Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni – Il Fatto Quotidiano


“Col nostro governo è cambiato il clima e mi scappa da ridere quando ci dicono che siamo noi quelli delle lobby. Mi fa schiantare dalle risate, lo dico con un tecnicismo fiorentino“. Davanti alle telecamere della tv di Stato, domenica 3 aprile, Matteo Renzi non è arrivato alle iperboli del ministro Maria Elena Boschi, secondo la […]

Sorgente: Lobby, Renzi e Boschi: “Non ne siamo schiavi”. Ecco le leggi a favore di tabacco, armi, banche e assicurazioni – Il Fatto Quotidiano

 

un po’ di sana informazione …. non le solite balle …

Negli occhi dello Sciamano


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Capitolo secondo

HO UN DESTINO, HO UN SENTIERO

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151

Il mio sonno era tornato tranquillo. Le funzioni corporali e psichiche si erano normalizzate. Avevo nuovamente voglia di vivere. Mi pareva d’essere tornato dal regno dell’ombra. Grazie al recupero delle funzioni dell’apparato digerente, avevo riacquistato peso e colorito. I muscoli si tendevano forti ed elastici. Sentivo rinascere quell’energia che in passato mi aveva permesso di realizzare prodezze fisiche. La dieta semplice degli indios delle Ande mi aveva permesso di canalizzare l’energia, riportandola nel suo alveo naturale. Le indicazioni di mio padre erano semplici: dovevo riposare, fare brevi passeggiate nei paraggi e consumare i pasti preparati da Antonia.
Durante le brevi passeggiate, osservavo gli alberi che ora mi sembravano molto più belli. I colori erano ricchi di sfumature: dal verde chiaro delle foglie dei salici, al verde scuro di quelle degli eucalipti. Il profumo dei fiori, degli alberi e del pascolo erano gradevoli. Io ero felice, euforico. Fino a qualche settimana prima ero stato uno spettro, mentre adesso mi sentivo un essere umano. Con quanta emozione ascoltavo il mormorio dell’acqua che scorreva nei canali, che serviva ad irrigare i campi di patate, mais, alfalfa, cipolle o aglio. Passeggiare in campagna mi rendeva felice.
Benché fossi senza lavoro e denaro, non mi preoccupavo. Avevo riacquistato la cosa più importante: la salute. Avrei recuperato quanto avevo perso durante la malattia, nello stesso momento in cui fossi tornato a lavorare. Le mie spese erano minime e se mi fossero serviti dei soldi, ero certo che Lucio me li avrebbe prestati. Non avevo nulla di cui preoccuparmi!
In compenso, era mio padre a sentirsi irrequieto perché non gli piaceva restare in città. Gli risultavano sgradevoli quegli eccessi di complicazioni, dati dai troppi
abitanti che si muovevano di qua e di là: agitati come formiche. Le loro espressioni erano sempre pensierose, impaurite, sfiduciate e sospettose. Finché un mattino, mio padre si svegliò presto e dichiarò il suo desiderio di tornare al paese: un sogno gli aveva annunciato che la sua presenza là era necessaria. Ancora dubbioso verso il significato dei sogni, lo ascoltai senza dargli molto credito.
«Sognare ci dà la possibilità di entrare nel mondo degli spiriti. Mentre dormi, puoi chiedere agli spiriti del sogno che ti guidino nelle terapie. Gli “Apukuna” (Apukuna: plurale di “Apu”. spirito guardiano degli uomini, di un popolo o di una regione, che abita sulla cima delle montagne, dei ghiacciai, delle rocce, o in ‘Riportanti santuari) possono parlarti in sogno. Ma è importante che tu ricordi i tuoi sogni: così acquisirai la conoscenza attraverso le loro parole.» Riuscivo a malapena a ricordare ciò che sognavo, figuriamoci se ero capace di entrare in contatto con i miei sogni. In quanto agli “Apukuna”, ero molto scettico nel credere in un possibile dialogo.
Prima di partire verso il Cañón del Colca, mio padre decise di compiere una cerimonia sacra di ringraziamento alla Pachamama per la mia rapida ripresa. Così quella mattina, nel salutarmi di buon’ora, mi disse con gran fede e convinzione: «Domani notte faremo il “Qoymi” (Qoymi: offerta per ingraziarsi la “Pachamama”, consistente in grasso, mais, foglie di coca, fiori e altri prodotti mescolati durante il rito di contatto con la “Pachamama”; tutto poi viene bruciato) per ringraziare nostra Madre Terra per la tua guarigione, poi reciteremo una preghiera di ringraziamento ad “Apu Qotallaulli” (Apu Qotallaulli: nome dato allo spirito della montagna del Qotallaulli. ai cui piedi si trova il paese di Chivay, capitale della provincia di Caylloma. Questo spirito è considerato il guardiano delle donne) lo spirito guardiano del nostro popolo, e gli chiederemo che ti guidi e ti protegga».
Rispettai le sue richieste anche se non le condividevo. Come uomo istruito e uscito da un’università occidentale, non potevo credere nei riti arcaici praticati dai miei fratelli indios, tanto meno a quei tempi. Era indiscutibile che alcune idee di mio padre mi sembrassero giuste, ma l’istruzione che avevo ricevuto negava del tutto le pratiche religiose andine, poiché si riteneva che ogni manifestazione culturale degli indios fosse arcaica e il suo insegnamento o diffusione rappresentasse un passo all’indietro rispetto all’avanzare della civilizzazione. Perciò, nel rispondergli, le mie parole furono cortesi ma prive d’entusiasmo: «È proprio necessario eseguire questa cerimonia?» gli chiesi con calma, cercando di nascondere il mio scetticismo.
«Certamente» disse lui, colmo d’entusiasmo. «Oltre a ringraziare nostra Madre per la tua guarigione, voglio sapere se è giunto il momento di rivelarti alcuni segreti relativi alla tua vita.»
Queste parole suscitarono in me una certa inquietudine. che era destinata a crescere col tempo. Prima la terapia grazie alla quale mio padre aveva dimostrato le sue conoscenze curative; e adesso scoprivo che custodiva alcuni segreti riguardanti la mia vita. Gli chiesi: «Vorresti dire che sai qualcosa della mia vita e che l’hai tenuto segreto per tutto questo tempo?».
«È così» disse, sorridendo misteriosamente. «Però, prima, devo ricevere un segnale dagli “Apukuna”, poiché sonò loro che ci proteggono e ci guidano nella vita.»
«Non ti capisco. È necessaria l’autorizzazione degli “Apukuna” per confidarmi i segreti che il destino mi ha riservato? Perché aspettare? Parla, una buona volta!» chiesi con insistenza. Io ero così, volevo risposte rapide. Il mio era l’atteggiamento tipico di chi vive in città.
«Non posso, ora devo ascoltare e vedere il messaggio degli spiriti guardiani degli uomini; domani, durante il “Qoymi”, lo sapremo. Adesso devo preparare tutto il necessario per questo rito. Mi mancano alcuni ingredienti. Vado subito a comprarli al mercato» concluse. Si mise il sombrero in testa, prese un sacco e uscì da casa, incamminandosi verso la strada. Sapevo che si stava dirigendo verso il quartiere delle donne “erboriste”.
Nei mercati delle cittadine andine, c’è sempre una zona destinata alla vendita di prodotti naturali: erbe medicinali, prodotti minerali, parti di animali, amuleti e altri ingredienti usati dai curanderos e dalle curanderas che vivono nei dintorni delle città.
Ero davvero stupito. Non riuscivo a capire quando mio padre, che non aveva mai studiato né aveva mai esercitato l’arte della guarigione, avesse ricevuto tutta quella preparazione medica. Forse gli era stata impartita durante le sue frequenti assenze da casa, magari attraverso gli insegnamenti di curanderos che vivevano lontano dalla nostra comunità. Lui non parlava molto di quei viaggi.
Ora quello che m’incuriosiva di più era riuscire a scoprire cosa lui sapesse della mia vita. Come era entrato in possesso di informazioni che mi riguardavano? Erano forse rivelazioni oniriche? Quest’ultima possibilità, ormai, non mi avrebbe più sorpreso. Ma, se sapeva veramente qualcosa del mio futuro, perché mi faceva aspettare fino alla notte del giorno seguente? Che importanza avevano gli “Apukuna” per me? Non sapevo neanche come si comunicava con loro. E inoltre non ero neanche sicuro che esistessero simili entità, come invece assicuravano gli altri indios.
Ricordai che, quando vivevo da bambino nella comunità, avevo partecipato poche volte ai rituali, perché l’età non me lo consentiva. Durante questi riti, gli adulti parlavano dell’esistenza degli spiriti, ma io non ho mai avuto occasione di vederne uno, neanche durante la mia infanzia. Poi, crescendo, gli anni di studio mi avevano trasformato in un uomo dalle idee concrete: «Vedere per credere», era la mia regola. Perciò, parlare di esseri invisibili significava intrattenere una conversazione inutile.
Uscii di casa per respirare l’aria fresca e godermi la luce del sole. Era una bella giornata, con un cielo leggermente chiazzato da nuvole bianche che contrastavano con la vasta distesa d’azzurro. Fuori incontrai Antonia. Era occupata a tessere abilmente un “chumpi” (Chumpi: cintura. Fascia per stringere la vita degli adulti, è tessuta con fili colorati e decorata con delicati disegni. Serve anche per fasciare i bambini).
Per secoli, forse per millenni, le nostre donne hanno filato e intessuto usando quest’arte antica, sviluppando la tecnica che permetteva loro di farlo in qualsiasi posto. Un’estremità del telaio era infilata su un palo, mentre l’altra era fissata alla sua cintura. La trama e l’ordito formavano un insieme multicolore.
Le sue dita si muovevano agilmente, producendo gruppetti di fili coi quali dava forma ai disegni dei suoi tessuti.
Mi sorrise mostrandomi i denti forti, con gengive piene di vita. Il volto, con qualche ruga, mostrava i segni di un sorriso cordiale e sincero ed era privo di trucco o ciprie che ne dissimulassero il colorito. La pelle era indurita dal sole e dal vento delle alte montagne. Le gote più colorite del resto del viso indicavano la presenza di una maggior quantità di globuli rossi, necessari in alta montagna per ossigenare a sufficienza i polmoni. Si proteggeva dal sole con un sombrero multicolore decorato con fasce fiorite. Le spalle e la schiena erano coperte da una mantella piena di colori. I disegni geometrici e zoomorfi erano stati ottenuti intrecciando fili dalle tinte molto contrastanti tra loro: dominava il rosso del fondo mischiato ai gialli, ai violetti e al bianco.
Antonia era di piccola statura e di carnagione fine. Il corpo snello le dava l’aspetto di una giovinetta, benché avesse i suoi anni.
«Come stai, sorellina?» le dissi, salutandola cordialmente.
«Tu sei del tutto guarito?» mi chiese, mentre staccava un grosso spillo con cui tratteneva un Iato del tessuto alla vita.
«Direi di sì! E tu, Antonia, che fai? Stai tessendo?» le chiesi sorridendo.
«Si. Amo passare il mio tempo così e per me è piacevole e in più faccio qualcosa che può essere utile agli altri. Se stessi con le mani in mano, mi verrebbero dei pensieri capaci di riempirmi la testa di preoccupazioni» disse, guardando enigmaticamente verso gli alberi vicini.
Il suo modo di vedere la vita era chiaro: il lavoro per gli andini è al contempo un diritto, un divertimento e anche un servizio utile agli altri. Lei non lo vedeva come un obbligo e nemmeno come una tortura necessaria alla sopravvivenza. Era un modo totalmente diverso di considerare la vita!
L’indomani, giunta la notte, ero sempre più curioso. Il mistero affascina l’uomo, per quanto egli possa essere razionale. La mia impazienza contrastava con la tranquillità di mio padre, che stava solo aspettando il momento opportuno per cominciare il “Qoymi”. Di tanto in tanto usciva per guardare il cielo, come in attesa di un segnale. Nel frattempo aveva preparato il luogo dove avrebbe acceso il fuoco per bruciare le offerte.
Per completare i preparativi, stese un tappeto di lana su cui poggiò una coperta rossa piegata in quattro. Poi, in cima, mise una tovaglia bianca. A destra c’era un braciere, e vicino un altro recipiente pieno di piante aromatiche, da spargere sulle braci all’inizio della cerimonia. Di fianco erano appoggiati una borsa piena degli ingredienti usati in questa particolare occasione e un misterioso fagotto, di cui non intuivo il contenuto.
L’attesa si concluse quando mio padre, uscito un’altra volta, rientrò e disse: «Ora è il momento di iniziare la cerimonia di ringraziamento. Puoi accendere il braciere?» mi chiese. «Ne avremo bisogno per entrare in contatto con le forze e i poteri della natura.»
«Vado subito» dissi alzandomi. Presi il braciere e uscii all’aperto. Fuori il cielo era di un azzurro scuro, con punti brillanti che come lumicini arrivavano sulla terra. La Via Lattea appariva come una sequenza di luci che formavano una lunga strada. Il momento era magico e l’aria tranquilla era immobile. Intravidi, nella penombra, la
catasta di legna, messa li in un angolo del cortile, per il gran fuoco con cui si sarebbe bruciata l’offerta preparata per la Pachamama.
Raccolsi dei pezzi di legno e, con delle foglie secche, diedi loro fuoco. Le foghe bruciavano con facilità, ravvivando la fiamma e incendiando la legna. In pochi minuti avevo brace a sufficienza. Raccolsi con una paletta di metallo un po’ di brace e la misi nel braciere; poi, mentre stavo per rientrare, sentii in mezzo all’oscurità il canto di un gufo.
Appena entrai in casa, mi accorsi che mio padre aveva aperto il fagotto misterioso. Con sorpresa ne constatai il contenuto: si trattava di oggetti particolari, usati nella pratica religiosa andina, dai “paqos” (Paqo: sacerdote curandero andino) e dagli “yachaq” ( Yachaq: colui che sa. che conosce. Curandero: esperto. Yachay = sapere, conoscere).
I “paqos” e gli “yachaq”, sono i sacerdoti e gli uomini di medicina del nostro popolo. C’erano coppe con liquore sacro, conchiglie marine che pendevano da una collana di pietre, metalli che servivano per chiamare gli spiriti, una campanella, amuleti e talismani, la croce andina e altre cose ancora. Nel vedere quegli oggetti rituali mi chiesi: «Come mai mio padre possiede questi oggetti? È davvero un sacerdote?». Ero così meravigliato che dimenticai di consegnargli il braciere che tenevo tra le mani e, benché scottasse, non me ne accorgevo. «Metti qui il braciere» disse, indicandomi il suolo. «Fai presto, dobbiamo cominciare».
Collocai il braciere alla sua destra, esattamente dove stava prima, e quindi, come uscendo da uno stato ipnotico, domandai: «Cosa devo fare, dove devo mettermi?».
«Siediti qui» disse, indicandomi il posto, «e scegli tre foglie intere di “coca” ( Coca: Erythroxylum coca LAM. Pianta medicinale e alimentare di foglie color verde chiaro, dai fiori bianchi; la pianta raggiunge l’altezza di 80-100 cm. Utilizzata dagli indios del Sud America da qualche millennio. Ultimamente è stata demonizzata e considerata una pianta pericolosa perché fra i tanti suoi componenti, ci sono sedici alcaloidi. L’uomo moderno, con procedimenti chimici, vi estrae una droga, la cocaina, che in questi ultimi decenni è stata usata da gente desiderosa di sperimentare sensazioni forti. L’indio mastica le foglie di coca come integratore alimentare, oppure le adopera come una medicina o per le sue cerimonie sacre, ma non le consuma come droga) poi, appena le hai prese, me le passi raggruppate in “k’intus”, avendo cura di sistemarle in ordine, con la faccia nella stessa direzione.» Dicendo questo, mi porse una borsa che conteneva molte foglie di coca.
«Io intanto proseguo. Non dobbiamo perdere tempo, questo è il momento migliore per la cerimonia», disse, mentre con gran agilità sistemava tutti gli oggetti necessari per quest’offerta sacra: lane di vari colori, semi della terra, un feto di lama, lamine d’oro e d’argento, grasso del petto di lama, fiori freschi e gruppi di “k’intukuna” (K’intukuna: foglie prescelte di coca che si utilizzano, in gruppi di tre, per le cerimonie religiose andine alla madre terra e agli spiriti guardiani degli uomini. Grappolo o mazzolino di fiori e frutti), posti tutti su un mantello quadrato multicolore, chiamata “unkhuna”, (Unkhuna: panno quadrato, con figure geometriche dagli svariati e bei colori, con o senza frange ai bordi. Usato dai sacerdoti andini i quali vi preparano sopra le loro offerte) sul quale spruzzò gocce di liquori diversi. Tracciò sopra con la mano destra delle linee geometriche, accompagnandole con preghiere e canti sacri in lingua quechua.
Dopo aver completato questa parte di rituale, si avvicinò a me e mi disse: «Esci fuori e accendi il fuoco dove bruceremo queste offerte. Usa la legna che serve per produrre tanta brace… Ce ne servirà molta».
Obbedii meccanicamente, come d’altronde feci per tutta la cerimonia, che durò un’ora. Mi alzai e uscii ad accendere il fuoco, servendomi di erbe secche. Le fiamme si alzavano con energia, grazie alla qualità della legna che avevo usato.
Preparare il fuoco non aveva nulla di straordinario per me, lo avevo visto fare a tutti gl’indios adulti del nostro popolo da quando ero un bambino. Per questo, credo, la mia partecipazione al rito era più quella di uno spettatore che non dell’interprete principale. Se mio padre non fosse stato l’officiante, e la mia salute il motivo del ringraziamento, avrei volentieri abbandonato la cerimonia. Secondo il mio modo di vedere, nel secolo XX ormai non c’era più lo spazio per queste cerimonie… erano illogiche!
Il fuoco aumentava, mentre io continuavo a ravvivarlo con grossi pezzi legno, producendo tanta brace. Quando pensai che ce ne fosse a sufficienza, rientrai per comunicare a mio padre che tutto era pronto. Lui era seduto e scrutava attentamente le foglie di coca che cadevano a cascata dalla sua mano, sul panno rosso disteso sul pavimento. Le foglie di coca si erano sparse in tutte le direzioni e lui le osservava con attenzione. Dovetti interromperlo.
«Padre, il fuoco è acceso e abbiamo brace a sufficienza.»
Lui non mi rispose, ma mosse solo la testa in segno affermativo. Tutta la sua attenzione era concentrata sulle foglie.., sembrava leggerle. Dopo un silenzio che mi parve interminabile, smise di fissare le foglie di coca e si avvicinò a me come infastidito. E le sue parole lo confermarono. «Tu non hai fiducia nelle nostre credenze, hai dimenticato la sapienza e i desideri dei nostri antenati. Non vedi né senti con il cuore. Continui ad osservare con la testa, come la maggior parte degli uomini di città. Non hai messo il cuore nella cerimonia che ho fatto per te. Hai partecipato solo per farmi un piacere. Se non fossi tuo padre, tu non resteresti qui. Ma non importa, l’intensità delle mie preghiere darà la forza a questa offerta, affinché raggiunga la sua destinazione.»
Rimasi in silenzio… Aveva assolutamente ragione: era vero! Non avevo partecipato emotivamente a questa cerimonia, che a mio modo di vedere era l’inutile vestigia di una religione ormai passata di moda. La spiritualità era una cosa che non trovava spazio nella mia visione del mondo moderno. Ero freddo e calcolatore, dalle idee concrete; misuravo i risultati di ogni azione. Due più due faceva quattro, né più né meno…
Ma lui, come faceva a capirlo? Lo aveva letto nelle foglie di coca, come fanno gli indovini della comunità?
«Vediamo come si esprimono la “Pachamama” e gli “Apukuna”… Se accettano questa offerta e se mi concedono l’autorizzazione a parlare della tua vita. Aspettami qui in silenzio, e cerca di aiutarti con qualche preghiera» disse mio padre con gravità. Poi uscì diretto verso il fuoco, portando con molta devozione tra le mani l’offerta che aveva preparato.
Mi sedetti nel posto che avevo occupato prima, vergognandomi un po’. Non era giusto. Lui mi aveva restituito la salute con le sue conoscenze ed io, stupidamente, avevo giudicato le sue credenze spirituali! Passarono alcuni minuti e quando rientrò, si sedette in silenzio nel posto che aveva occupato prima. Con lo sguardo assorto, guardava ciò che gli comunicavano le foglie di coca. Di tanto in tanto, ne raccoglieva un pugno e le faceva cadere da un’altezza di trenta centimetri sul panno disteso. Nel cadere, le foglie sottili producevano un leggero rumore. Fuori il silenzio era solenne. Sembrava che la natura fosse sospesa, non si sentiva alcun rumore: tutto era quieto. Di colpo, il silenzio fu rotto da tre suoni esplosivi che provenivano dal fuoco.
Mio padre alzò la testa, che teneva inclinata, e dirigendo lo sguardo verso di me con evidenti segni d’allegria, disse: «Buon augurio! La “Pachamama” accetta l’offerta per la tua salute. Ora non mi resta che osservare le ceneri, per sapere se potrò rivelarti qualcosa a proposito del tuo futuro. Mentre aspettiamo ti racconterò qualcosa sulla tua vita passata». Pronunciava le parole con sicurezza, guardandomi negli occhi, come per sottolineare che non erano fantasie, ma pura verità. «Prima della tua nascita feci un sogno nel quale tua madre e io stavamo contemplando una stella, che diventava sempre più brillante. Tra tutte le stelle che scintillavano nel cielo era la più luminosa. La notte pareva calma. Nel cielo limpido si potevano vedere anche quelle cadenti. La stella, che stavamo osservando, si avvicinò velocemente verso il posto in cui noi eravamo. All’improvviso volteggiò e cadde verso tua madre perdendosi in lei. Nei giorni seguenti ripensai e m’interrogai a proposito del sogno. Che significato aveva? Cosa voleva dirmi? La risposta la ottenni il giorno in cui tua madre mi annunciò di essere incinta. La stella era uno spirito che aveva deciso d’incarnarsi sulla Terra e noi eravamo il suo canale.
Passarono i mesi di gravidanza e sognai che l’essere che stava per nascere dal ventre di tua madre sarebbe stato un figlio maschio.
La mattina in cui nascesti, il sole, emergendo dalle montagne, formò con le nuvole una strada dorata che si estendeva fino all’orizzonte e, in fondo, vi nasceva un arcobaleno. Avevo guardato sorgere il sole, con attenzione, perché la notte prima avevo sognato che il sole sarebbe stato molto grande, quando fosse apparso tra le vette del “Qotallaulli”. Quella mattina, mentre ancora pensavo al sogno fatto, apparve in cielo questo segno. Io so che “Pachamama” ci parla attraverso simili segni della natura: sogni, visioni, luci, nubi, canti d’uccelli.
Poche ore dopo, in quella stessa mattina, vennero le doglie a tua madre… e tu sei nato. Io e tua zia Matì, abbiamo assistito al parto. Lei è una levatrice, perciò l’avevo fatta chiamare appena erano giunte le doglie.
Mentre massaggiava tua madre per aiutare il suo corpo a rilasciarsi, mi disse: “Fratello, che sarà della vita di questo nuovo essere? Sembra avere uno spirito forte? Stanotte ho sognato che toccavo un “Paqocha” ( Paqocha: “Allpaqa”. Alpaca, paco, paku. Famiglia di cammelli sudamericani. Produce lana finissima) bianco, molto bello”.
Non dissi nulla. Ero preoccupato e speravo che non si verificassero problemi durante il parto. Per fortuna non ci furono imprevisti e tutto fu facile.
Tua madre non ha sofferto molto. Mentre ti lavavamo con dell’acqua tiepida, tua zia ridendo felice ripeteva: “Lo sapevo, lo sapevo, questo sarà un “ayari” (Ayari: inviato, messaggero. Colui il quale prepara la strada al maestro, futura guida dell’umanità.) oppure un ‘paqo’. È qualcuno dall’anima forte: guarda come afferra e come si agita. Guarda quante rughe ha in fronte, forse sarà un ‘yachapu’ (Yachapu: intellettuale, saggio conoscitore)”.
Ero felice. Mi era stato portato un figlio maschio e tua madre stava bene. Ti avvolgemmo in piccole stoffe. Arrivarono altre sorelle per massaggiare e trattare il corpo di tua madre. Per fortuna non dovevamo più preoccuparci per il parto, ma fare in modo che lei riposasse e stesse lontana dall’acqua fredda per diversi giorni, perché il suo corpo era caldo. Lasciai che le donne si prendessero cura di tua madre e uscii a fare una passeggiata. Ero pensieroso.
I sogni, il sole e le nubi, i commenti di tua zia, erano chiari segnali con cui la natura si stava esprimendo. Sentivo che “Pachamama” voleva dirmi qualche cosa, perché essa comunica anche attraverso il linguaggio degli animali, delle piante o col suono del vento. Pertanto, decisi di seguire la tradizione dei nostri padri. Noi siamo “Warachiq”: per discendenza orale, possiamo trasmettere gli insegnamenti dei nostri antenati, e viviamo in contatto con i depositari dell’antica conoscenza spirituale inca.
Quello stesso pomeriggio, andai a cercare Nicasio Waranqa, il “Paqo” più importante della comunità, affinché facesse un’offerta di ringraziamento alla “Pachamama” per il nuovo essere che mi consegnava, per condurne e dirigerne la crescita. A questo punto, però, volevo conoscere il percorso che avresti fatto nella vita.»
«Vorresti affermare che quando sono nato, fu fatta per me un’offerta alla “Pachamama”?» gli chiesi poco tranquillo. Consideravo quei rituali più adatti agli stregoni, oppure ai ciarlatani.
«Dovevo ringraziare la “Pachamama” per il tuo arrivo sulla terra, perché ogni essere che giunge alla vita è un dono che lo Spirito Supremo fa agli uomini. Dovevo accertarmi che le tue guide spirituali rimanessero sempre con te. Inoltre dovevo ringraziare “Apu Qotallaulli”, che si prende cura degli uomini del nostro popolo», aggiunse molto serenamente.
«Ma… cosa c’entra “Apu Qotallaulli” con me? Perché lo dovevi ringraziare?… “Qotallaulli” non è altro che la montagna dove giocavo da bambino, non ha niente di divino o sacro» dissi un po’ bruscamente.
Mio padre m’interruppe: «Non parlare così, rispetta la natura… “Apu Qotallaulli” è nostro padre, il guardiano del nostro popolo. Ci osserva, ci custodisce e ci guida ogni giorno! Tu sei nato qui, ai piedi della montagna dove vive “Apu Qotallaulli”; perciò è il tuo guardiano, non dimenticano mai» disse con grande autorità.
«Scusami, padre, ma queste sono credenze passate. Adesso nessuno crede più in queste cose, e io neppure» gli risposi freddamente. Non volevo ascoltare le sue parole, e neanche credervi.
«Ora i giovani si sono dimenticati la religione dei nostri antenati. I “misti” hanno portato e imposto le loro opinioni, altri modi di pensare, diverse dal nostro concetto del mondo. La scuola dei “misti” fa addormentare i nostri figli, per questo non rispettano né amano la Madre Terra anzi, sembrano odiarla. Questo è il motivo per cui a poco a poco scompare l’amore per la terra, le piante e gli animali. L’uomo istruito capisce il linguaggio dei libri, ma ha dimenticato il linguaggio della natura. La “Pachamama” parla agli uomini, ma loro sono sordi e ciechi. Non la vedono né la sentono, specialmente quando essa li avverte di un pericolo.»
Mio padre smise di parlare e fra noi scese il silenzio. Io mi chiedevo: “Esisteva davvero un linguaggio della natura? Come lo avevamo dimenticato? Era vero che anch’io ero diventato sordo e cieco al linguaggio della natura?”. Le parole di mio padre erano semplici e dirette… con una loro logica.
Poco per volta, con l’arrivo della “civilizzazione”, si erano persi i costumi ancestrali, e un giovane indio istruito difficilmente avrebbe fatto un’offerta alla Madre Terra e tanto meno io.
I miei pensieri furono interrotti da mio padre, che proseguiva con il racconto. «Come ti stavo dicendo… andai alla ricerca di Nicasio Waranqa. Quello stesso pomeriggio venne da noi per fare le offerte alla “Pachamama” e per ringraziare gli spiriti guardiani degli uomini, animali, piante, minerali e tutta l’essenza divina di “Wiraqocha”: il nostro divino creatore. Con questo “Hampiq” (Hampiq: curandero specializzato nelle guarigioni grazie all’uso di conoscenze e terapie della medicina andina peruviana. Medico neologismo) era possibile fare una buona cerimonia, perché era un uomo pieno d’esperienze, maturo. Era un uomo così saggio che fra le sue molte conoscenze annoverava la divinazione. Usando le foglie di coca, poteva predirti il futuro, in maniera chiara e senza possibilità d’equivoci. Per questo era molto rispettato e benvoluto dal nostro popolo.
Così scelsi lui, perché nessuno avrebbe celebrato meglio il ringraziamento per la tua nascita. Inoltre, avrebbe saputo rispondermi riguardo ai segnali che mi avevano annunciato il tuo arrivo. La natura mi aveva indicato che eri stato predestinato a qualcosa di speciale. Poche volte si erano verificate tante coincidenze, ed io ero molto interessato a conoscere il cammino che avresti percorso, qui, sulla Terra. Perché, non dimenticarlo, noi non veniamo qui per caso. Esiste sempre un motivo per incarnarsi: un lavoro da compiere, oppure una preparazione a un prossimo lavoro.
Terminato il rito di ringraziamento, gli chiesi di scrutare nel tuo futuro. Per far questo gli portai una buona porzione di foglie di coca e il mantello usato per la divinazione. Leggere nelle foglie di coca significa comprendere l’ignoto, e questo Nicasio sapeva farlo bene.
“Nicasio, vorrei che tu guardassi il ‘Kausay’ (destino) di questo figlio che mi è appena nato” gli chiesi. “Come sarà? Che c’è nel suo futuro? Avrà una vita buona o soffrirà come noi?”.
Nicasio prese le foglie e si accovacciò sul pavimento sopra un tappeto. Dopo, estrasse da un sacchetto, in cui custodiva gli strumenti da sacerdote, un “wallki” (panno) di color rosso fuoco, a cui aggiunse un pugno di foglie di coca. Mi chiese di metterci un “senal” (una moneta o una cosa personale), poi richiuse il “wallki” su tre lati, lasciandone uno aperto. Lo sollevò tra le mani fino all’altezza della bocca e recitò una preghiera, dopodiché mi chiese di soffiarci tre volte. Quindi, Nicasio recitò una preghiera a voce bassa, invocando “Apu Qotallaulli” e gli altri spiriti che vivono nelle montagne vicino al paese. Con la mano destra tracciò tre croci. Depose il pacchetto sul pavimento e aprì una “llijlla” dai bordi.
A quel punto cominciò a leggere quanto dicevano le foglie di coca. Alzò più volte la mano destra facendo volare le foglie, che andavano a cadere un poco alla volta sulla ”llijlla”, dopo averle sempre osservate con cura. Nella divinazione ogni foglia ha un suo significato che cambia a seconda di come cade, del punto in cui si ferma, ed anche delle sue condizioni. Nicasio rimase un bel po’ a guardarle e poi mi disse: “Fratello lo spirito che parla attraverso queste foglie, dice che i figli che tu porterai alla vita saranno tanti, però, nessuno di loro sarà come questo che è arrivato ora. Nonostante le sue povere e umili origini andrà lontano. La sua vita sarà un percorso pieno di sofferenze e di trionfi, da cui uscirà temprato e pronto a ricevere l’arrivo di un’epoca nuova e di grandi cambiamenti per il nostro popolo”.
Tornò a mescolare le foglie e a sollevarle per farle cadere… le studiò bene ancora un’altra volta e mi disse: “Questo tuo figlio sarà un ‘Intip Churin’ (Intip Churin: Figlio del Sole. Fratellanza che lavora per l’elevazione spirituale dell’uomo nelle Ande).
Quando sarà un uomo, farà dei viaggi in paesi molto lontani, portando la voce del nostro popolo. Fin da bambino lascerà la comunità e andrà a vivere nella grande città, dove studierà. Ritornerà fra noi da adulto, a causa di una malattia da cui guarirà.., ma che lo farà cambiare. Dopo non sarà più come prima. Bada a lui finché non avrà forze sufficienti, poi lascia che segua il suo destino. Non devi preoccuparti per la sua vita, dal momento che ovunque andrà, incontrerà persone che, senza conoscerlo, lo aiuteranno. È nato predestinato: deve svolgere un lavoro. Nella sua vita sarà onorato da alcuni e disprezzato da altri. Per molti anni non lo vedrai ma, dopo la sua malattia, ti starà vicino”.»
A questo punto si concluse il racconto di mio padre, e tornò il silenzio. Io speravo di scoprire qualcos’altro, ma lui non sembrava interessato a proseguire. Mi guardò negli occhi, cercando di capire l’impressione che le sue parole avevano prodotto su di me… per vedere se le avrei accettate o rifiutate.
Non riuscii a sostenere il suo sguardo, in silenzio inclinai la testa. Ero confuso!
Ero venuto al mondo per svolgere un lavoro al quale ero predestinato! Queste parole si erano impresse profondamente nella mia mente. Ripassai, ad uno ad uno, tutti i particolari che ricordavo del suo racconto, cercando di confrontarli con i miei ricordi infantili.., e, dovevo ammettere, c’erano molte similitudini. Ora mi era chiaro perché, da bambino, mi vestivano con un poncho di vigogna e perché mia zia Matì mi chiamava “ajllasqa” (Ajllasqa: eletto, selezionato, designato )
«Papà, è questo tutto ciò che ti ha detto Waranqa? Perché adesso sono molto interessato a conoscere il resto della storia, se c’è…», gli chiesi.
«Waranqa ha detto molto di più, ma ora, non posso ancora dirtelo. Prima, devo controllare le ceneri dell’offerta, se il segnale è buono ti racconterò altri particolari, altrimenti dovrai aspettare un momento migliore…» Si alzò e uscì, diretto verso il luogo dove stavano le braci.
Era successo tutto così in fretta, che non avevo avuto il tempo di fermarlo. Guardai verso il posto cui si era diretto. Mi avrebbe rivelato altri dettagli riguardo al mio destino? Ero in ansia. L’attesa si stava facendo lunga. Con le mani incrociate sotto il mento, incominciai a studiare con più attenzione gli oggetti magici che si trovavano nello stesso posto in cui mio padre li aveva lasciati. Dopo un tempo che mi parve un’eternità mio padre rientrò. Il viso era sereno: né felice né corrucciato. Si mise di fronte agli oggetti e cominciò a sistemarli con cura in una piccola coperta, quindi, senza guardarmi, aggiunse: «La Madre Terra accetta l’offerta che le ho donato per te, ma il segnale per parlare non mi è stato dato, bisogna che aspetti…».
«Vuoi dire, che se la Madre Terra non ti autorizza, tu non mi dirai mai nulla riguardo alle predizioni della mia vita?» gli chiesi, piuttosto preoccupato.
«É così. Non è il momento, ogni cosa ha il suo tempo. In fondo, tu non sei ancora pronto a comprendere il messaggio» aggiunse soavemente.
Non ritenni opportuno insistere, ero scettico e poi ero stanco e avevo sonno. Avevo esaudito il suo unico desiderio ed adesso potevo andare a dormire. Così feci. Mentre stavo per prendere sonno, ripensai alle ultime parole di mio padre. Che cosa aveva voluto dire con “in fondo non sei preparato per comprendere il messaggio?”.

segue

Hernán Huarache Mamani

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Gli USA ai tempi dell’iPhone. Una nazione ad alto profitto e bassa prosperità


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questo articolo offre parecchi spunti su cui riflettere …
io solo una cosa vorrei dire:
considerato che siamo da decenni servi degli UsA e schiavi della Nato
e considerato che abbiamo sempre assorbito qualsiasi novità
proveniente da quel Paese (anche il peggio del peggio) vi prospetto
la probabilissima possibilità che quello che leggerete ora
lo potrete leggere tra una decina d’anni ma riferito all’Italia …
che dite ???
anche prima ???
può essere …

Claudio

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di Alberto Forchielli, Mandarin Capital Partners

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La provincia degli Stati Uniti, a pochi mesi dalle presidenziali, offre uno spettacolo sconcertante di cittadine una volta rigogliose che oggi hanno interi isolati pieni di negozi chiusi, strade sbarrate e un solo centro commerciale che serve l’intero territorio.
E, come se non bastasse, la metà degli abitanti è disoccupata, con molti di loro che pesano anche trecento chili perché nei ristoranti c’è la diabolica formula del buffet a prezzo fisso “All you can eat” (Tutto quello che puoi mangiare), con fette di torta da un chilo l’una! È questa, letteralmente, la “pancia” dell’America.
Uno scenario piuttosto apocalittico che arriva da lontano e che Andrew Grove, un “gigante” della Silicon Valley – che ha partecipato alla fondazione della Intel Corporation, guidandola fino al 2004 e che ci ha lasciati lo scorso 21 marzo, all’età di 80 anni –, ci aiuta a decifrare grazie a un saggio scritto per Bloomberg nel 2010.

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La Silicon Valley, spiega Grove, per sfruttare appieno il vantaggio competitivo delle sue innovazioni, ha delocalizzato la produzione in Asia perché era più redditizio; quindi, intenzionalmente, ha inciso sulle dinamiche occupazionali degli Stati Uniti e oggi il prezzo da pagare è altissimo, non solo in termini di perdita di posti di lavoro ma anche di competenze negli USA.
E questi sono ovviamente alcuni dei temi più caldi della campagna elettorale americana.
Infatti, tralasciando la grande vocazione industriale del secolo scorso, negli ultimi quindici anni sono spariti 7 milioni di posto di lavoro.
Parallelamente, nello stesso periodo, la classe media si è impoverita perché chi prima lavorava alla Ford o alla Caterpillar guadagnando fino a 40 dollari l’ora, oggi lavora per 8 dollari da McDonald’s, UPS e Uber, sprofondando nella fascia di povertà.
Inevitabilmente, gli americani hanno cominciato a farsi delle domande.
Perché inventiamo l’iPhone se poi lo facciamo produrre e assemblare in Cina con componenti che provengono da tutte le parti del mondo?
La risposta è nella logica descritta da Grove.
La ragione per cui Apple preferisce spostare la sua produzione in Cina non è solo perché i costi sono più contenuti ma è anche perché solo in Cina riesce a concentrare in una stessa location 150mila operai di cui 30mila sono ingegneri.
E la domanda ancora più tragica che si pongono gli americani più illuminati è: riusciremo a mantenere la leadership tecnologica senza avere in casa la produzione degli elementi più sensibili?
A parte la filiera legata alla difesa, la risposta è no.
Nel lungo periodo anche le divisioni ricerca e sviluppo saranno costrette a spostarsi vicino alle fabbriche perché l’innovazione – che nasce dal confronto tra quello che si sogna di fare e quello che si può fare nella realtà – fatta a decine di migliaia di chilometri di distanza dall’industria è impossibile.
Tanto più se ci sono problemi di “intellectual property”.
Perciò le multinazionali americane che manterranno il controllo su innovazione e produzione non lo faranno in America ma nelle Silicon Valley del futuro, tra Israele, Cina e ovunque verrà trasferita la prossima fase produttiva.
Perché è andata a finire così?
Secondo Andrew Grove, perché la Silicon Valley ha riposto troppa fiducia nella capacità delle start-up di creare posti di lavoro mentre la storia recente ci ha insegnato che è soprattutto la fase della produzione di massa che porta occupazione.
Così un impegno a tutto campo per la produzione con base in America non è mai stata una priorità per la Silicon Valley e neppure per l’agenda politica degli ultimi governi.
Una mancanza, secondo Grove, che sarebbe il risultato dell’errata convinzione che il libero mercato sia il migliore di tutti i sistemi economici.
Una convinzione che si sposa con la tesi piuttosto diffusa che il lavoro esportato non sia un problema fintanto che i profitti aziendali rimangono negli Stati Uniti.
Il problema però sopraggiunge quando con l’aumentare dei guadagni, arriva anche l’esodo dei profitti verso l’estero con l’evasione fiscale.
Con quale risultato?
Che siamo di fronte a una nazione ad alto profitto ma a bassa prosperità.
“Tutti noi del mondo degli affari – scrive ancora Grove – abbiamo la responsabilità di sostenere l’attività industriale americana da cui dipendiamo e la società, la cui capacità di adattamento e la stabilità, abbiamo forse dato per scontato.
La Silicon Valley e gran parte delle aziende americane devono ancora raggiungere e capire questo principio”.
Perciò che l’America possa perdere il suo primato di patria della tecnologia è un fatto ormai confermato dai crescenti problemi di bilancio che obbligheranno il governo a tagliare le spese in ricerca (sanitaria, militare e spaziale).
E la bassa vocazione industriale e i budget che si riducono vanno a convergere con altri fattori come la tassazione che non può aumentare, il basso numero di laureati in ingegneria (negli USA sono 80mila l’anno mentre in Cina sono 2-3 milioni) e il contingentamento a 15mila professionisti esteri che entrano nel Paese annualmente: dinamiche ben più che sufficienti a fermare la crescita americana.
La situazione andrebbe quasi ribaltata ma il cambiamento si scontra con le logiche politiche.
Difatti nel 70% dei casi gli Stati Uniti hanno avuto un presidente di un partito diverso da quello in maggioranza nel Congresso, con inevitabili conseguenze sulla governabilità.
E intanto, se non si inverte la rotta, la logica dell’“All you can eat” sarà riservata alle multinazionali mentre la povertà della gente comune aumenterà sempre di più.

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