IMMAGINARE ALTRE VITE . . . . . Realtà, progetti, desideri


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Ottavo capitolo

Ozioso fantasticare

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Nel tentativo di diventare quel che è o di costruire se stesso, ognuno cerca la pienezza e il significato della propria esistenza anche in un altrove insituabile: nel mondo dei desideri e della fantasia.
Quest’ultima – facoltà che tutti possediamo sin dall’infanzia, che sperimentiamo non solo nella sua spontaneità durante i sogni e le rêveries, ma che esercitiamo quotidianamente nel formulare congetture – gode di una fama ambigua.
Da un lato, è connessa all’idea di arbitrio, di passatempo inconcludente, di alibi e di velleitaria fuga dal mondo; dall’altro, svolge una funzione di vitale importanza nel trascendere la realtà così com’è, nel prefigurare il corso delle azioni, nello sbloccare situazioni penose o di stallo, nel promuovere la creatività.
Si potrebbe ripetere, con Chesterton, che “la letteratura è un lusso, la finzione è una necessità”.
Fantastichiamo spesso su come avrebbe potuto essere o potrebbe essere la nostra vita e ci occupiamo troppo poco di come è.
Abbandoniamo il presente e, con l’immaginazione, ci proiettiamo più volentieri verso ciò che non è più o che non è ancora: “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell’avvenire.
Non pensiamo quasi mai al presente; o, se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine.
Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere e, preparandoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali”.
Un genere di fantasticare ozioso, ma molto umano e diffuso, è costituito dal voler correggere retroattivamente gli eventi.
Tale abitudine, per lo più, deprime e immalinconisce, così come infiacchisce il chiedersi spesso cosa sarebbe accaduto se ci fossimo trovati in situazioni diverse da quelle effettivamente sperimentate, se avessimo agito in maniera differente o conosciuto altre persone rispetto a quelle realmente incontrate.
Nell’accarezzare queste ipotesi, compiamo l’errore di ignorare che siamo quel che siamo proprio perché, capitati in quelle circostanze, abbiamo agito proprio in quel modo e abbiamo conosciuto quei determinati individui.
Il porsi simili domande, osserva Benedetto Croce, è un “giocherello che usiamo fare dentro noi stessi, nei momenti di ozio o di pigrizia, fantasticando intorno all’andamento che avrebbe preso la nostra vita” qualora non ci fossimo imbattuti in particolari esseri umani o “non avessimo commesso lo sbaglio che abbiamo commesso; nel che con molta disinvoltura trattiamo noi stessi come l’elemento costante e necessario, e non pensiamo a cangiare mentalmente anche quel noi stessi, che è quel che è in quel momento, con le sue esperienze, i suoi rimpianti e le sue fantasticherie, appunto per aver incontrato allora quella data persona e commesso quello sbaglio: sennonché, reintegrando la realtà del fatto, il giocherello s’interromperebbe senz’altro e svanirebbe.
Contro la fallace credenza che sopr’esso sorge, fu foggiato il proverbio popolare che del senno di poi son piene le fosse”.
Croce si inserisce nella lunga tradizione che condanna il fantasticare come un trastullarsi inoperoso, che snerva e paralizza la volontà, o come un compiaciuto ed egoistico vagare della mente in progetti che si sanno irrealizzabili.
Nel cristianesimo, in special modo, il fantasticare era sospetto e temuto, giacché poteva indurre al peccato, smuovere i fangosi bassifondi dell’anima, far indugiare la mente in immagini lascive, fomentare desideri perversi, pensieri ambiziosi, invidie e gelosie che corrodono l’anima e assecondano le mire del demonio.
Eppure, per sapere quel che vorremmo essere, per vivere esperienze vicarie, per conoscere noi stessi (i nostri pensieri, desideri e azioni, se non altro in maniera comparativa) dobbiamo inevitabilmente immaginare altre esistenze.
Con l’avvertenza, però, di riservarci una zona franca e privata nel “retrobottega” dell’io.

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Era già accaduto prima in misura minore, ma è solo da poco più di tre secoli che si è cominciato a rivalutare con forza il ruolo dell’immaginazione e della fantasia.
Ricordo solo due esempi illustri: The Pleasures of Imagination di Joseph Addison, del 1712, e Les Rêveries du promeneur solitaire di Jean-Jacques Rousseau (del 1776-1778, ma pubblicate postume nel 1782), tralasciando di parlare di Hume, di Burke o di Kant e, sul piano letterario, dei poeti e degli scrittori del romanticismo tedesco o inglese.
Da allora non è raro trovarne l’apologia. Il fondamento della nostra gioia, dice, ad esempio, Robert Louis Stevenson, ha pochi rapporti con le cose e gli eventi esterni: “Non si rende giustizia alla versatilità e alla chiusa fanciullezza della fantasia umana.
Dall’esterno la sua vita può sembrare nient’altro che un rozzo cumulo di fango; può darsi però che al suo interno vi sia una stanza dorata in cui egli [il “non eccelso” poeta che abita in ognuno di noi] vive giulivo […].
La vera vita dell’uomo, per la quale egli accetta di vivere, ha luogo, tutto sommato, nel campo dell’immaginazione.
L’uomo di chiesa, nelle sue ore libere, si mette a vincere battaglie, il contadino a guidare navi, il banchiere a mietere trionfi artistici; tutti hanno una seconda vita,
svolgono un lavoro diverso da quello prescelto […] perché nessun uomo vive nella verità eterna, fra sali e acidi, ma nella calda, fantasmagorica camera del suo cervello, con le finestre dipinte e le pareti istoriate”.
Croce si situa in una posizione intermedia, in senso aristotelico, tra la velleità di chi vorrebbe tornare indietro nel tempo per cambiare gli eventi e la pigra o rassegnata accettazione di ciò che è stato.
Quest’ultima attitudine è ben diversa dall’amor fati, da intendersi sia nel senso tradizionale di Epitteto, quando dice “non devi cercare che gli avvenimenti vadano come vuoi, ma volere gli avvenimenti come avvengono: e vivrai sereno”, sia nella riformulazione di Nietzsche, che traduce l’espressione amor fati in ego fatume in “così volli che fosse”.
In questo modo non si annulla la libertà dell’individuo e non si umilia la sua dignità e autostima.
Ciascuno, infatti, è considerato un agente in proprio (e non una semplice succursale della necessità) capace di utilizzare i condizionamenti servendosene, all’occorrenza, per raggiungere i suoi scopi.
Al di fuori del pensiero nietzschiano, altri filosofi – da Agostino a Ricoeur – sanno che non si può certo cambiare l’accaduto, ma se ne può mutare il senso, dando o ricevendo il perdono per non restare definitivamente schiacciati sotto il peso di una colpa commessa o il risentimento per un torto subito e per poter così ricominciare una nuova vita.
Poiché tornare indietro nel tempo e correggere l’accaduto è impossibile, la nostalgia e il rimpianto per un passato irrimediabilmente perduto devono far spazio al sentire, al pensare e all’operare nel presente e nella prospettiva del futuro.
Ciò che degli uomini resta (se resta) nel tempo sono le opere, materiali da costruzione di una storia collettiva che si innalza sopra di loro, ma di cui essi sono in parte anche gli attori: “Ogni nostro atto, appena compiuto, si stacca da noi e vive vita immortale, e noi stessi (i quali realmente non siamo altro che il processo dei nostri atti) siamo immortali, perché aver vissuto è vivere sempre”.
In questo unico mondo, sebbene sfregiato dalla sofferenza e dal male, troviamo gli oggetti di ogni nostro desiderio, passione, interesse.
Di mondi, in realtà, non ne vorremmo un altro, proclamato migliore: quello promesso dalle religioni.
Siamo indissolubilmente legati alla “terrestrità”, all’immanenza.
Dobbiamo rischiare di vivere e imparare a includere nel bilancio dell’esistenza sia gli eventi positivi che quelli negativi:
“Mette conto di vivere, quando si è costretti a tastarsi a ogni istante il polso e a circondarsi di pannicelli caldi e a evitare ogni soffio d’aria per paura dei malanni? Mette conto di amare, pensando e provvedendo sempre all’igiene dell’amore, graduandone le dosi, moderandole, provando a volta a volta di astenersene per esercizio di astinenza, timorosi di troppo forti scosse e di lacerazioni nel futuro?”

(segue)

Remo Bodei

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