IMMAGINARE ALTRE VITE . . . . . Realtà, progetti, desideri


Quinto capitolo

Immaginare la vita degli altri

§

93

Da sempre, generalmente, quel che siamo non ci basta: qualcosa manca e i desideri ne vanno in cerca.
Per sfuggire agli orizzonti ristretti entro cui sarebbe confinata la nostra vita, ci serviamo dell’immaginazione quale antidoto alla povertà e alla finitezza di ogni esperienza individuale.
Cerchiamo di recuperare, almeno in parte, quella ricchezza di possibilità cui abbiamo dovuto rinunciare nel potare una dopo l’altra le successive ramificazioni laterali del nostro essere, cancellando così, con la crescita, quegli abbozzi di “io” che avrebbero potuto consolidarsi e acquistare una loro permanenza.
Ogni crescita è una perdita: come diceva Bergson, “la strada che percorriamo nel tempo è coperta delle macerie di tutto ciò che cominciavamo a essere, di tutto ciò che avremmo potuto diventare”
Grazie all’immaginazione, ciascuno può, tuttavia, vivere altre vite, alimentate non solo dal confronto con persone e situazioni reali, ma anche da modelli veicolati da testi letterari e dai media.
Per loro tramite, tentiamo, da una parte, di porre rimedio alla dipendenza da condizioni non scelte, diventate necessarie e ormai irrimediabili, ma che a posteriori appaiono casuali (luogo e data di nascita, corpo sessuato, famiglia, lingua, comunità), dall’altra, di contrastare il progressivo restringimento del cono dei possibili nel corso degli anni.
Letteratura, teatro ed esperienza riflessa attraverso la filosofia o la storiografia ci rendono partecipi delle infinite combinazioni di senso che gli inevitabili limiti storici e geografici dell’esistenza individuale rendono, di fatto, inaccessibili.
A partire dall’infanzia le fiabe, i racconti di viaggio e di avventura, le poesie, i romanzi, i libri di storia, i testi filosofici, il teatro, il cinema, la televisione, Internet (o, a livello popolare e in periodi diversi, le canzoni, il feuilleton, i fumetti, i fotoromanzi e i videogiochi) ci stanano dalla chiusura in noi stessi, ci mostrano le infinite possibilità dell’esistenza e, attivando germi che esistono in noi solo in forma invisibile, fanno passare dal negativo al positivo le lastre fotografiche del nostro paesaggio interiore.
Oggi, poi, è enormemente aumentato il peso della letteratura, dei media e delle
immagini in grado di offrire un vastissimo e articolato repertorio di vite e di esperienze e di impollinare incessantemente l’identità di ciascuno.
Del resto, già Madame de Staël aveva affermato che ormai non proviamo nulla che non ci sembri di aver già letto da qualche parte.
Con il diffondersi dell’alfabetizzazione, dei mezzi audiovisivi e degli strumenti di comunicazione a distanza (accessibili anche a chi non sa né leggere né scrivere: a livello planetario, sette case su dieci sono dotate di un televisore e quasi due miliardi di persone sono ormai connesse alla rete e in possesso di computer, di smartphone o di iPad) il catalogo delle vite parallele accessibili all’immaginazione coinvolge innumerevoli uomini, donne e bambini, di cui trasforma i modi di percepire, di pensare e di agire.
Il fatto che, con i nuovi o con i vecchi media, si entri in contatto, oltre che con persone e situazioni vere, anche con personaggi ed eventi fittizi non inficia il loro carattere esemplare.
Nel consentire al mondo di irrompere nelle case, il telefono, la televisione e i computer hanno creato un’interfaccia: come nei nastri di Möbius della topologia, la dimensione pubblica e quella privata, prima rigidamente separate, si scambiano, diventando virtualmente indistinguibili.
Nell’individuo si allentano e si ibridano le fantasie del focolare, i legami con la famiglia e quelli con il luogo d’origine.
Ci sarebbe da chiedersi in che misura le attuali dinamiche della globalizzazione, con la maggiore mobilità delle persone, incidano nel contaminare gli immaginari e l’effettiva condotta di interi popoli, nello sceneggiare diversamente le aspettative della vita di ciascuno e nel creare comunità virtuali (i global bywatchers della CNN, gli emigranti di un determinato paese sparsi per il mondo che pure restano in contatto tra loro mediante riviste, centri culturali, e-mail o Skype e spediscono in patria parte dei loro guadagni attraverso la Western Union).

94

In particolare, sulla strutturazione del sé incidono potentemente i cellulari, Internet, Skype, Facebook o Twitter, in quanto fino a poco tempo fa gli strumenti di comunicazione (libri, lettere, telegrafo, film, radio, televisione) erano, con l’eccezione del telefono fisso, sostanzialmente monologici o a risposta differita, mentre i nuovi mezzi sono dialogici e mettono istantaneamente in contatto le persone tra loro, anche visivamente e virtualmente, da ogni località.
Tali strumenti rendono più fitti i rapporti tra gli individui (magari, spesso, più sbrigativi, inflazionati e superficiali, privi del valore aggiunto della presenza fisica degli interlocutori), trasformando ognuno in crocevia di messaggi entro una fitta rete di relazioni che gli consente non solo di rinsaldare i legami affettivi o di curare i comuni interessi, ma anche di aggiornare in tempo reale i propri impegni e programmi e, soprattutto, di puntellare e rivedere la propria identità attraverso una serie di frequenti riposizionamenti.
Al pari di molte esperienze dirette, la lettura o il teatro spalancano nuovi mondi, ossigenano la mente, inoculano idee, passioni, sensazioni che altrimenti ci sarebbero precluse o ci resterebbero inconcepibili, sfuocate o fraintese.
Mettendo temporaneamente il lettore o lo spettatore “al riparo dalla vita reale”, lo fanno entrare in una sorta di “laboratorio delle emozioni”, che funge da “scorciatoia” per provare stati d’animo che diversamente non avrebbe potuto sperimentare.
Leggendoli o vedendoli rappresentati, diamo spesso un nuovo significato a eventi che, a caldo, non avevamo immediatamente compreso.
Riprendendo fuori contesto i versi di T.S. Eliot, si potrebbe dire che di molte cose “facemmo esperienza, / ma ci sfuggì il significato e avvicinarci / al significato, restituisce l’esperienza / in forma diversa”.
Essa è, infatti, quel sapere mobile, plastico, variegato, riformulabile, tacitamente presupposto – intessuto di idee, di criteri di selezione, di memoria, di sentimenti e di attese – che si elabora e si stratifica nel tempo e che orienta ciascuno nella realtà: un sapere talvolta impalpabile e sfuggente, non perché sia ineffabile, ma proprio perché, come nel caso dell’individuo, su di esso c’è troppo da dire e non si finirebbe mai di dire.
Non è necessario identificare se stessi con la mentalità, le gesta o le attitudini di autori e personaggi di cui si leggono o si odono le imprese.
Basta che esse allarghino l’estensione e lo spessore della nostra comune umanità.
Per loro tramite, riviviamo e comprendiamo in forme più nitide il fanatismo religioso, l’amore spinto fino al sacrificio, la sete di vendetta, l’ambizione o il desiderio di gloria.
Perfino la descrizione di inappariscenti atmosfere quotidiane arricchisce la nostra sensibilità, rendendoci più attenti al mondo delle cose vicine, nei cui confronti ci comportiamo, di norma, distrattamente:
“Un profumo di glicini a primavera in una strada di Parigi, l’odore della pioggia in ottobre sul ferro dei balconi, un sentore di erbe riarse nei campi, una drogheria di villaggio che sa di pepe e naftalina”.
Il contatto tra comparti di senso prima lontani genera illuminazioni profane, mentali ed emotive, che si riverberano sull’identità di ciascuno.
Nei casi migliori, rispetto alla vita effettivamente vissuta, le vite immaginate risuonano come gli armonici naturali in musica, vibrazioni che accompagnano la nota fondamentale, arricchendone il timbro.

(segue)

Remo Bodei

§

Perle dal Web . n° 318


Tratta dalla pagina di   Realtà, inganno e manipolazione  su  FB

§

107

“In verità solo la disciplina dona la libertà.
La libertà di fare ciò che si vuole quando si vuole non è vera libertà, è schiavitù rispetto al proprio apparato psicofisico e ai suoi mutevoli desideri.
La libertà di mangiare un chilo di dolci, fumare due pacchetti al giorno, assumere droghe, bere, ascoltare la musica ad alto volume, fare sesso in discoteca, dire le parolacce a scuola… questa non è libertà, è schiavitù.
È incapacità di dominarsi.
L’autentica libertà la si raggiunge disciplinando il corpo, le emozioni e la mente.
Quando il tuo apparato psicofisico è stato disciplinato dalla forza della tua attenzione cosciente, allora e solo allora sei davvero libero di Fare ciò che Vuoi.
Prima di quel momento sei un burattino nelle mani della società, la quale decide ciò che devi “desiderare liberamente”.
Il risultato è che sei libero di fare qualunque cosa, ma non sei libero di essere libero.
I giovani associano al termine ‘disciplina’ un significato di costrizione, quando invece la disciplina di sé rappresenta il portale verso la liberazione da ogni costrizione sociale.
Il fatto che gli addormentati chiamino libertà la schiavitù, e viceversa, diventa terribilmente esilarante.
Come puoi sperare di avere dominio sulla tua vita se non sei in grado di disciplinare le tue emozioni e i tuoi pensieri?
La vera libertà non è libertà DI fare, ma libertà DAL fare.”

(Il libro di Draco Daatson)

§