IMMAGINARE ALTRE VITE . . . . . Realtà, progetti, desideri


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Decimo capitolo

Ascese, cadute, resurrezioni

L’ultimo elefante

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Si è sempre posti dinanzi al dilemma di accettare noi stessi come siamo o di cambiarci radicalmente, alla ricerca di un io migliore e più alto e di un confronto più serrato e incisivo con la realtà.
Ogni passo in questa direzione esige la disponibilità a giudicarci, a valutarci nella giusta misura secondo il criterio aristotelico della magnanimità, virtù che esclude sia la sopravvalutazione di se stessi (la superbia), sia la scarsa considerazione dei propri meriti (nell’etica greca l’umiltà è, infatti, un vizio).
Come dice Montaigne, in termini più crudi, non bisogna né esaltarsi, né rimpicciolirsi, ma conoscersi:
“È una perfezione assoluta, quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere. Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo l’uso delle nostre, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo che cosa c’è dentro.
Così abbiamo un bel montare sui trampoli, perché anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe.
E sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo”.
Se conoscere se stessi vuol dire accettarsi nella ricchezza delle proprie potenzialità, questo, a sua volta, significa ritagliarsi il proprio specifico ruolo.
Oscillando tra processi complementari di socializzazione e di personalizzazione, ciascuno ha l’opportunità – non sempre colta, non sempre felice – di “realizzarsi”, rinegoziando la propria identità.
Nel tessere i rapporti con gli altri, ognuno percorre, infatti, fasi successive di costruzione del proprio io, assorbe e rielabora modelli, mettendone alla prova la consistenza, aprendosi o chiudendosi a possibili metamorfosi, alternando vittorie e sconfitte.
Quando Hegel commenta il “conosci te stesso” delfico e socratico e lo chiama il “comandamento assoluto”, “la conoscenza più concreta e, pertanto, la più alta e la più difficile”, non si riferisce “alle inclinazioni e alle debolezze particolari dell’individuo, ma ai tratti comuni all’essere umano in quanto tale che ognuno possiede”
Pur volendo eliminare da questo precetto gli elementi idiosincratici, non intende “escludere gli aspetti singolari dei sé umani”.

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Per comprendere meglio, in maniera succinta e limitatamente a questo caso, il rapporto tra l’individuale e l’universale è illuminante prendere, quali pietre di paragone, per un verso, lo stesso Hegel (e, in maniera radicalmente diversa,
Schopenhauer) e, per l’altro, Kierkegaard (e anche qui, in maniera radicalmente diversa, Stirner). Di Hegel appaiono emblematiche le parole dette a una signora che, durante la cena, lo guardava fisso come se fosse “un tenore”: “Quel che vi è di personale nei miei libri è falso”.
Sembrerebbe una dichiarazione di modestia, anche se – a ben vedere – contiene qualcosa di protervo, in quanto attribuisce a se stesso quella prerogativa cui accenna a proposito dei filosofi in generale: che sono funzionari dello Spirito che “leggono o scrivono questi ordini di gabinetto direttamente nell’originale, sono stipendiati per collaborare a scriverli”
Ne consegue che, diversamente dagli altri uomini, i filosofi godono del privilegio di un accesso impersonale e diretto alla verità.
Ancora più impietosa e decisa è la negazione che Schopenhauer compie dell’io e della coscienza individuale, quando sostiene che ciascuno di noi esprime pensieri anonimi, che non gli appartengono e che sono dettati da un’impersonale “volontà di vivere”.
Su un piano diametralmente opposto si situa evidentemente la posizione ipersoggettiva di Kierkegaard o di Stirner, in base alla quale ciascuno, in quanto “questo singolo” o l’Unico, non può in nessun caso fondersi o confondersi con l’universale o con il collettivo.
In contrasto con queste due posizioni, ritengo che ciascuno dovrebbe collocarsi tra l’appartenenza a una comunità storica e l’inevitabile ottica soggettiva che gli è propria (essendo egli necessariamente al centro di un orizzonte che si sposta con lui e al quale non può sottrarsi, così come non può uscire dalla propria pelle, giacché, come ha scritto Husserl nel luglio del 1933, riprendendo un’immagine della cosmologia indiana, ciascuno è “l’ultimo ‘elefante’ che porta il mondo”).
Noi non siamo però quel che rimane dopo che si sono defalcati tutti i nostri rapporti con gli altri e con il mondo, non siamo un’essenza pura e auto-referenziale, un’anima isolata e separata dal resto: siamo un tutto, un nodo di relazioni che comprende anche i nostri rapporti con gli altri, i nostri desideri e le nostre fantasie.
Siamo in parte un composto instabile e mutevole, ma siamo anche, per altro verso, dotati di elementi di maggiore costanza e stabilità che possiamo esercitarci a consolidare.
Conoscere se stessi per uscire dal proprio io limitato vuol dire sciogliere – per esaminarlo e poi ricomporlo – il nodo di relazioni a partire dal quale ci siamo costruiti.
Significa ricordarsi degli altri che sono in noi e che siamo noi.
L’esame di quel che siamo diventati rivela la nostra natura plurale e ci permette di riconoscere il fatto che la nostra vita è essenzialmente solidale con quella degli altri, partecipa e riceve significato, reattivamente, anche dalle loro esigenze, speranze, paure, inadeguatezze o malvagità.
Tale constatazione aiuta a non essere ospiti ingrati ed egoisti della nostra stessa vita.

(segue)

Remo Bodei

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