IMMAGINARE ALTRE VITE . . . . . Realtà, progetti, desideri


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Undicesimo capitolo

Sbuccia dallo specchio la tua immagine

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Una splendida poesia del Premio Nobel caraibico Derek Walcott, Love after love (Amore dopo amore), mostra come, oltre la superficie dello specchio in cui ci guardiamo, vi sono innumerevoli altri io, frutto degli amori dopo gli amori che ci hanno costituito, che si sono condensati in un io che a lungo abbiamo ignorato:

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Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo
Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

§

Il nucleo centrale di questa poesia dice che siamo stranieri e ignoti a noi stessi, ma che esiste la possibilità di rincontrarci, di poter accogliere quella parte di noi che ci è stata a lungo indifferente ed estranea, ma che pure continua ad accompagnarci come un’ombra.
La speranza che la poesia di Walcott trasmette è quella di una rivelazione improvvisa: vedremo finalmente noi stessi se riusciremo a “sbucciare” (peel) dallo specchio l’immagine piatta del nostro io superficiale, rattrappito nella sua inerzia, e a sostituirla con quella di maggior spessore che abbiamo trascurato.

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Solo così potremo riconoscere non solo il lato nascosto di noi stessi, ma anche quello di quanti ci hanno formato e potranno ulteriormente plasmarci.
Ci scopriremo, infatti, simili a una corda che intreccia i fili di molte altre vite, sia reali (quelle delle persone che abbiamo conosciuto direttamente, come i genitori, gli insegnanti, gli amici o quelle che abbiamo studiato nei libri di storia), sia immaginarie (quelle dei personaggi che abbiamo letto nei romanzi, visto al cinema o in televisione o che ci siamo inventati).
Una volta “sbucciata” dallo specchio la nostra immagine esteriore, l’io nascosto si converte nel luogo d’accoglienza dell’estraneità di tutti gli altri io, reali e immaginari, che fanno tacitamente parte di noi.
Il modo per poter festeggiare l’incontro con lo straniero che abita in noi è quello di sederci al banchetto della vita e di alzarci, se non sazi, riconoscenti, perché l’appuntamento con il nostro io più articolato e profondo comporta l’acquisizione della più chiara consapevolezza che siamo anelli di una lunghissima catena di morti, i nostri innumerevoli antenati, e compartecipi dei vivi nel prolungare la nostra storia nel futuro.
Alla fine ci accorgeremo che la risposta alla domanda su come tenere insieme l’universale e l’individuale, gli altri e l’io, è in fondo, dentro di noi, la conoscevamo già.
Potremmo ripetere le parole che Tolstoj, con altre intenzioni, attribuisce a Levin nella parte finale dell’Anna Karenina:
“Io non ho scoperto nulla. Ho soltanto imparato conoscere quel che sapevo”

(segue)

Remo Bodei

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