo lo schiavo in rivolta dice ad un tempo di sì e di no.
Egli afferma, insieme alla frontiera, tutto ciò che avverte e vuol preservare al di qua della frontiera.
Dimostra, con caparbietà, che c’è in lui qualche cosa per cui ‘vale la pena di…’, qualche cosa che richiede attenzione.
In certo modo, oppone all’ordine che lo opprime una specie di diritto a non essere oppresso al di là di quanto egli possa ammettere.
Insieme alla ripulsa rispetto all’intruso, esiste in ogni rivolta un’adesione intera e istantanea dell’uomo a una certa parte di sè.
Egli fa dunque implicitamente intervenire un giudizio di valore, e così poco gratuito, che lo mantiene in mezzo ai pericoli.
Fino a quel punto taceva almeno, abbandonato a quella disperazione nella quale una condizione, anche ove la si giudichi ingiusta, viene accettata.
Tacere è lasciar credere che non si giudichi né desìderi niente e, in certi casi, è effettivamente non desiderare niente.
La disperazione, come l’assurdo, giudica e desidera tutto, in generale, e nulla, in particolare.
Ben la traduce il silenzio.
Ma dal momento in cui parla, anche dicendo no, desidera e giudica.

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La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia.
In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte.
Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è.
Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore.
Si tratta almeno di un valore?
Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c’è nell’uomo qualche cosa con cui l’uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente.
Questa identificazione, fin qui, non era realmente sentita.
Tutte le concussioni anteriori al moto d’insurrezione, lo schiavo le sopportava.
Sovente, anzi, aveva ricevuto senza reagire ordini più rivoltanti di quello che fa prorompere il suo rifiuto.

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Portava pazienza, respingendoli forse in se stesso, ma poiché taceva, si mostrava più sollecito, per il momento, del proprio interesse immediato che cosciente del proprio diritto.
Con la perdita della pazienza, con l’impazienza, comincia al contrario un movimento che può estendersi a tutto ciò che veniva precedentemente accettato.
Questo slancio è quasi sempre retroattivo.
Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo.
Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto.
Egli oltrepassa il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari.
Quanto era dapprima resistenza irriducibile dell’uomo, diviene l’uomo intero che con essa s’identifica e vi si riassume.

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Quella parte di se che voleva far rispettare, la mette allora al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita.
Essa diviene per lui il sommo bene.
Prima adagiato in un compromesso, lo schiavo si getta di colpo (‘se è così…’) nel Tutto o Niente.
La coscienza viene alla luce con la rivolta.”

– Albert Camus –

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Come commentare un testo come questo, datato ma attualissimo ?
Semplicemente dicendo che la libertà di un Uomo non è solo fuori di esso ma dentro di se, principalmente dentro di se …
gli afflati di libertà, giustizia, equità, empatia, solidarietà li trova dentro di se ma se li lascia sopire ecco che immancabilmente egli diventa uno schiavo …
si lascia “manipolare” da altri tipi di cattivi sentimenti e di conseguenza attua della pessime scelte comportamentali ed etiche;
occorre risvegliare i sentimenti sopiti, occorre ribellarsi a questa prigionia indotta (e voluta), occorre una rivoluzione …
e da tutto quanto appena detto vien da se che la “unica” e “indispensabile” rivoluzione che non possiamo più rimandare perché, oltre che una linea di confine, esiste anche una “linea di NON ritorno”, è una “rivoluzione culturale e delle coscienze” !!!

Claudio

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