Negli occhi dello Sciamano


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Capitolo primo

CAMBIA STRADA, RITORNA SUL TUO CAMMINO

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151

Tra il sogno e la realtà, udii, lontana, la voce della hostess che annunciava dagli altoparlanti dell’aereo, prima in spagnolo e poi in inglese: «Signori passeggeri, ci stiamo avvicinando all’altopiano di Arequipa; atterreremo fra dieci minuti all’aeroporto Rodriguez Ballon. La temperatura a terra è di 18 °C e l’altitudine della città è di 2.279 metri… Si pregano i signori passeggeri di spegnere le sigarette, sollevare gli schienali e allacciarsi le cinture».
Con grande sforzo, mi staccai dallo schienale della poltrona sulla quale ero poggiato e mi affacciai al finestrino dell’aereo che, come un gigantesco uccello argentato dalle ali distese, si avvicinava velocemente alla città. Di fronte ai miei occhi stanchi apparvero le alte montagne grigie, dalla vetta bianca, senza vegetazione. Il Pichu Pichu. il Chachani e il Purina o Misti come le chiama la gente. Tutte si ergono come fossero sentinelle rocciose della città di Arequipa. Mi erano familiari, per via degli anni che avevo trascorso in questa città, che è stata costruita nel mezzo del deserto. Poi quel paesaggio desolato si trasformò lasciando posto alla frangia verde smeraldo della campagna arequipegna, bagnata dal rio Chili, un sottile serpente argentato che è fonte di sostentamento per più di mezzo milione di persone. Dal cielo la campagna pareva una scacchiera dai diversi colori: il giallo del mais e del grano, il verde scuro dell’alfalfa, il verde chiaro degli ortaggi e il rosso rosato dell’aglio o della cipolla.
Finalmente apparve la città di Arequipa! Con un misto di dolore e allegria, contemplai i tetti delle case che passavano in fretta davanti ai miei occhi stanchi, che lottavano per non chiudersi. Mentre l’aereo stava atterrando, con fatica, ripassai mentalmente ciò che avrei dovuto fare una volta che l’aereo si fosse fermato. Avevo telefonato a un amico chiedendogli di venirmi a prendere all’aeroporto. Sarebbe stato ad aspettarmi lì fuori? Ero preoccupato… il mio fisico era notevolmente provato, riuscivo a malapena a stare in piedi.
In quegli ultimi mesi estivi ero stato tra la vita e la morte. I medici mi avevano dato per spacciato. Avevo deciso di affrontare questo viaggio per seguire la tradizione india dì porre le proprie membra a riposo nella terra dove si è nati! Che altro mi restava? Ero gravemente ammalato. I soldi che avevo erano sufficienti a coprire le spese del viaggio fino al piccolo villaggio del gran Cañón del Colca dove sono nato. Il piccolo abitato si trova su un altipiano di 3.650 metri, ai piedi dì una montagna. Conservavo a malapena la speranza di vedere per l’ultima volta la mia terra, salutare i miei familiari, risentire le risa della nostra gente semplice, respirare l’aria e l’aroma della terra dove ho trascorso la mia infanzia. come tanti altri indios delle montagne. L’unico desiderio era raggiungere il mio paese, chiudere gli occhi per dormire un lungo sonno e far riposare le stanche ossa accanto ai miei familiari che già dormivano il sonno eterno…
I miei pensieri furono interrotti quando quattro braccia mi sollevarono dalla poltrona, mi poggiarono su una barella e mi condussero giù dall’aereo.
Il calore del sole arequipegno mi bruciò e la luce mi accecò. Mentre mi portavano verso la sala della reception, come in un sogno si avvicinò il mio amico Lucio. Mi stava aspettando. Mi abbracciò con un misto di affetto e tristezza. «Mamani, amico mio» disse guardandomi stupito. «Fratello mio, che ti è successo? Che cos’hai?» Stava per continuare, ma mi sorrise e scelse di tacere.
Dopo aver attraversato faticosamente un lungo passaggio, arrivammo al parcheggio dell’aeroporto. Lì, Lucio disse agli infermieri: «Mettetelo qui, in quest’auto. Fate piano, per favore». Mi osservava con attenzione, cercando dì scoprire quale male mi avesse consumato. I suoi occhi non riuscivano a credere a quello che vedevano: l’amico che aveva conosciuto per tanti anni adesso era di fronte a lui ridotto pelle e ossa. «Spero che tu stia comodo. Mi senti, Mamani?» disse, mentre mi aiutava a sistemarmi.
Mossi solo la testa in cenno affermativo. Riuscivo a malapena a parlare… Facendo un grande sforzo gli strinsi la mano. Avevo la mente annebbiata, come fossi ubriaco. Da quando ero sceso dall’aereo le vertigini e i dolori si erano fatti atroci. Sentivo la sua voce in lontananza, benché lui fosse al mio fianco. Con gran fatica riuscii a dirgli: «Grazie per l’aiuto, Lucio… Scusami se ti creo tanti problemi».
«Non ti preoccupare, gli amici esistono per questo» disse, mentre chiudeva la porta della macchina. Poco dopo la sua auto correva veloce lungo la strada verso il centro della città. Viveva in un’abitazione confortevole in un quartiere residenziale.
Restammo entrambi in silenzio, lui guidava e io stavo appoggiato sui sedili, sistemati in modo da rendere il viaggio il più possibile confortevole.
Lungo il tragitto, tornai con la mente al tempo in cui conobbi Lucio… ai nostri giorni da studenti. Quegli anni giovanili furono molto duri per me. Nel collegio dove mi ero iscritto non conoscevo nessuno, vedevo tutti quanti per la prima volta. Lui fu il primo a offrirmi la sua amicizia e m’invitò a sedere nel banco accanto a lui. Non appena entrai nell’aula per occupare il mio posto, sentii un mormorio fra gli altri…
Era naturale, io ero un indio e la classe era composta esclusivamente da bianchi e meticci.
A quei tempi, la discriminazione razziale si manifestava apertamente in una città come Arequipa. Gli indios non erano bene accolti in molti luoghi. Mio padre mi raccontava che, sessant’anni prima, nessun indio poteva risiedere nella “Città Bianca”. La chiamavano così perché le case erano state costruite con blocchi di lava vulcanica bianca. detta “sillar” (Pietra squadrata (NdT), e perché durante l’epoca della colonizzazione era la città col maggior numero di spagnoli e creoli. Solo una minima parte della popolazione era composta da indios, che per lo più svolgevano lavori umili e degradanti.
Ma negli anni seguenti le terre meridionali del Perù furono colpite da una siccità che durò diversi anni e provocò una carestia che flagellò gli abitanti di Cusco, Apurímac, Puno e di alcune province di Arequipa. Molti indios di campagna furono costretti, per sopravvivere, a emigrare verso la città. Così la mia famiglia era giunta ad Arequipa, dove la maggior parte della popolazione di bianchi e creoli non ci amava.
Lassù in mezzo al deserto, sopra le colline, noi indios, per lo più Quechua e Aymarás, costruimmo le nostre rustiche abitazioni e sopravvivemmo malgrado l’ostilità razziale.
«Indios! Fuori di qui, tornatevene alla vostra terra» ci ripetevano in continuazione. Noi, gli indios, stavamo zitti. chinavamo la testa e restavamo in città. Alcuni di noi si adattavano a fare lavori umilissimi o poco dignitosi, altri diventavano venditori ambulanti e altri ancora avevano attività occasionali. Eravamo tutti poveri e senza molta istruzione. poiché gli istituti superiori, a quei tempi, erano riservati solo ai bianchi e ai meticci; e gli studenti dovevano vestirsi “all’europea”. Certo, anche a noi indios era permesso imparare a leggere e a scrivere nelle scuole medie statali, in stanze povere e con maestri mal pagati. Lì imparavamo a parlare e a scrivere in spagnolo, ci venivano insegnati i rudimenti delle scienze e delle arti e ci inculcavano i vantaggi d’essere occidentalizzati. Ci suggerivano, oppure ci obbligavano, a rinunciare alle nostre origini indios. Solo pochi di noi proseguivano gli studi nei licei secondari e in pochissimi riuscivano a varcare la porta dell’università per diventare in seguito dei professionisti.
Inoltre gli insegnanti e i presidi a quei tempi erano per la stragrande maggioranza bianchi o meticci e non gradivano avere indios nelle loro aule. Nonostante tutto, tra quegli insegnanti c’erano delle eccezioni: uomini sensibili, nemici della discriminazione razziale, che sostenevano l’elevazione intellettuale degli indios. Tra costoro alcuni erano riusciti ad arrivare in parlamento e avevano ottenuto che l’educazione non fosse più patrimonio esclusivo dei bianchi e dei meticci. Così, finalmente, anche noi indios potevamo iscriverci e frequentare qualsiasi centro di studi. Io fui uno di quelli. Gli studi costavano, certo… Però ero riuscito a vincere un concorso e avevo ottenuto una borsa di studio che copriva le spese scolastiche; ma poi dovetti affrontare altre difficoltà.
Ricordo che il primo giorno di scuola arrivai in ritardo nell’aula magna, perché dovetti aspettare che decidessero in quale sezione sarei stato inserito.
«Ciao. Come ti chiami? Io sono Luis, ma puoi chiamarmi Lucio» mi disse amabilmente uno studente.
Io non sapevo come rispondere. Era un bianco che si rivolgeva a un indio. Perciò dissi, timidamente: «Mi chiamo Mamani». Mi sedetti vicino a lui, e fu subito chiaro che tra noi sarebbe nata una grande amicizia. Fin dal principio, Lucio dimostrò di essere un ribelle di natura, nemico della discriminazione. Mi diceva: «Devi difenderti, non farti umiliare dagli altri compagni. Se vengono a cercarti per una rissa, buttati nella mischia, pretendi che ti trattino come un essere umano, uguale a tutti; non ti devi considerare inferiore a loro».
In macchina, la voce di Lucio mi riportò alla realtà: «Mamani, a casa mia ti aspetta una sorpresa che neppure t’immagini». Le sue parole risuonarono lontane e appena udibili.
Senza grande interesse gli chiesi: «Che cos’è?».
«Lo vedrai da te… Ti riporterà al tuo villaggio» mi rispose.
“Cosa potrebbe essere?” pensai.
La sorpresa fu mio padre che, in carne e ossa, era venuto in città per riportarmi a casa.
Il nostro incontro non poteva essere più drammatico. Mio padre, un indio anziano e forte, era di fronte al figlio gravemente malato che non vedeva da svariati anni, da quando cioè avevo deciso di andare a lavorare a Lima, la grande città, per procurarmi una buona posizione e contribuire a migliorare Lima stessa. Una città con oltre sette milioni d’abitanti, un polo di attrazione per i giovani professionisti e per tutti coloro che vogliono sfondare nel regno dell’industria, del commercio, della finanza, dove si trova la sede centrale del governo, con una gran burocrazia ripartita tra ministeri, organismi statali e università. Tutto il potere politico, economico e sociale è racchiuso in questa grande metropoli,
Per noi peruviani stabilirsi a Lima è il sogno, l’illusione di godere del meglio che il nostro Paese può offrire: «Lima è il Perù». Per questo avevo deciso di stabilirmi nella capitale dove ottenni una cattedra e lavorai per un organismo statale con un incarico direttivo. Per lo meno, questo era quanto sapeva mio padre. Credeva che guadagnassi molto denaro e che vivessi con tutte le comodità di un occidentale.
Da quando mi ero trasferito a Lima avevamo parlato poche volte. I nostri rapporti erano ridotti al minimo. Nel villaggio in cui viveva mio padre non c’era il telefono né l’elettricità e i mezzi di comunicazione erano pochi. Fare un viaggio da Lima verso il nostro paese era come fare un tuffo nei passato, un’odissea di 1.200 chilometri.
Sentii rimorso per non essere mai andato a trovarlo quando stavo ancora bene.
L’ultima volta che mi aveva visto, ero in salute, forte e ottimista, fiducioso di conquistare Lima. Ora mi vedeva ridotto a un relitto umano.
L’incontro fu terribile, tanto per lui quanto per me, che mi sentivo stordito. Le lacrime velarono i suoi occhi: il dolore e la pena apparvero sul viso indurito dall’aria delle montagne andine. Si trattenne subito e, con la serenità che aveva sempre dimostrato, mi abbracciò con forza. «Figlio mio, andiamo nella nostra casa di Arequipa» e aggiunse rivolto a Lucio: «Portaci a casa nostra, per favore».
«Va bene» disse il mio amico.
E così, Lucio ci portò alla nostra umile abitazione fatta di argilla e canne, una di quelle che usa il nostro popolo; già da anni ai margini di Arequipa erano state costruite case di questo tipo perché molti erano scesi dalle montagne attratti dal fascino della città.
Lucio ci portò fin lì passando per strade polverose e case lasciate a metà. Quando arrivammo alla nostra, prima di andarsene, parlò brevemente con mio padre. «Lo stato di salute di suo figlio è delicato, non lo avevo mai visto così. È impressionante cosa può fare la malattia! Se decidesse di ritornare al villaggio dove è nato, vi porterei con molto piacere. Ora devo andare a lavorare, ma tornerò più tardi.» Quindi, avvicinandosi a me, disse per confortarmi: «Mamani, vedi di guarire, animo! Ci sono ancora tante cose che devi tare; spero che ti rimetterai in fretta. Abbi cura di te!». Parlò con voce rotta, mentre mi dava una pacca sulla spalla. «Se ti serve qualcosa non devi far altro che chiamarmi. A presto. amico.»
Mossi la testa lentamente e lo seguii con lo sguardo mentre usciva. Era un amico affettuoso e leale, nonostante le nostre differenze razziali, sociali e culturali. Lucio aveva la pelle chiara, i capelli castani, gli occhi azzurri e la carnagione rosea; era di media statura, con un corpo moderatamente muscoloso che gli dava l’aspetto di uno sportivo. Apparteneva a una famiglia della borghesia, era figlio di un noto imprenditore locale. Io, invece, ero un indio povero che per riuscire a sopravvivere aveva dovuto lavorare di notte e studiare di giorno, mentre il cibo scarseggiava sempre.
Assieme avevamo fatto fronte alle burle e all’arroganza dei nostri compagni di studio. Le nostre differenze sociali e razziali non esistevano più quando dovevamo combattere. A questo proposito, riferendosi alla discriminazione dei bianchi contro gli indios, lui diceva: «Voi dovete difendervi, dovete lottare per voi stessi. Un indio non vale meno dì un bianco inoltre, queste terre prima appartenevano ai vostri antenati. Noi siamo immigranti recenti. Abbiamo meno diritti di voi, su questa terra».
Questi modi gli avevano procurato amicizie e inimicizie tra i compagni: per alcuni era un pazzo, per altri un idealista. Quando parlava delle disuguaglianze esistenti, il suo viso diventava rosso per la forte emozione e i suoi occhi azzurri lanciavano scintille. In quanto bianco, aveva un ascendente sui bianchi e sui meticci, ma quando si trattava di difendere i diritti degli indios non poteva fare a meno di discutere. Con gli anni, proseguendo negli studi universitari, ci eravamo separati: lui si era trasferito in Argentina e io avevo dovuto restare ad Arequipa, per frequentare l’università locale. Quando Lucio tornò dall’estero, la nostra amicizia era salda come prima. Lui si stabilì definitivamente ad Arequipa, per dirigere un’impresa, mentre io trovai lavoro a Lima.
Ci scrivevamo e ci sentivamo spesso per telefono. Alcune volte ci incontravamo ad Arequipa oppure a Lima, dove lui veniva frequentemente per questioni commerciali.
L’incontro con mio padre fu provvidenziale e mi fu di grande aiuto, ma questo l’avrei scoperto solo in seguito.
Anziché ritornare al Cañón del Colca, dopo avermi esaminato attentamente egli disse: «Rimarremo qui ad Arequipa. Non aver paura della morte, poiché non è arrivata la tua ora. Ti curerò e starai di nuovo bene. Ti domanderai come mai mi trovo qui. E come sono arrivato a casa del tuo amico o come sapevo del tuo ritorno in città». Mossi appena il capo, per rispondere a mio padre, perché continuavo a sentire un insistente ronzio dentro la testa dolorante.
«Ti dirò, l’ho sognato. Ti ho visto in casa di Lucio. Eri mollo malato, disteso su un Ietto. Io credo nei sogni, ed è tramite essi che ricevo i messaggi; per questo ho viaggiato fino a qui. La prima cosa che ho fatto è stata andare a cercare il tuo amico. L’ho trovato a casa questa mattina e mi ha confermato che saresti arrivato oggi in aereo. Mi ha chiesto di rimanere qui mentre lui veniva a prenderti.»
L’immagine di mio padre pareva confusa all’interno dell’appartamento, riuscivo a malapena a distinguere il suo viso. Mentre parlava, mi ungeva con alcune pomate la schiena, il petto e il ventre.
Pensandoci bene, conoscevo poco mio padre. Sapevo fin dalla più tenera età che lui era una sorta di curandero, cioè che curava le persone del paese usando le erbe. Ma non si trattava mai di malattie gravi come quella che avevo io. Se la medicina ufficiale non poteva fare nulla per me, figuriamoci come poteva pensare di curarmi luì con semplici erbe, somministrate in modo empirico.
«Non ci sono cure per me» gli dissi. Le parole colme di amarezza e disperazione mi salivano con grande sforzo dalla gola.
Mio padre insistette: «Starai bene. La tua malattia passerà, ritornerai in forze. Hai ancora molto tempo davanti a te. Vivrai molti anni ancora, perché devi affrontare il tuo destino… La tua malattia è solo un mezzo per farti cambiare. E molte cose cambieranno in te. Non sarai più un uomo che ragiona freddamente, ma diventerai un uomo di cuore, con molto amore da dare agli altri. Guarda alla malattia come a un insegnamento, come a un’opportunità che ti offre la vita. Cercane il senso, chiediti: perché sono malato? Dove ho sbagliato durante il mio cammino?».
«Io non ti capisco» dissi lentamente, mentre cambiavo posizione per sistemare meglio il mio corpo indolenzito nel letto duro e grezzo.
«È difficile per te accettare la tua malattia, ma capirai. La comprensione ti verrà col tempo, adesso non è il momento» continuò. A quel punto fummo interrotti da qualcuno che entrava nella stanza.
Riuscii a percepire in modo confuso la figura familiare di una donna della nostra comunità. Indossava un abito multicolore dominato dal rosso, aveva un sorriso affettuoso, gli occhi neri brillanti, il volto ramato e i lunghi capelli raccolti in trecce. «Hermanito, come sei cambiato! Sei così magro!» disse mentre mi osservava con grande attenzione. «Mi prenderò cura di te mentre starai qui» aggiunse dolcemente.
Riconobbi in lei una donna che era sempre vissuta nella comunità del Cañón del Colca e, quando veniva ad Arequipa, viveva nella casa che avevamo costruito fuori città, nel deserto, come tanti altri emigranti, senza particolari comodità.
Mio padre mi disse: «Figliolo, vado alle pendici del Pichu Pichu a cercare le erbe che possono curare i tuoi mali. Nel frattempo, Antonia si occuperà di te».
«Papà, prima di andare lasciami vicino le medicine… le devo prendere» lo pregai.
Guardò i tarmaci che stavo utilizzando, li prese e li mise in una borsa, aggiungendo: «Queste non ti cureranno. Se non sei guarito finora, perché ne fai uso? Lascia che il tuo corpo se ne liberi e aspetta che io torni».
Antonia, durante le ore che seguirono, mi fece bere un infuso che mio padre mi aveva preparato. Lo bevvi con difficoltà, ma i suoi effetti non si fecero attendere molto: infatti mi fece addormentare e rilassare completamente. Non riuscivo a capire quanto tempo stesse passando, ero in uno stato confusionale: non mi rendevo conto se era giorno o notte.
Mio padre tornò dal Pichu Pichu, credo il giorno dopo, con un sacco che conteneva una gran quantità di erbe che diffondevano nella casa un odore penetrante. Prima di iniziare, prese tre foglie di “coca” – una pianta medicinale, alimentare e sacra per gli indios – e recitò una preghiera. Poi, avvicinandole alla bocca vi soffiò sopra con molta reverenza. Le interrò e spruzzò del liquore e della “chicha” – una bevanda alcolica ottenuta dal mais – in direzione dei quattro punti cardinali.
«Ho chiesto il permesso alla Pachamama  (Pachamama: Madre Terra Madre Natura. Divinità inca. rappresenta il pianeta terra. Ci si rivolgeva a lei mediante delle offerte e nelle cerimonie agricole) e agli “Apukuna”, i guardiani della medicina, per poter procedere nella preparazione della tua cura» mi disse allora, mentre manipolava le erbe, dividendole in gruppi diversi: alcune le mise a macerare, altre le macinò e altre ancora le mise a bollire. Dopo che ebbe terminato con i vari procedimenti, rovesciò le erbe trattate in una vasca di acqua tiepida, dove fui adagiato. Il risultato della miscela somigliava al petrolio, e come il petrolio diffondeva un odore forte e pungente. Il contatto con il liquido regalò al mio corpo un’immensa sensazione di sollievo e tranquillità. Mio padre prese a strofinarmi la testa, le spalle, la schiena, il petto, le braccia, le gambe, le mani e i piedi, con acqua e erbe. Formando una coppa con le sue mani ruvide, mi sciacquava con questo liquido medicinale. Di tanto in tanto prendeva le erbe che si erano depositate in fondo alla vasca e mi frizionava con forza la colonna vertebrale, oppure mi massaggiava le estremità più e più volte. Mentre svolgeva il suo trattamento terapeutico, mi disse: «Vedrai, la Pachamama ti guarirà. Le medicine della città saranno buone per i cittadini, ma per noi indios è questa la nostra medicina… Vedrai come starai bene in fretta».
Dopo il bagno, mi portarono nel letto che era stato preparato con coperte di lana di varia grandezza, riscaldate precedentemente al sole. Fui cosi avvolto completamente, lasciando solo un piccolo spazio per le narici affinché potessi respirare liberamente.
Alcuni minuti dopo il mio organismo iniziò a bruciare. Una calda sensazione di vita pareva tornare nel mio corpo e il sudore cominciò a scorrere copiosamente sulla mia pelle. Non mi era mai successa una cosa simile: il sudore usciva abbondantemente da tutti i pori. Il cuore mi batteva con forza, lo sentivo pieno di energia. Il trattamento durò diverse ore: mio padre portava in continuazione delle coperte asciutte, sempre riscaldate al sole, per sostituire quelle ormai bagnate, facendole scivolare dal basso.
Alla fine prese un recipiente che conteneva un liquido col quale cominciò a bagnarmi e la traspirazione cominciò a ridursi.
Antonia e mio padre, dopo avermi rivestito con panni asciutti, mi distesero su un altro letto. Ma prima mi fecero bere un infuso d’erbe medicinali che, secondo mio padre, mi avrebbe permesso di riposare con tranquillità. Poco dopo entravo in un sonno profondo e ristoratore, un genere di riposo di cui non godevo da diversi anni.
Dormii per circa tre giorni, risvegliandomi solo per bere qualcosa o per mangiare alcuni cibi leggeri, perché avevo fame, ma poi mi riaddormentavo.
Un paio di giorni dopo fui sottoposto a un altro bagno con erbe medicinali e a massaggi. Continuai a riposare diversi giorni ancora. Quando mi risvegliai completamente, benché fossi magro sentivo che la salute rientrava nel mio corpo. Non potevo crederci… Stavo guarendo e avrei continuato a vivere.
Mio padre aveva saputo curarmi dalla malattia che, cominciata con un’intossicazione alimentare, era peggiorata con l’ingestione di una gran quantità di farmaci. All’inizio mi ero fatto visitare dai medici della mutua, ma poi, stufo della burocrazia statale, mi ero rivolto a specialisti privati. Nessuno era riuscito a liberarmi dai dolori che mi colpivano come pugnalate: ogni medico faceva la sua diagnosi e mi somministrava le sue medicine, ma io continuavo a stare male. Ora, invece, mi sentivo bene. Quello che non erano riusciti a fare i migliori specialisti di Lima, era riuscito a farlo mio padre. Era un miracolo. Ero felice, riconoscente, anche se ancora piuttosto perplesso.
Nella mia mente di indio occidentalizzato sorgevano parecchie domande. Come aveva potuto mio padre curare con l’uso di erbe medicinali, bagni, massaggi e alimenti particolari, una malattia di fronte alla quale la medicina ufficiale era stata impotente? Come sapeva lui che non sarei morto? Era intuito o preveggenza? E come sapeva che sarei tornato ad Arequipa? Era vero che poteva vedere in sogno ciò che doveva accadere? Sapevo che i mezzi di comunicazione nel villaggio in cui viveva mio padre erano inesistenti: non c’era telegrafo, né telefono e il sistema postale funzionava male, a quel tempo. Eppure nessuno, a parte Lucio, era a conoscenza del mio ritorno.
Di una cosa ero sicuro: l’arrivo di mio padre in città per curarmi non era stato casuale. Mi tornò in mente che in passato aveva dimostrato di possedere doti di precognizione. Ricordavo tutte le volte che aveva fatto quei particolari sogni, che poi si erano avverati: come la volta in cui salvò tutta la famiglia da morte sicura, grazie a questo dono.
L’aspetto che mi era sconosciuto, in lui, era la sua pratica di curanderismo, la sicurezza con cui se ne era servito e tutto quello che sapeva a proposito della mia vita. «Pensaci bene. la tua malattia è passeggera, tornerai a essere forte» continuava a ripetermi. Cosa lo faceva essere così sicuro? Quando avevo lasciato la capitale, le mie condizioni erano disastrose. Ero intossicato dai troppi farmaci assunti nel tentativo di riacquistare la salute e così magro che mi si potevano intravedere le ossa attraverso la pelle.
Chi mi avesse visto prima della cura, difficilmente avrebbe pensato a una veloce ripresa. Ora invece ero guarito e stavo riacquistando velocemente il mio peso forma. Sentivo la gioia di vivere e le forze che rientravano nel mio corpo. Ero impaziente di riprendere a lavorare, volevo tornare nella capitale e alle attività che avevo dovuto abbandonare. Volevo dimostrare di essere un grande professionista, o almeno queste erano le mie intenzioni.
Da parte sua, mio padre si limitava a osservarmi, raccomandandomi di mangiare alcuni cibi e obbligandomi a bere i suoi infusi, insistendo sul fatto che dovevo cogliere il lato positivo della malattia di cui avevo sofferto. Nei pochi giorni che passammo assieme, per la prima volta ci confrontammo come due persone adulte: dopo tanti anni di lontananza l’uno dall’altro, finalmente avevamo l’occasione di parlare e scambiarci opinioni. Mi resi conto che tra noi esisteva una grande differenza culturale: io ero riuscito, frequentando l’università, a diventare un professionista e credevo di sapere molte cose. Lui invece era un semplice contadino, senza molta istruzione se non quella che si ottiene alla scuola della vita. Avevamo anche un diverso modo di vedere e vivere la vita: io mi ero abituato a essere circondato da tutte le comodità, lui alla vita semplice dei campi. Queste divergenze si erano create sia per la differenza dì età che esisteva fra di noi, sia perché io mi ero totalmente assimilato alla cultura occidentale. Da quando avevo abbandonato la comunità, all’età di undici anni, per andare a scuola, vivevo in città. L’istruzione che avevo acquisito mi aveva fatto perdere quasi del tutto le mie radici culturali.
Agli inizi, la mia vita in città fu una lotta continua per la sopravvivenza, sempre alla ricerca di qualche lavoro che mi permettesse di guadagnare un po’ di soldi per mangiare, vestirmi, dormire sotto un tetto e continuare a studiare. Il mio sogno era avere successo, soldi, una bella casa, un’automobile, un grosso conto in banca e, se fosse stato possibile, andare a vivere all’estero.
I miei genitori non potevano darmi denaro perché erano poveri e vivevano modestamente nel loro villaggio, cibandosi di ciò che produceva la terra. Tutte le volte che venivano in città a trovarmi, portavano con sé del cibo che si potesse conservare a lungo. In quegli anni non conversavo con mio padre perché mi sentivo superiore a lui, molto più colto. Avevo una padronanza dello spagnolo migliore della sua e inoltre mi vergognavo di essere il figlio di un indio senza istruzione. Due cose mi facevano sentire importante: riuscire a portare avanti gli studi e vestirmi come un vero cittadino.
Avevo cambiato i vestiti indossati nella comunità con modesti abiti occidentali. Non appena riuscii a guadagnare uno stipendio decente, per prima cosa mi comprai abiti eleganti: camicia bianca, cravatta, pantaloni e scarpe di qualità rimpiazzarono i vestiti sgualciti o di seconda mano che avevo usato per anni.
Poche volte ero andato in visita al paese dove ero nato. Non avevo nulla da fare là, mi sentivo un estraneo. Benché gli abitanti mi accogliessero con gentilezza e con affetto, in vedevo in loro una massa di gente ignorante, analfabeta, senza ambizioni particolari, e tra costoro ovviamente mio padre non faceva eccezione. Per questo, durante gli anni precedenti la mia malattia, non avevo avuto un autentico rapporto con lui. Le poche conversazioni che iniziavamo, terminavano in accese discussioni.
Io insistevo a imporre il mio punto di vista, che logicamente era condizionato da quanto avevo imparato studiando al liceo o all’università.
Invece mio padre continuava a ripetermi: «Sei ancora giovane per capire, quando la vita ti colpirà, il tuo orgoglio svanirà come il fumo e in poco tempo comprenderai tante cose».
Adesso il momento era giunto. La malattia mi aveva insegnato a riconoscere i veri amici. A parte Lucio, tutti gli altri, appena avevano saputo che ero malato, come per magia erano scomparsi: non si facevano trovare in casa, erano occupati, oppure in viaggio.
Un altro colpo fu inferto al mio orgoglio quando mi resi conto che la medicina ufficiale non era così efficace. Avevo sempre pensato che se non mi fossi potuto curare con quella, non avrei avuto scampo. Quando chiesi a mio padre su quali principi si basasse la sua conoscenza di curandero, si limitò a dirmi: «Ci sono molti modi per curarsi. I farmaci di città sono cari per noi, ma Pachamama, la Madre Terra, ha posto al nostro servizio i poteri medicinali delle piante, degli animali e dei minerali. Ecco perché noi indios ci curiamo con la medicina della terra».
«Ma come fai a sapere quale pianta può guarire una particolare malattia?» gli chiesi, avendo notato che usava solo determinate piante per preparare la mia cura. Sapevo inoltre che mio padre non aveva mai studiato né botanica né farmacologia.
«Io conosco le piante e in più mi faccio guidare dal cuore; perché le piante usate male possono danneggiare il corpo, l’anima o lo spinto dell’uomo» mi rispose in tono confidenziale.
«Non ti capisco. Come puoi farti guidare dal cuore?» insistetti.
«Se vuoi che sia il cuore a condurti, devi essere un uomo di cuore. Così sbaglierai poche volte» mi disse sorridendo.
Non ero soddisfatto dalle sue risposte: non mi sembravano né logiche né coerenti. Rimasi in silenzio, convinto che fosse inutile continuare a far domande.
Dopo aver osservato attentamente l’espressione della mia faccia aggiunse; «Il linguaggio del cuore è una cosa che pochi uomini di città coltivano, perché non si fanno guidare dai sentimenti. In compenso, usano molto il linguaggio della testa e perciò sono freddi. L’uomo di città è sempre desideroso d’apprendere cose nuove, riempiendosi la testa con molte nozioni che girano a vuoto nella sua mente. Queste lo fanno gonfiare di vanità e orgoglio, perché è convinto di sapere tutto. In realtà non sa niente. Il suo cervello è un nido aggrovigliato di pensieri misti a paure, e in questo modo la testa si scalda e il corpo sì squilibra. Non solo: a forza di ascoltare il cervello dimentica il cuore, lo zittisce e alla fine il suo cuore diventa muto. E non è solo questa parte del corpo a soffrire, ma l’intero organismo. L’uomo di città rinnega la sua alleanza con la terra, così anche se stesso. Vive costantemente diviso, in case addossate le une alle altre, dove abitano molte persone che però non si conoscono. Non si fida mai di nessuno, perché non capisce che siamo tutti esseri umani e che viviamo calpestando il medesimo suolo. Dobbiamo lavorare per unire i nostri sforzi, non per dividerli» enunciò alla fine.
Questo modo di pensare era indubbiamente diverso dal mio. Io ero concreto, logico, per me tutto si riduceva a due possibilità: vantaggi e svantaggi, positivo o negativo, scientifico o empirico. Avevo sempre considerato la vita di campagna come statica e lenta. Amavo tutto ciò che era rapido perché il mio obbiettivo era andare avanti, imparare, guadagnare, trionfare, salire sempre più in alto. Ritenevo che una persona si potesse considerare realizzata quando riusciva ad affermarsi professionalmente, poteva vantare molte conoscenze e guadagnava molti soldi.
Lui invece asseriva che l’autentica realizzazione dell’uomo era comprendere chi fosse, che cosa era venuto a fare sulla terra, che senso avesse la sua vita e quale cammino dovesse seguire per riuscire a diventare un “Runa” (Runa, essere umano, uomo che ha raggiunto l’armonia fra pensieri e senti menti Si usa per distinguerlo dall’uomo che vive e vegeta senza mete né obiettivi nella vita).
È vero che tutto quello che diceva mio padre non mi era totalmente chiaro, ma intuivo che in qualche modo dovesse avere ragione, visto che era riuscito a guarirmi. E visto che volevo capire, continuai a fare domande.
«Cosa vorresti dire quando sostieni che devo essere un uomo di cuore?»
«Te l’ho già detto, l’uomo di cuore è quello che ascolta e segue i dettami e gli impulsi del cuore» aggiunse con calma
«Quindi vorresti farmi capire che devo dare ascolto soltanto a quello che dice il cuore?» dissi, cercando di riassumere il senso della conversazione. E aggiunsi: «Un runa è un uomo di cuore?».
«No, un runa è un uomo unito, intero, completo, che ha capito come armonizzare il pensiero con la conoscenza e l’amore con la comprensione. Per essere un runa devi riuscire a far si che né la mente ti domini rendendoti freddo, né il cuore ti domini facendoti scaldare. Queste due parti del corpo non si devono scontrare, né tantomeno farsi la guerra. Se succede, il corpo entra in una grande confusione, perché dove c’è guerra mancano la collaborazione, la fertilità e la comprensione. e non c’è mai la vera saggezza.»
«Allora, perché a me dici che devo essere un uomo di cuore e che debbo ascoltare solo il cuore?» continuai a chiedergli.
«Perché tu ascolti troppo la tua mente e mai il tuo cuore. Devi imparare a dargli retta, per cercare di armonizzare entrambi i linguaggi, così vivrai la vita con pienezza, come tutti i runa.»
«Mi stai dicendo che non ho vissuto bene la mia vita ed è per questo che mi sono ammalato?» chiesi preoccupato.
«La chiami vita quella che hai trascorso finora? Lavorando come un disperato, leggendo e mangiando senza tranquillità. sempre correndo di qua e di là, senza pensare a te stesso, senza conoscerti, senza sapere chi sei, cosa stai facendo e in quale direzione stai andando? La tua esistenza fino a oggi è stata vuota. Non sei stato ciò che dovevi essere, ma quello che altri volevano che tu fossi. Ricorda una cosa importante: tu sei un indio per nascita, però fai parte dei misti perché hai studiato come un bianco. I misti sono per lo più guidati dalla testa, sono freddi, calcolatori e di poco cuore. Hanno un altro modo di pensare e di sentire. Nella maggioranza dei casi sono persone che non comprendono e non rispettano la Pachamama, anzi, le sono quasi nemici. In città ti hanno riempito la testa con molte nozioni, ma non sono riusciti a spiegarti la ragione della tua esistenza. Tu non ti conosci, per questo non ti ami, anzi ti disprezzi, rinneghi te stesso per poi rinnegare gli altri. Finché non ti amerai non riuscirai ad amare nessun altro.» Le sue parole erano piene di schiaccianti verità.
Mi rendevo conto che era la prima volta che cercavo di capirlo, che mi interessava realmente quanto diceva e che ero disposto a credergli. «Cosa devo fare per essere un uomo di cuore e continuare a vivere?» gli chiesi.
«Vai alla ricerca degli insegnamenti di vita e amore che il nostro popolo conosce e che ancora conserva. Proprio quelli che tu hai perso entrando in contatto con i misti. Devi cercarli attentamente. Ma ricordati, li ritroverai solo fra di noi, non tra gli uomini della città. Il nostro popolo ha sempre amato e rispettato la terra, i nostri antenati hanno vissuto molto tempo con gli insegnamenti della Madre Terra» concluse mio padre con una disinvoltura che non gli avevo mai conosciuto e con un’enfasi tale per cui anche la sua piccola statura ne appariva accresciuta.
«Vorresti suggerirmi di dimenticare tutto ciò che ho imparato in città? Di non usare più la mente?»
«Non mi capisci… Il linguaggio della mente ti serve per entrare in contatto con gli altri, con l’esterno del tuo essere; ma non ti è utile per comunicare ed entrare in contatto con te stesso. Nel linguaggio del cuore è depositata e sigillata l’autentica essenza dell’uomo.»
Quello che mi aveva appena detto mio padre sembrava convincente. Erano concetti semplici, diretti.
La sua logica lineare era coerente in ogni sua parte e le sue considerazioni erano acute. Per la prima volta ero in contano con lo spirito di mio padre, con quello che esprimeva. Il padre che avevo conosciuto di recente, molto spesso sottovalutato e alcune volte persino disprezzato. Ero senza parole. Mi accorsi che stavo fissando un eucalipto che lui aveva piantato anni prima nel patio di casa. Era una pianta giovane, perché le sue foglie, larghe e odorose, erano di un verde-azzurro biancastro. Anche la pianta era immobile come me, senza vento che ne muovesse le foglie. L’atmosfera era calma e tranquilla.
Mio padre entrò in casa per completare dei lavori che voleva finire prima di ritornare al Cañón del Colca. Un leggero venticello cominciò ad agitare le foglie della pianta. In realtà anche se stavo continuando a fissare l’albero, non lo vedevo. perché nella mia testa riecheggiavano le sue parole: “Devi essere un uomo di cuore, ascoltarlo ed eseguirne gli ordini e i dettami; non sei ciò che potevi essere, bensì quanto altri desideravano che tu fossi; vai a cercare gli insegnamenti d’amore che il nostro popolo conserva ancora; nel linguaggio del cuore è racchiusa l’autentica essenza dell’uomo”.
La mia mente ripassava velocemente le sue parole, nella speranza di trovare tra i suoi argomenti qualcosa che riuscisse a giustificare la mia vita fino a quel momento. Provavo rabbia per quanto aveva detto mio padre e perché mi rendevo conto che erano tutte cose vere. Non riuscivo a trattenere l’ira che saliva dal profondo del mio essere. La rabbia si alternava al ricordo di un’altra sua frase: «Tu non ti ami ed è per questo che rinneghi gli altri». Iniziai a ridere come un matto. Era una situazione così assurda…
In realtà mi rendevo conto di esser furioso solo con me stesso, ma nel tentativo dì trovare un equilibrio cercavo di scaricare la collera su mio padre. Sapevo che lui non aveva colpa di quanto mi era successo: ero io l’unico responsabile, io avevo scelto la mia strada, io l’avevo seguita.
Uno stormo dì uccelli si posò sull’alberello che non avevo mai smesso di guardare, erano indifferenti a quanto mi stava succedendo, cantavano allegramente, felici e pieni di gioia di vivere, mentre io invece ero tanto stupido da sprecare il mio tempo per cercare una buona ragione che mi giustificasse di fronte agli altri.
Emisi un profondo respiro e alzai gli occhi al cielo, riconoscente del dono che mi aveva fatto mio padre nel restituirmi la salute.

segue

Hernán Huarache Mamani

L’uomo muore sempre prima di essere completamente nato


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tratto dalla pagina di  Realtà, inganno e manipolazione  su  FB

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“Tutto è diventato business, ogni cosa deve funzionare ed essere utilizzabile.
Non esiste un sentimento di identità, esiste un vuoto interiore.
Non si hanno convinzioni, né scopi autentici.
Il carattere mercantile è l’essere umano completamente alienato, privo di qualunque altro interesse che non sia quello di manipolare e funzionare.
È proprio questo il tipo di umano conforme ai bisogni sociali.
Si può dire che la maggior parte degli uomini diventano come la società desidera che essi siano per avere successo.
La società fabbrica tipi umani così come fabbrica tipi di scarpe o di vestiti o di automobili: merci di cui esiste una domanda.
E già da bambino l’uomo impara quale sia il tipo più richiesto.
Gli idoli dell’uomo moderno avido, alienato sono la produzione, il consumo, la tecnologia, lo sfruttamento della natura.
Invece della gioia egli va in cerca di piacere e di eccitamento; invece di crescere cerca possesso e potere; invece di essere, egli persegue avere e sfruttamento; invece di ciò che è vivo sceglie ciò che è morto.
Il modo di produzione del sistema capitalistico ha trasformato l’uomo in una creatura ansiosa e alienata.
L’uomo muore sempre prima di essere completamente nato.”

(Erich Fromm)

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voglio farvi conoscere Valerio Lo Monaco, che collabora con Massimo Fini al mensile “La Voce del Ribelle” …

direi che valga la pena ascoltarlo poi (se lo riterrete) potrete arricchire la vostra conoscenza tramite la visione di altri filmati che YouTube vi proporrà …

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Etica ??  Estetica !!!

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Ci sono cose non negoziabili !!!

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Comunità, Decrescita e Sovranità

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Privatizzazioni – Così ci siamo fatti rubare tutto !!!

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La crisi economica: tragedia o opportunità?
(in 5 parti una di seguito all’altra)

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Spero che sia stato di vostro gradimento

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Valerio Lo Monaco – la Danza del Dono