IMMAGINARE ALTRE VITE . . . . . Realtà, progetti, desideri


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Settimo capitolo

Chi vorrei essere?

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In che misura i modelli altrui contribuiscono a formarmi
Chi vorrei essere?
Un’armonica collezione di qualità prelevate selettivamente da personaggi reali e ideali?
Un altro me stesso, che però ha sviluppato tutte le sue potenzialità, diventando (secondo la risposta data da François Mauriac a un giornalista che gli chiedeva chi avrebbe voluto diventare, se non fosse stato già un famoso scrittore e un vincitore del Premio Nobel) “me stesso, ma riuscito” [moi même, mais réussi]?
In quest’ottica, dovrei rifiutare di essere un’altra persona per valorizzare invece l’incomparabile individualità che ho ricevuto e che fa di me quel particolare individuo che sono e non un altro?
Dovrei, di conseguenza, seguire l’insegnamento chassidico di Martin Buber, secondo cui, pur non negando affatto il rapporto costitutivo con gli altri, “ciascuno è tenuto a sviluppare e dar corpo proprio a questa [sua] unicità e irripetibilità, non invece a rifare ancora una volta ciò che un altro – fosse pure la persona più grande – ha già realizzato”?
Buber illustra il suo pensiero attraverso due esempi: “Quand’era già vecchio e cieco, il saggio Rabbi Bunam disse un giorno: ‘Non vorrei barattare il mio posto con quello del padre Abramo
Che ne verrebbe a Dio se il patriarca Abramo diventasse come il cieco Bunam e il cieco Bunam come Abramo?’
La stessa idea,” aggiunge Buber, “è stata espressa con maggior precisione da Rabbi Sussja che, in punto di morte, esclamò: ‘Nel mondo futuro non mi si chiederà: ‘Perché non sei stato Mosè?’; mi si chiederà invece: ‘Perché non sei stato Sussja?’”.
Ma se ogni persona è come un diamante grezzo che, per risplendere in tutta la sua luce, deve solo intagliare sapientemente se stesso alla ricerca di uno stile inconfondibile, per distinguersi e individuarsi non ha, tuttavia, bisogno dell’esempio e dell’aiuto degli altri?
Si cita spesso il detto (ricordato da Aristotele e diverse volte da Nietzsche, che lo pone anche come sottotitolo dell’Ecce homo): Diventa quel che sei!
Lo si interpreta però come obbligo a sviluppare in modo autonomo e indisturbato le nostre capacità latenti, come se si trattasse di un automatico tirar fuori (e-ducere, educare) quanto esiste già virtualmente in noi.

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Esplicitare le possibilità latenti è, nell’etica classica, un dovere, giacché perfetto è solo chi riesce a portare a compimento le sue potenzialità: una vita umana che non le dispiegasse sarebbe più una zoografia che una biografia.
Se la personalità fosse, invece e più verosimilmente, il risultato di una costruzione (e non di un lavoro di scavo per portare alla superficie presunti tesori nascosti), perché non impormi allora il compito di diventare qualcosa di inedito, di nuovo, ciò che a partire solo dal me stesso del passato non potrei mai essere e di meritarmi così quella novità che ognuno dovrebbe rappresentare?
Non si tratta di contrapporre, alla maniera di Ernst Bloch, la “festa dei possibili” alla determinatezza del reale, quanto di configurare ogni tappa della crescita individuale come un provvisorio e instabile equilibrio dei possibili.
Rovesciando mentalmente l’idea secondo cui prima si dà il “reale”, da cui poi spuntano i possibili come suoi scarti depotenziati, sembra, in questo caso, euristicamente più fruttuosa l’ipotesi di partire dai possibili per farli poi passare attraverso la prova della loro compatibilità.
Così facendo, il reale appare come un insieme di possibili simultanei (qualcosa di analogo ai “compossibili” leibniziani), che, sottoposti a incessanti mutamenti, variano nel tempo le loro configurazioni.
In tale ricombinazione senza fine dei possibili stessi (ossia degli stati successivi del “reale”), l’individuo diventa “un condensato di singolarità compossibili, vale a dire convergenti”.
Questo conglomerato di possibilità compatibili ci ricorda l’esigenza di non accatastare in maniera incoerente, inconsapevole e non esaminata lo sterminato ammontare di idee, convinzioni e fedi che raccogliamo nel corso degli anni.
Difficile riuscirci a pieno, perché poche sono le cose che sappiamo con sufficiente certezza, mentre molte sono quelle che crediamo di sapere e che sono invece nebulose, false e di ennesima mano.
Ne era convinto già Empedocle: “Gli uomini dal breve destino scrutano solo una piccola parte della vita, / con le loro esistenze, e innalzandosi come fumo dileguano, / molto affidati a quel poco che ciascuno incontra a caso, / mentre vagano per ogni dove […]. / In tal modo la realtà non è vista, né udita dagli uomini, non è colta dalla mente”.

(segue)

Remo Bodei

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JASMIN EFTE


Giuliana Campisi

ROSA imm

Quel filo diretto con l’Iran della blogger che parla italiano

La lingua di Dante e i social network per raccontare quello che accade davvero nell’antica Persia

Conosco Jasmin Mirage – sui social Jasmin Efte – da quasi due anni, cioè da quando mi contattò tramite Facebook dicendomi che anche lei era una scrittrice, e che, soprattutto, amava l’Italia.

«Abito a Isfahan, nel centro dell’Iran, ma adoro il tuo Paese». «Davvero?» domandai. «Sì» continuò, «ho imparato da sola la tua lingua».

Quasi non ci credevo. Mi catapultai così sulla sua bacheca e constatai che non era una semplice bacheca, ma più un registro appassionato, un diario rivoluzionario, l’agenda di una trentenne che cercava (e cerca ancora) di ragionare sul suo Paese. E Jasmin, è questa la vera sorpresa, non lo fa inglese o in spagnolo, le due lingue al momento più diffuse, bensì in…

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