Fertility day


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noto che l’argomento suscita interesse (in parecchi blog se ne è parlato e ovunque negativamente) e stamane voglio fare una semplice considerazione a seguito di “parole” ascoltate in TV;
tralascio di parlare a lungo dell’argomento in se (primo perché lo avete fatto abbondantemente voi, secondo perché la trovo una uscita semplicemente demenziale, come molti dei commenti che l’hanno seguita, parlo di quelli ascoltati in TV),
vorrei solo porvi una domanda :

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ipotizziamo 😉 che un PdC assegni le cariche di ministro e sottosegretario secondo convenienza politica e con le vecchie (mai desuete) regole della “divisione” delle “poltrone” …

ipotizziamo poi che al Ministero della salute venga messa una “maestrina” con il diploma di maturità classica (notoriamente grandi esperte di medicina) …

premesso che nutro il massimo e profondo rispetto per i netturbini che svolgono un lavoro socialmente più importante del mio ma …

ipotizziamo che un netturbino venga messo a fare il Ministro …

quando pensate a lui … cosa pensate che sia ?

Pensate un ministro oppure un netturbino ?

Una “nomina” fatta a cavolo non può farti diventare quello che non sei, esperto di quello che non sai …

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IL CARATTERE DELLA VIRTU’


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tutti gli eventi, gli accadimenti e le azioni di cui discutiamo quotidianamente hanno sempre una cosa in comune qualunque essi siano;
sono sempre dipendenti e conseguenza di scelte e/o omissioni da parte di uomini e molto condizionati dal carattere di questi ultimi;
il carattere umano è quindi qualcosa di non poca rilevanza, nonostante sia un “accessorio” diverso per ciascuno di noi, indirizza le scelte di ciascuno;
abbiamo ben chiaro in mente quello che succede quotidianamente (ed abbiamo pronto il nostro giudizio personale che può essere errato oppure esatto) ma vediamo di approfondire un po’ la nostra conoscenza del carattere umano, magari nei lati per noi più importanti …

dal libro LA FORZA DEL CARATTERE di James Hillman, trascrivo un ulteriore capitolo

IL CARATTERE DELLA VIRTU’, OVVERO IL CARATTERE MORALIZZATO

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“Escluso dai piani alti della scienza e della filosofia, lo studio del carattere ha trovato alloggio in mezzo ai moralisti, con grave danno per l’idea del carattere.
Tutte le qualità del carattere furono divise in due sacchi: Buono e Cattivo. Anche il soggetto del carattere finì per degenerare.
Un tempo degno di matura riflessione, diventò argomento di semplicistici precetti per bravi bambini.
In origine il carattere non era tagliato per subire censure morali.
I primi ‘caratteriologi’ parlavano per immagini.
Inventavano figure fittizie e osservavano la vita con occhio acuto e lingua tagliente, come fanno oggi romanzieri e umoristi.

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Il primo libro su questo argomento, I CARATTERI di Teofrasto di Lesbo (372-287 ca. a.C.), il successore di Aristotele nella direzione della sua scuola, descrive una serie di figure immaginarie che potrebbero essere prese dagli archivi di un’agenzia di attori: Boria, Lagna, Adulazione, Logorrea, Indiscrezione, Codardia, Stupidità, Maldicenza.
Trenta in tutto. Ma queste figure non vengono condannate, né sono contrapposte a virtù come Grazia, Sincerità, Onestà, Generosità.
Gli schizzi di Teofrasto non servono tanto per educare i giovani alla virtù, sono più che altro una guida alla vita pratica, un manuale di sopravvivenza, o un repertorio per attori caratteristi: Teofrasto non dice mai che è male essere meschini, si limita a ritrarre la Meschinità per come appare:

* (l’uomo meschino) quando invita gli amici a un banchetto, non gli mette davanti abbastanza pane; chiede prestiti all’estraneo che è ospite a casa sua; quando taglia la carne dice che chi taglia ha diritto a una porzione doppia; e quando vende il vino a un amico, glielo vende annacquato*.
[…]

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Scrittori classici, come Plutarco e Svetonio, studiarono la vita di uomini illustri osservandone virtù e debolezze, ma la vera e pesante moralizzazione si ebbe soltanto in epoca cristiana.
I personaggi biblici diventarono figure esemplari: Ruth, la leale seguace; Abramo, il patriarca obbediente; Aronne, il fratello; Marta, Pietro, Giuda… I santi fornivano immagini da emulare e da pregare per conseguire la virtù personificata da ciascuno.
Durante il Rinascimento, Machiavelli, Pico della Mirandola e altri studiosi del carattere ritornarono allo stile classico.
La loro passione più che morale era psicologica, riguardava quello che siamo su questa terra, più che il come dovremmo essere per il paradiso.
I vittoriani completarono l’opera di moralizzazione del carattere.
Così come i poli della bussola per noi sono profitto e perdita, fama e insuccesso, per loro erano virtù e vizio.

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La loro bussola stava dentro il carattere, lacerandolo, facendone un campo di battaglia, dove combattere la lotta per il bene.
[…]
Un’altra porta di accesso alla moralizzazione del carattere è quella che sta aprendo oggi la biologia.
Invece di ricercarne la genesi, come faceva un tempo, in verità eterne discendenti della religione rivelata o inculcate attraverso secoli di tradizione, oggi la scienza indaga sulla genetica dei sentimenti morali.

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L’eminente biologo E.O. Wilson propone un attacco empirico al mistero della moralità.
Dice che dobbiamo misurare l’ereditarietà del comportamento etico e individuare i geni che lo prescrivono.
Alla domanda preliminare: *Come mai abbiamo sentimenti morali?* la risposta di Wilson è la seguente: *Probabilmente essi hanno contribuito alla sopravvivenza al successo riproduttivo della specie nel corso delle lunghe ere della preistoria, durante le quali sono evoluti*.
Il valore della morale risiede nella sua utilità: la posizione di Wilson è utilitaristica.
Secondo questa etica, compassione, generosità, amicizia e altre virtù sono buone perché probabilmente seno servite all’evoluzione.
Nella nostra ottica, invece, i tratti del carattere sono necessari all’anima per la sua vita, la quale non può essere vissuta in modo soddisfacente senza valori ideali e dilemmi morali.
Se le virtù morali possiedono una utilità, oggi come milioni di anni fa, bensì nello stile secondo il quale si realizzano.
[…]
Più importanti dell’entità e della forza di qualsiasi altro contenuto del carattere, sono l’entità e la forza dell’intelligenza immaginativa, che un tempo si chiamava sagacia o previdenza.

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L’intelligenza immaginativa è una sorta di vista interiore, di percezione intuitiva delle immagini all’opera nella nostra vita.
E queste sono le nostre verità.
La verità non intesa come dottrina o principio; la verità come istinto.
Perché il carattere agisce alla stregua di un istinto sottostante, che sottolinea incisivamente i gesti che facciamo, le parole che diciamo, segnalandone lo stile particolare.
Esiste un sentimento intuitivo che ci impedisce di deviare troppo dalla nostra strada e di oltrepassare troppo i nostri confini coinvolgendoci in mondi estranei alla nostra natura autentica.
Questo senso istintivo trova un parallelo in analoghe risposte inibenti propria di tutte le specie, forse di tutte le cose, che le mantengono fedeli alla forma data.

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Il margine per noi umani può esser molto ampio; la nostra eccentricità potrà essere la nostra dote più durevole e duratura, ma non possiamo aggiungere una virgola che sia inautentica, senza provocare il collasso dell’istinto che ci sostiene e incorrere nella collera degli dèi.
L’effetto inibente della nostra immagine innata impedisce una simile inflazione, quel superamento dei limiti, quella ‘hybris’ che il mondo classico considerava il più grave degli errori umani.
In questo senso il carattere funge da forza guida,”

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