l’onere della scelta


By Alfredo

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Cerco di chiudere il ‘cerchio’ aperto giorni fa, introducendo il tema dei rapporti e delle differenze tra le diverse filosofie-culture-atteggiamenti mentali, con un testo che, a mio parere, è esemplificativo, oltre che di facile lettura…

“Solo noi esseri umani possiamo scegliere ‘che tipo di persona’ vogliamo essere, in quanto solo noi siamo in grado di fare operazioni mentali complesse come il valutare e il confrontare, e quindi il preferire, che è alla base di ogni scelta.

Nel farlo operiamo con idee che immaginiamo assieme ai simboli per esprimerle, come ‘male’ e ‘bene’, e ‘meglio’, concetti astratti che hanno conseguenze concrete sulla nostra esistenza.
E trovo abbastanza stupefacente che non ce ne stupiamo.
Certo, se non ce ne accorgiamo, come stupirsene?
Possiamo accorgercene nell’assumere consapevolmente nella nostra vita quel ‘luogo privilegiato’ che solo gli esseri umani hanno a disposizione, e vivere coscientemente ‘eccentrici a noi stessi’, come dice l’antropologo Helmut Plessner: *osservandoci dall’esterno*.

Ciò è possibile grazie all’immaginazione e tutti i concetti che usiamo sono immaginazioni ereditate dalla nostra cultura: ‘i limiti della nostra immaginazione sono i limiti della nostra libertà’.
In passato l’antropologia studiava civiltà esotiche e lontane, per capire il comportamento dell’altro, del talmente diverso da essere chiamato ‘selvaggio’. L’atteggiamento caratteristico e che ci può aiutare nel nostro quotidiano è quello di sospendere intenzionalmente il giudizio e la nostra prospettiva sul mondo, per capire quella degli altri.
Ciò è possibile mettendo da parte ciò che ‘sappiamo’, le nostre rassicuranti costruzioni mentali, e accettando il conseguente disorientamento.
La procedura che mettiamo in atto e una ‘costruzione mentale di costruzioni mentali’, una scelta interpretativa di scelte interpretative.

Osserviamo e monitoriamo in modo descrittivo le definizioni e le parole che usiamo, e se sappiamo che i risultati degli esperimenti hanno a che fare col punto di vista di chi li fa, che col modo del suo osservare influenza ciò che osserva, osserviamo anche questo, e con approccio sistemico teniamo conto della fondamentale autoreferenzialità di ogni sapere, compreso il nostro.
All’attenzione per i ‘fatti’ accostiamo quella per il modo con cu noi stessi ‘riusciamo a dare loro significati’.
Ci concentriamo sui processi, chiedendoci ‘come’ riusciamo a usare i concetti per produrre le interpretazioni in cui crediamo, e con quali conseguenze pratiche.

Chi ha bisogno di avere ragione con le proprie interpretazioni cerca di imporre il proprio punto di vista e le proprie assunzioni rispetto a ciò che definisce oggettivo, e muovendo dal forte bisogno di riconoscimento del proprio sé e delle proprie strategie per comprendere il mondo, vive una forma di radicale incomprensione dell’altro, che diventa un oppositore, un nemico in quanto porta avanti le sue opinioni.
Insistere sulle proprie interpretazioni può risultare un comportamento inadeguato allo scopo della comprensione di quelle dell’altro.
Se rinunciamo al concetto di oggettività, possiamo concentrarci sulla descrizione di ‘come’ siamo arrivato alle nostre reti di interpretazioni, e chiedere chiarimenti su come gli altri siano arrivati alle loro.

L’antropologia studia, oltre ai ‘comportamenti’ degli abitanti di un paese, la loro cultura intesa in quanto insieme di ‘pensieri’ intorno al ‘dover-essere’ di cose e persone: le loro intenzioni, ciò che considerano preferibile, bene, giusto.
E’ rispetto a questo sfondo di aspettative e preferenze, il filtro di ogni mente umana, che il mondo diventa significativo, in quanto solo se vi notiamo una ‘differenza’ una situazione ci comunica qualcosa, e ce ne accorgiamo.
Ad esempio: posso parlare di una giornata ‘storta’ nella misura in cui ho in mente parametri di come sia una giornata ‘normale’ (la famosa pietra di paragone di Platone, che vale per tutte le cose ndr).
Sono le nostre interpretazioni di noi stessi e del mondo che ci fanno sentire in un certo modo, dato che con esse assegniamo qualità alla realtà che viviamo, così ‘come’ la viviamo.
[…]
Nella nostra cultura si sa che l’inconscio ci condiziona, mentre curiosamente trascuriamo l’effetto su di noi del nostro pensare consapevole.
Occupiamoci qui di quest’ultimo, per fare dell’Illuminismo del cuore un illuminismo radicale che si ricollega all’eredità moderna dell’autonomia della persona, al valore di una cultura fondata sull’usare la propria intelligenza in modo empatico, razionale, imparziale, consapevole e appropriato.

Questo richiede una ‘disciplina mentale’ che possiamo allenare e che costituisce il cuore dell’antropologia dell’esperienza, la procedura pratica per rendere visibile l’appello illuminista di pensare con la propria testa.
Ci rendiamo conto della nostra autoreferenzialità creativa, eppure continuiamo a sentire il bisogno di oggettività, una base comune di conoscenze condivise: e la condivideremo a un altro livello di astrazione.

Ludovica-Scarpa

A partire dal prendere sul serio le caratteristiche dell’essere umano che possiamo studiare nella nostra esperienza: come noi stessi, ognuno per sé, minuto per minuto, ci sentiamo è sempre un’esperienza ‘autentica’, ed è un dato che fa parte della realtà naturale, che noi, come corpo fisico, ‘siamo’, e di quella antropologica, sociale e storica, di cui facciamo parte nel conoscerla e nel ‘pensarla’ “.
– Ludovica Scarpa –

Siamo giunti alla fine di questo ‘tortuoso’ (ma solo apparentemente) argomento. Credo di avervi lasciato numerosi contributi, estrapolati da pensieri e riflessioni di differenti ‘pensatori’, per epoca e per estrazione sociale.
Chi fosse interessato, ora può approfondire, con la speranza che con ciò possa progredire per una migliore comprensione di sé e degli altri.
Buon proseguimento… come si dice     🙂

Alfredo

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