Il Prof. Berrino “Mangiamo merda e, grazie alla TV, pensiamo che è buona” – Il video censurato dal Web


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Argomento scottante ed importante …
che riguarda la salute di tutti e
che “spariscano” dei filmati è grave;

da riflettere per le tante “connessioni”
che potete ben immaginare …

anche “informare” è alimentare la “cultura”

 

la Cultura … questa sconosciuta ?


§

“Il rischio che le società moderne corrono. è quello di creare monospecialisti senza intelligenza e gaudenti senza cuore”.
– Max Weber –

§

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Tutti sanno che cosa sia la “Cultura” o credono di saperlo, ognuno però darà la sua “interpretazione” e molto probabilmente sarà errata o parziale (tranne poche eccezioni);

cito da Treccani.it

“CULTURA s. f. [dal lat. cultura, der. di colĕre «coltivare», part. pass. cultus;].
1) L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo.
[…]
2) L’insieme delle conoscenze relative a una particolare disciplina.
[…]
3) Complesso di conoscenze, competenze o credenze (o anche soltanto particolari elementi e settori di esso), proprie di un’età, di una classe o categoria sociale, di un ambiente: c. contadina, c. urbana, c. industriale; la c. scritta e la c. orale; le due c., quella umanistica e quella scientifica, soprattutto in quanto si voglia (o si volesse in passato) rilevare insensibilità e ignoranza negli scienziati per i problemi umani e negli intellettuali per i concetti e i problemi della scienza.”

E proprio di quest’ultimo aspetto vorrei parlarvi oggi (sempre tramite un contributo più autorevole del mio 😉 ) per dimostrare che nel campo della cultura non si finisce mai di scoprire cose nuove o di vedere cose che prima non si riusciva a vedere;
la cultura è “fusione” e non “divisione” e questo ben lo sanno coloro che nel corso dei secoli hanno cercato il dominio delle genti utilizzando o la negazione della cultura oppure il subdolo “marchingegno” della “divisione” (“divide et impera” dovrebbe ricordare qualcosa a tutti noi);

In questa ottica, proprio per evidenziare un aspetto che forse pochi hanno avuto modo di notare, vi parlerò (indirettamente) della matematica …
i ricordi scolastici di ognuno verranno alla luce (per qualcuno come me positivi, per altri negativi) ma in questo contributo se ne parlerà in maniera diversa dal solito;
per la mia oggettiva difficoltà a reperire delle immagini che abbiano attinenza al testo (che è quello che cerco sempre di fare) mi limiterò all’uso delle sole parole, nella speranza che siano di vostro interesse 😉 …

Mi faccio aiutare, anche in questa occasione, da Piergiorgio Odifreddi e dal suo ennesimo libro    IL COMPUTER DI DIO.
Inizio con un capitoletto al quale ne seguirà un altro, tutti e due tendenti a definire, una buona volta, cosa si intende per CULTURA.

Capitolo:    LA CULTURA SIAMO (ANCHE) NOI

PIERGIORGIO ODIFREDDI MATEMATICO UNIVERSITA' DI TORINO CORNELL UNIVERSITY

“Coloro che ricordano la matematica come un incubo dei giorni di scuola, dal quale si sono svegliati e non intendono ricadere, stenteranno a credere che essa possa essere accomunata a ciò che normalmente si intende con la parola ‘cultura’ e cioè le discipline umanistiche che si interessano dell’uomo e che si rivolgono ad esso, dalla letteratura alla musica, dalla pittura alla filosofia.
I più generosi magari saranno anche disposti ad annettere alla cultura le discipline scientifiche che studiano la natura, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alla cosmologia.
Ma la matematica, che sembra non interessarsi né a ciò che sta dentro né a ciò che sta fuori dell’uomo, che ruolo potrà mai ricoprire nella cultura?
In realtà, le connessioni non solo esistono, ma sono sostanziose.
E non si limitano a genericità, ma interessano nello specifico ‘tutte’ le svariate manifestazioni dell’umanesimo: filosofia, letteratura, musica…
Naturalmente di tutte queste connessioni la meno imporobabile è il connubio fra matematica e filosofia.
Riandando con la memoria per un momento ai banchi del liceo si può infatti ricordare, col senno di poi, che gli stessi nomi ritornavano stranamente nelle lezioni delle due materie.
Pitagora, per esempio, benché fosse un filosofo, non aveva anche dimostrato il famoso teorema che porta il suo nome?
E Platone, non aveva fatto porre sulla porta dell’Accademia un cartello con la scritta: *Vietato l’ingresso a chi non conosce la geometria*?
E Cartesio, il quale ci insegnava a dubitare di tutto, meno del fatto di pensare, e a dedurre da questa certezza la prova della nostra esistenza, non aveva introdotto le coordinate cartesiane della geometria?
E Leibniz, che desciveva il mondo come fatto di monadi senza finestre, coordinate da una monade centrale, non aveva inventato, insieme a Newton, il calcolo infinitesimale?
E Kant, che sosteneva che vediamo la realtà soltanto attravero occhiali colorati a cui diede il nome suntuoso di ‘a priori’, non riteneva che una delle lenti non fosse appunto la geometria?
Sappiamo però, e non possiamo non saperlo neanche volendo, perché ce lo ricordano un giorno sì e uno no, nel caso ce lo fossimo scordati, che i filosofi di oggi non sono come quelli di una volta.
Dimenticati i talenti universali come Leibniz, che potevano benissimo essere sia filosofi che matematici perché, intanto, erano anche diplomatici e linguisti e giuristi e mille altre cose, i filosofi oggi si specializzano in una di due scuole contrapposte, etichettate come continentale e analitica, e che riproducono in maniera microscopica la divisone macroscopica tra umanensimo e scienza.
Non stupisce, dunque, scoprire che due dei maggiori filosofofi analitici, e cioè Saul Kripke e Hilary Putnam sono stati anch’essi matematici di valore.
Ma certo non si potranno trovare casi simili fra i continentali no?
Eppure, anche coloro che i continentali considerano come i loro padri fondatori erano ben ferrati in matematica!
Scopenhauer, per esempio, ha trovato negli ‘Elementi di Euclide’, il testo classico della matematica greca, un errore che nessuno aveva notato per due millenni, e ha ritenutio la scoperta tanto rilevante per la sua filsosofia da pubblicarla nella sua opera maggiore ‘Il mondo come volontà e rappresentazione’.
E Nietzsche, che ha assegnato all’Eterno Ritorno un ruolo centrale nel suo pensiero, ha creduto necessario giustificarlo mediante una dimostrazione combinatoria di natura matematica.
E Husserl, iniziatore delle fenomenologia e maestro di Heidegger, ha cominciato la sua carriera come matematico, e le sue prime opere riguardano i fondamenti dell’aritmetica!
Non conoscendo, o addirittura disconoscendo la matematica, i continentali contemporanei si mostrano, dunque, poco degni eredi dei loro stessi maestri: ma la perdita è loro, non nostra!
Vada per la filosofia, dunque, ma la letteratura?
Non vorremo far credere che ci sono stati grandi scrittori che erano pure matematici!
Eppure, non è necessario guardare troppo lontano per convincersene.
Matematici di professione erano, per esempio, Bram Stoker e Lewis Carroll, inventori di personaggi tanto lontani quanto il perturbante Dracula e la perturbante Alice.
E matematici erano Bertand Russell e Aleksandr Solzenycin (la grafia del nome è “multipla”, si trova anche come Solženicyn ed anche Solgenitsin, comunque l’autore di “arcipelago Gulag”, per intenderci, Ndr) che arrivarono addirittura a vincere il premio Nobel per la letteratura.
Se poi non ci si limita all’apparenza e si entra nella sostanza delle opere letterarie, se ne scoprono delle belle.
Per esempio. il protagonista dell’Uomo senza qualità di Musil è un matematico, e il misterioso Gioco delle perle di vetro (libro fantastico ndr) di Hesse è proprio la matematica.
E queste non sono eccezioni, bensì soltanto la punta di un vero e proprio iceberg: un cielo del Convivio di Dante è dedicato alla geometria, i racconti fantastici di Borges sono svolgimenti di temi di logica, le opere oulipiane (da OULIPO, ouvrier del literature potentielle ndr) di Calvino e Queneau sono esercizi combinatori, lo Scarabeo d’oro di Poe è la soluzione di un problema crittografico, Flatlandia di Abbott è la descrizione fantascientifica di un mondo geometrico…
A volte, poi, gli scrittori arrivano a utilizzare la matematica per la costruzione stessa delle loro opere.
Per esempio, uno dei grandi romanzi del Novecento, ‘La vita, istruzioni per l’uso’ di Georges Perec, che racconta ciò che succede nelle cento stanze di un condominio, è stato minuziosamente predisposto sulla base di cosiddetti quadrati alfa-numerici: prendendo, cioè, una scacchiera dieci per dieci, e ponendo nelle sue caselle dieci lettere e dieci numeri a coppie, in modo tale che nessuna riga e nessuna colonna contenga due volte la stessa lettera, o lo stesso numero. Che la cosa sia possibile non è affatto ovvio, e fu proprio la soluzione matematica di questo secolare problema, nel 1959, a dare a Perec l’idea per la propria opera. Naturalmente il romanzo si può leggere benissimo senza sapere come è stato costruito, ma certo si perde qualcosa: anzi molto, visto che di quei quadrati Perec ne ha usati quanrantadue!
Quanto al connubio tra matematica e musica, esso ha motivi ispiratori altrettanto titolati dei precedenti, se non più, e risale ancora una volta a Pitagora.
Anzi fu proprio la scoperta che i rapporti musicali si possono esprimere con rapporti numerici, ossia che l’armonia è matematica, a ispirare a Pitagora la filosofia che ancor oggi permea la scienza: l’idea cioè, come disse esplicitamente Galileo, che la matematica sia il linguaggio della natura.
La visione di Pitagora era, però, più multiculturale, perché essa faceva coincidere non soltanto la matematica e la scienza ma anche l’umanesimo, attraverso la musica.
Il dogma dell’unità della trinità pitagorica, ossia della coincidenza di natura, matematica e musica, può oggi apparire un anacronismo, alla luce della divisone attuale fra umanesimo e scienza.
A ben guardare, però, è proprio questa divisione a essere anacronistica e antistorica.
L’unità emerge, infatti, non soltanto in astratte metafore, quali ‘l’armonia della natura’ o la ‘musica delle sfere’, ma soprattutto in concrete scoperte, quali le tre leggi di Keplero, sul moto dei pianeti, o la legge di gravitazione univerale di Newton, a cui quei pensatori arrivarono mediante considerazioni di natura musicale.
Furono poi problemi di fisica della musica, legati allo studio delle vibrazioni delle corde degli strumenti ad arco, a ispirare la prima equazione d’onda che oggi descrivono il comportamento dei quanti.
Dalle vibrazioni dei nervi di bue su cui Pitagora basava le sue osservazioni armoniche si è oggi passati alle vibrazioni delle stringhe che descrivono le particelle elementari nella teoria unificata di Edward Witten.
E si è scoperto che possono convivere benissimo le visioni di un mondo macroscopico costituito da oggetti statici, e di un mondo microscopico costituito da onde dinamiche.
La matematica, dunque, ha mostrato che l’essere e il divenire, ossia quello che credevamo inconciliabili caratteristiche di scienza e umanesimo, sono soltanto due visioni, complementari e non contradditorie, di una stessa realtà.
Il che è più che sufficiente, crediamo, a giustificare il ruolo di ponte di collegamento fra le due culture che noi riteniamo la matematica possa svolgere nel mondo moderno”.

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