Perla dal Web . n° 204


tratta da  Pagina di Cose che nessuno ti dirà di nocensura.com  su  FB

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La sofferenza non è intrattenimento! http://bit.ly/1LYIJvd
Azioni dimostrative, invasioni di campo, proteste, investigazioni e dossier sono solo una parte del lavoro svolto per contribuire all’abolizione delle torture nei confronti degli animali.

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In Turchia, se indaghi sull’Isis finisci impiccato nella toilette


tratto da  lastella.altervista.org  su  FB

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Ciò che sta accadendo in Turchia ci riguarda molto da vicino. Un tiranno, Recep Tayyip Erdogan, non un semplice dittatore, bensì una sorta di satrapo ha il potere, tutto il potere nelle sue mani avide, sue e dei familiari, a cominciare dal figlio Ahmet, coinvolto in molti loschissimi affari. Egli ha creato un vero e proprio modello politico, secondo qualche analista: l’erdoganismo, che appare una sorta di bismarckismo iperautoritario, che prova a giocare sull’inclusione delle masse e sulla messa fuori gioco, con qualsiasi mezzo, di ogni forma non solo di opposizione, ma di dissenso. Le ultime elezioni, di cui la nostra ineffabile signora Mogherini ha certificato la democraticità, sono state stravinte da Erdogan, grazie alle azioni terroristiche contro le opposizioni: la strage dei giovani che marciavano per la pace ad Ankara del 9 ottobre scorso, con 95 morti, e centinaia di feriti, è un esempio mostruoso; saranno stati anche i kamikaze, ma come si sono comportate le autorità? Quali misure prima e dopo hanno preso? La polizia addirittura impediva i soccorsi, e aggrediva i superstiti.

Le vittime sono diventate imputati, in sostanza, come in altri episodi assai meno gravi ma diffusi, sotto la tirannia di Erdogan: dopo l’attentato, costui ebbe l’insolenza di dichiarare che si trattava di un atto “contro l’unità del paese”, lo stesso stucchevole, ma pericolosissimo, ritornello usato contro i partiti curdi. Tutto, in un clima di crescente intolleranza verso chi la pensava diversamente dal capo, verso magistrati che si permettevano di mettere il naso negli affari di famiglia, verso alti militari giudicati pericolosi per il potere del capo, e così via. Impressionante, la serie di chiusure di giornali e di siti internet, gli arresti e le pesanti condanne detentive di giornalisti, le intimidazioni d’ogni genere verso chi non è del partito del capo o verso chi si azzarda a esprimere, anche in modo sommesso, una critica: di questo passo in Turchia, la Turchia che vorrebbe aderire all’Ue, neppure lo ius murmurandi sarà più concesso. L’attentato contro il corteo di giovani che chiedevano la pace, ossia la fine delle azioni militari del governo contro i curdi, essenzialmente, fu un episodio che colpì enormemente l’opinione pubblica internazionale, in qualche modo evocatore della strage dei giovani socialisti norvegesi da parte del neonazista Andres Breivik, nell’estate 2011.

Ma quali furono gli atti della “comunità internazionale” volti a chiedere conto dell’accaduto a Erdogan e al suo governo?  E che dire della brutale eliminazione, degna di un poliziesco, della giornalista e attivista britannica Jacky Sutton, all’interno dell’aeroporto Ataturk di Istanbul? Con tanto di suicidio inscenato, per impiccagione, nella toilette… La Sutton indagava sui possibili nessi tra governo turco e Is, guarda caso. Anche in questo caso non risultano inchieste serie all’interno, né proteste “vigorose” della solita comunità internazionale, a cominciare da quella europea. Ogni volta, insomma, Erdogan alza l’asticella, e ogni volta, regolarmente, incontra acquiescenza, connivenza, al massimo imbarazzati silenzi. E stupisce anche l’assenza
della stampa di inchiesta su un caso che, anche con lo sguardo cinico del professionista della comunicazione, è dannatamente “interessante”. E il rullo compressore erdoganiano procede, schiacciando tutto ciò che incontra sul proprio cammino.

Nel disegno politico di colui che si considera il nuovo Ataturk, Racep Erdogan appunto, la “sua” Turchia – sua in senso proprio, proprietario, si direbbe – deve diventare potenza egemone nell’area mediorientale, per poi sedere al banchetto dei “grandi”, forte di un esercito potentissimo, e di una crescita economica che finora ha sostenuto le sorti governative; finora, ma le cose stanno cambiando. Per raggiungere lo scopo, Erdogan non ha esitato a stabilire rapporti, più o meno coperti, con Daesh, mentre conservava e rafforzava i suoi legami con Usa e Nato: non buoni invece quelli con l’Unione Europea, che stenta ad accogliere uno Stato come questo nel suo seno (con notevole ipocrisia, d’altronde). E, soprattutto, Erdogan, con straordinario cinismo, stabilisce e rompe intese ed alleanze: il suo attacco alla Russia (l’abbattimento di un aereo della Federazione impegnato in azioni contro l’Isis è stata una dichiarazione di guerra, evidentemente compiuta con l’assenso della Nato e degli Usa) e l’eliminazione dell’avvocato Tahir Elci, uno dei più noti difensori della causa del popolo curdo, è stata un’altra dichiarazione di guerra, contro un intero popolo, la cui esistenza in Turchia neppure viene riconosciuta (i curdi sono chiamati “turchi del Nord”!). Un vero e proprio “caso Matteotti” in salsa turca.

Ci si sarebbe aspettato una generale levata di scudi, specie dopo aver visionato il video dell’azione: gli assassini scappano verso gli agenti di polizia che sparano verso di loro senza mai colpirli, al punto che vien da pensare che le loro armi fossero caricate a salve. “L’uccisione rimarrà un mistero”, si è subito bofonchiato. Lo rimarrà perché le autorità vogliono che nulla trapeli della verità, perché esse sono implicate direttamente nell’omicidio, che con la solita faccia tosta Erdogan ha attribuito al Pkk ossia il partito curdo di sinistra estrema, che Elci difendeva sia in tribunale, nelle tante cause in corso, sia nelle pubbliche occasioni, in una delle quali era egli stesso incappato nell’accusa di tradimento e quant’altro, ed era stato arrestato. Ma un altro video è da guardare, con estrema attenzione, quello dei suoi funerali. Esso costituisce un bellissimo quanto dolente omaggio al combattente caduto, che è anche una dimostrazione di coraggio per chi vi ha partecipato, e una lezione per chi, nelle nostre tepide case, lo guarda, ammirato della sua grandiosa semplicità, e della sua forza.

L’avvocato Tahir Elci, assassinato

Ma il potere di Erdogan e del suo cerchio magico non si lascia condizionare, come non lo aveva smosso l’ondata di proteste dello scorso anno di piazza Taksim in difesa del Gezi Park, ma in realtà di quel poco di libertà che ancora rimaneva nel paese. Proteste represse, come le precedenti e le successive, con durezza estrema dalla polizia: feriti, morti, e centinaia di arresti. Tutto ciò, ribadisco, nella silenziosa acquiescenza delle “democrazie occidentali”, che si stanno rendendo complici del tiranno. L’odio per i “comunisti” (del Pkk), da un canto, la russofobia dall’altro giocano sempre un ruolo importante. La democratica Europa tace. La democratica Italia, balbetta. I democraticissimi Stati Uniti, invece, si schierano a fianco del tiranno. E così costui, nel suo megagalattico palazzo presidenziale da 1200 stanze – il più gigantesco del mondo – una reggia fortificata, per giunta edificata in zona vietata (il diritto che nasce dalla forza, non viceversa…), sogna come “Il Grande Dittatore”, aggirandosi per saloni, corridoi, scale, parco… Sogna di avere, nelle sue avide mani adunche prima il Medio Oriente, e poi?

La sua corsa tuttavia rischia di fargli fare passi falsi: colpire con un missile un aereo russo è stato un gesto a dir poco spregiudicato, volto a far schierare tutto l’Occidente al suo fianco, in nome dell’antica paura e odio per i russi; l’arroganza con cui Erdogan ha, con toni truculenti, rivendicato il “diritto” della Turchia a “difendere i propri confini”, perché un aereo che in teoria combatte dalla stessa parte turca contro l’Is, aveva sconfinato (per 27 secondi, ossia, 2,7 km), è apparso quasi grave quanto quel missile. Ma quando preso ormai da una sorta di delirio di onnipotenza, Erdogan ha sentenziato: «La Russia scherza col fuoco», allora l’inquietudine è cresciuta. Non v’è dubbio che oggi, vi sia un solo soggetto politico-militare che possa fermare Erdogan: la Federazione Russa di Vladimir Putin: piaccia o non piaccia. Così come è chiaro che soltanto la Russia oggi sta combattendo l’Is, seriamente, al di là delle motivazioni, e che solo la Russia può impedire alla Turchia di impadronirsi di un quarto del territorio siriano, di un quinto di quello iracheno e così via. Solo la Russia, in definitiva, può impedire la Terza Guerra Mondiale, verso la quale, invece, la Turchia di Erdogan sembra voler trascinare il mondo.

(Angelo d’Orsi, “Crimini e misfatti, la Turchia di Erdogan”, da “Micromega” del 2 dicembre 2015).

DA libreidee.org

una “storia” non troppo studiata a scuola … chissà come mai


tratta da   Pagina di Io da piccolo stavo con gli Indiani   su  FB

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Leggerlo sarà faticoso, ma credo ne valga la pena.
E’ un riassunto di come la fede cristiana abbia influito sulle popolazioni indigene americane. Spero che nessun cattolico si senta offeso dalla verità.
Buona lettura.

Io da piccolo stavo con gli Indiani

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Con Cristoforo Colombo, ex commerciante di schiavi, che avrebbe fatto carriera come milite crociato, ha inizio la conquista del Nuovo Mondo: allo scopo, come sempre, di espandere il cristianesimo e di evangelizzare infedeli.

Poche ore dopo lo sbarco sulla prima isola abitata in cui s’imbatte nel mare dei Caraibi, Colombo fa imprigionare e deportare sei indigeni che, come scrisse «debbono servire da bravi servitori e schiavi (…) e si possono facilmente convertire alla fede cristiana, giacché mi sembra che non abbiano religione alcuna» (SH 200).

Mentre Colombo definisce gli abitanti autoctoni quali “idolatri”, esprimendo la volontà di offrirli come schiavi ai cattolici re di Spagna, il suo socio Michele da Cuneo, aristocratico italiano, rappresenta gli aborigeni come “bestie” per il fatto che «mangiano quando hanno fame, e si accoppiano in tutta libertà, dove e quando ne hanno voglia» (SH 204-205).

Su ogni isola su cui mette piede Colombo traccia una croce sul terreno e «dà lettura della rituale dichiarazione ufficiale» (il cosiddetto Requerimiento) al fine di prender possesso del territorio da parte della Spagna, nel nome dei suoi Cattolici Signori. Contro di che «nessuno aveva da obiettare». Qualora gli Indios negassero il loro assenso (soprattutto perché non comprendevano semplicemente una parola di spagnolo), il Requerimiento recitava così:

«Con ciò garantisco e giuro che, con l’aiuto di Dio e con la nostra forza, penetreremo nella vostra terra e condurremo guerra contro di voi (…) per sottomettervi al giogo e al potere della Santa Chiesa (…) infliggendovi ogni danno possibile e di cui siamo capaci, come si conviene a vassalli ostinati e ribelli che non riconoscono il loro Signore e non vogliono ubbidire, bensì a lui contrapporsi» (SH 66)

Di analogo tenore erano le parole di John Winthrop, primo governatore della Bay Colony del Massachusset: «justifieinge the undertakeres of the intended Plantation in New England […] to carry the Gospell into those parts of the world […] and to raise a Bulworke against the kingdome of the Ante-Christ» (SH 235) [«giustificando l’impresa della costituenda fondazione della Nuova Inghilterra, di portare il vangelo in queste parti del mondo, e di edificare un bastione contro il regno dell’Anticristo»].

Intanto, prima ancora che si venisse alle armi, due terzi della popolazione indigena cadeva vittima del vaiolo importato dagli Europei. Il che era interpretato dai cristiani, manco a dirlo, come «un segno prodigioso dell’incommensurabile bontà e provvidenza di Dio»!.

Così, ad esempio, scriveva nel 1634 il governatore del Massachussets: «Quanto agli indigeni, sono morti quasi tutti contagiati dal vaiolo, e per tal modo il SIGNORE ha confermato il nostro diritto ai nostri possedimenti» (SH 109, 238).

Sulla sola isola di Hispaniola, dopo le prime visite di Colombo, gli indigeni Arawak – un popolo inerme e relativamete felice che viveva delle risorse del loro piccolo paradiso – lamentarono presto la perdita di 50.000 vite (SH 204).

In pochi decenni, gli Indios sopravvissuti caddero vittime di assalti, stragi, strupri e riduzione in schiavitù da parte degli Spagnoli.

Dalla cronaca d’un testimone oculare: «Furono uccisi tanti indigeni da non potersi contare. Dappertutto, sparsi per la regione, si vedevano innumerevoli cadaveri di indiani. Il fetore era penetrante e pestilenziale» (SH 69).

Il capo indiano Hatuey riuscì a fuggire col suo popolo, ma fu catturato e bruciato vivo. «Quando lo legarono al patibolo, un frate francescano lo pregò insistentemente di aprire il suo cuore a Gesù affinché la sua anima potesse salire in cielo anziché precipitare nella perdizione. Hatuey ribatté che se il il cielo è il luogo riservato ai cristiani, lui preferiva di gran lunga l’inferno» (SH 70).

Ciò che accadde poi al suo popolo, ci è descritto da un testimone oculare: «Agli spagnoli piacque di escogitare ogni sorta di inaudite atrocità… Costruirono pure larghe forche, in modo tale che i piedi toccavano appena il terreno (per prevenire il soffocamento), e appesero – ad onore del redentore e dei 12 apostoli – ad ognuna di esse gruppi di tredici indigeni, mettendovi sotto legna e braci e bruciandoli vivi». (SH 72, DO 211).

In analoghe occasioni si inventarono altre piacevolezze: «Gli spagnoli staccavano ad uno il braccio, ad altri una gamba o una coscia, per troncare di colpo la testa a qualcuno, non diversamente da un macellaio che squarta le pecore per il mercato. Seicento persone, ivi compresi i cacicchi, vennero così squartate come bestie feroci… Vasco de Balboa ne fece sbranare poi quaranta dai cani» (SH 83).

«La popolazione dell’isola, stimata di circa otto milioni all’arrivo di Colombo, era scemata già della metà o di due terzi, ancor prima che finisse l’anno 1496». Finalmente, dopo che gli abitanti dell’isola furono quasi sterminati, gli Spagnoli si videro “costretti” a importare i loro schiavi da altre isole dei Caraibi, ai quali toccò peraltro la medesima sorte. In tal modo «milioni di autoctoni della regione caraibica vennero effettivamente liquidati in meno d’un quarto di secolo» (SH 72-73).

«Così, in un tempo minore della durata normale d’una esistenza umana, fu annientata un’intera civiltà di milioni di persone che per migliaia di anni erano stanziate nella loro terra» (SH 75).

«Subito dopo, gli Spagnoli rivolsero la loro attenzione alla terraferma del Messico e dell’America centrale. Le stragi erano appena cominciate. Di lì a poco sarà la volta della nobile città di Tenochttitlàn (l’odierna Mexico City)» (SH 75).

Hernando Cortez, Francisco Pizarro, Hernando De Soto e centinaia di altri Conquistadores spagnoli saccheggiarono e annientarono – in nome del loro Signor Gesù Cristo – molte grandi civiltà dell’America centrale e meridionale (De Soto saccheggiò inoltre la Florida, regione “fiorente”).

«Mentre il secolo XVI volgeva al termine, quasi 200.000 spagnoli si erano stabiliti nel Nuovo Mondo. In questo periodo, in conseguenza dell’invasione, si stima che avessero già perso la vita oltre 60 milioni di indigeni» (SH 95).

Va da sé che i primi colonizzatori dei territori dei moderni Stati Uniti d’America non si comportarono meglio dei conquistadores.

Benché, senza l’aiuto degli Indiani, nessuno dei colonizzatori sarebbe stato in grado di sopravvivere ai rigori invernali, questi cominciarono presto a scacciare e a sterminare le tribù indiane.

La guerra degli indiani nordamericani tra di loro era, in proporzione, un fenomeno irrilevante – paragonato con le consuetudini europee – e serviva piuttosto a riequilibrare le offese, ma in nessun caso alla conquista del territorio. Tanto che se ne stupivano i padri pellegrini cristiani: «Le loro guerre non sono neanche lontanamente così cruente» («Their Warres are farre less bloudy»), ragion per cui non succedeva «da nessuna delle parti un grande macello» («no great slawter of nether side»). In realtà, poteva ben accadere «che guerreggiassero per sette anni senza che vi perdessero le vita sette uomini» («they might fight seven yeares and not kill seven men»). Tra gli Indiani, inoltre, era consuetudine risparmiare le donne e i bambini dell’avversario (SH 111).

Nella primavera 1612 alcuni coloni inglesi trovarono così attraente la vita dei liberi e affabili indios, al punto da abbandonare Jamestown per vivere presso costoro (con che si ovviò presumibilmente, tra l’altro, a un’emergenza sessuale). Senonché il governatore Thomas Dale li fece stanare e giustiziare: «Alcuni li fece impiccare, altri bruciare, altri torcere sulla ruota, mentre altri furono inflizati sullo spiedo e alcuni fucilati» (SH 105).

Tali eleganti provvedimenti restarono ovviamente riservati agli inglesi; questa era la procedura con quelli che si comportavano come gli indiani; ma per quelli che non avevano scelta, proprio perché costituivano la sovrappopolazione della Virginia, si faceva senz’altro tabula rasa:

«quando un indio era accusato da un inglese di aver rubato una tazza, e non la restituiva, la reazione inglese era subito violenta: si attaccavano gli Indiani dando alle fiamme l’intero villaggio» (SH 106)

Sul territorio dell’odierno Massachussetts i padri pellegrini delle colonie perpetrarono un genocidio, entrato nella storia come Guerra dei Pequots. Autori dei massacri erano quei cristiani puritani della Nuova Inghilterra, scampati essi stessi alla persecuzione religiosa in atto nella loro vecchia Inghilterra.

Allorché fu trovata la salma d’un inglese, ucciso probabilmente da guerrieri Narragansett, i puritani gridarono vendetta. Sebbene il capo dei Narragansett implorasse pietà, i cristiani passarono all’attacco. Forse dimentichi del loro obiettivo, essendo stati salutati da alcuni Pequot, a loro volta belligeranti coi Narragansett, avvenne che i puritani attaccarono i Pequots, distruggendo i loro villaggi.

Il comandante dei puritani, John Mason, scrisse dopo un massacro: «Per la verità, l’Onnipotente incusse tale terrore sulle loro anime, che fuggirono davanti a noi buttandosi tra le fiamme, dove molti perirono… Dio aleggiava sopra di loro e sbeffeggiava i suoi nemici, i nemici del suo popolo, facendone dei tizzoni ardenti… Così il SIGNORE castigò i pagani, allineandone le salme: uomini, donne e bambini» (SH 113-114).

«Così piacque al SIGNORE di dare un calcio nel sedere ai nostri nemici, dando in retaggio a noi la loro terra» («The LORD was pleased to smite our Enemies in the hinder Parts, and to give us their land for an inheritance») (SH 111).

Siccome Mason poteva ben immaginare che i suoi lettori conoscessero la loro bibbia, non aveva bisogno di citare i versetti qui citati:

«Delle città di questi popoli, che il Signore tuo Dio ti dà in retaggio, non devi lasciare in vita nulla di quanto respira. Ma dovrai invece destinarle alla distruzione, così come il Signore tuo Dio ti ha dato per dovere» (Mosé V, 20)

Il suo compare Underhill ci ricorda quanto fosse «impressionante e angosciante lo spettacolo sanguinoso per i giovani soldati» («how grat and doleful was the bloody sight to the view of the young soldiers»), però, assicura i suoi lettori, «talvolta la Sacra Scrittura decreta che donne e bambini debbano perire coi loro genitori» («sometimes the Scripture declareth women and children must perish with their parents») (SH 114).

Molti indios caddero vittime di campagne di avvelenamento. I coloni addestravano persino dei cani al compito speciale di stanare gli Indiani, strappando i piccoli dalle braccia delle madri e sbranandoli. Per dirla con le loro stesse parole: «cani feroci per dar loro la caccia e mastini inglesi per l’attacco» («blood Hounds to draw after them, and Mastives to seaze them»). In questo, i puritani si lasciarono ispirare dai metodi dei loro contemporanei spagnoli. E così continuò, finché i Pequot furono pressoché sterminati (SH 107-119).

Altre tribù indiane patirono la stessa sorte. Così commentavano i devoti sterminatori: «È il volere di Dio, che alla fin fine ci dà ragione di esclamare “Quant’è grandiosa la Sua bontà! E quant’è splendida la Sua gloria!”» («God’s Will, wich will at last give us cause to say: “How Great is His Goodness! And How Great is His Beauty!”»). E ancora: «Fino a che il nostro Signore Gesù li piegò ad inchinarsi davanti a lui e a leccare la polvere!» («Thus doth the Lord Jesus make them to bow before him, and to lick the Dust!») (TA).

Come ancora oggi, così per i cristiani di allora era ben accetta la menzogna per la maggior gloria di dio, o quantomeno per il proprio vantaggio di fronte ai diversamente credenti: «I trattati di pace venivano firmati già col proposito di violarli.
Talché il Consiglio di stato della Virginia dichiarava che se gli Indiani “sono tranquillizzati dopo la stipula del trattato, noi abbiamo non soltanto il vantaggio di prenderli di sorpresa, ma anche di mietere il loro mais”». («when the Indians grow secure uppon the Treatie, we shall have the better Advantage both the surprise them, and cutt downe theire Corne») (SH 106).

Anno 1624: una sessantina di inglesi, forniti di armi pesanti, fanno a pezzi 800 inermi uomini, donne e bambini indios. (SH 107).

1675-76: durante la guerra detta di re Filippo, in una sola azione di rappresaglia, sono uccisi «circa 600 indiani». L’autorevole pastore della seconda Chiesa di Boston, Cotton Mather, definirà più tardi il massacro come «grigliata per arrosti» («barbeque») (SH 115).

In sintesi: nel New Hampshire e nel Vermont, prima dell’arrivo degli inglesi, la popolazione degli Abenaki contava 12.000 persone. Neanche cinquant’anni dopo ne erano rimaste in vita solo 250: una decimazione del 98%.

Il popolo dei Pocumtuck ammontava a 18.000; due generazioni più tardi il loro numero era sceso a 920.

Il popolo dei Quiripi-Unquachog era di 30.000; dopo ugual periodo ne sopravvivevano 1.500, un vero genocidio; la popolazione del Massachusset comprendeva almeno 44.000 persone, di cui, cinquant’anni dopo, erano sopravvissuti appena 6.000. (SH 118).

Questi sono solo alcuni esempi delle tribù che vivevano nell’America del Nord prima che vi approdassero i cristiani. E tutto ciò accadeva prima che scoppiasse la grande epidemia di vaiolo degli anni 1677 e 1678. Anche il bagno di sangue era appena agli inizi.

E tutto fu solo il principio della colonizzazione da parte degli Europei, cioè prima dell’epoca vera e propria del cosiddetto “selvaggio Far West”.

Tra il 1500 e il 1900, è probabile che, complessivamente, abbiano perduto la vita – nelle sole Americhe – più di 150 milioni di nativi: in media, circa due terzi a causa del vaiolo e di altre epidemie importate dagli Europei (e qui non dev’esser passato sotto silenzio il fatto che, a partire dal 1750 circa, le tribù autoctone venivano contagiate anche di proposito per mezzo di doni artificialmente infettati). Restano pertanto ancora 50 milioni la cui morte si fa risalire direttamente ad atti di violenza, a trattamenti disumani o alla schiavitù.

E in alcuni paesi, come ad esempio Brasile e Guatemala, questa decimazione prosegue fino ai nostri giorni: a fuoco lento, per così dire.

Ulteriori gloriose tappe della storia degli Stati Uniti d’America

Nel 1703, il pastore Salomon Stoddard, una delle più prestigiose autorità religiose della Nuova Inghilterra, fece formale richiesta al Governatore del Massachusset perché mettesse ai diposizione dei colonizzatori le risorse finanziarie per «acquistare grandi mute di cani e per poterle addestrare a cacciare gli Indiani alla stessa stregua degli orsi» (SH 241).

29 novembre 1864: massacro di Sand Creek, nel Colorado. Il colonnello John Chivington, ex predicatore metodista e politico regionale («non vedo l’ora di nuotare nel sangue nemico») fa passare per le armi un villaggio dei Cheyenne con circa 600 abitanti – quasi solo donne e bambini – benché il capo indiano agitasse bandiera bianca. Bilancio: da 400 a 500 vittime.

Ne riferisce un testimonio oculare: «C’era un gruppo di trenta o quaranta Squaw, acquattate in un buco per proteggersi, le quali mandarono fuori una bambina, di circa sei anni, con un panno bianco in segno di resa. Ebbe il tempo di fare solo pochi passi, quando venne colpita e abbattuta. In quella trincea, più tardi, tutte le donne furono uccise» (SH 131).

1860: il religioso Rufus Anderson commenta il bagno di sangue che fino allora aveva decimato, per il 90% almeno, la popolazione autoctona delle isole Hawaii. «In ciò costui non vedeva nulla di tragico: tutto sommato, la prevedibile, totale estinzione della popolazione indigena delle Hawaii era un fatto del tutto naturale – diceva il missionario – paragonabile suppergiù “con l’amputazione delle membra malate da un organismo”» (SH 244).

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Che dite … ci fermiamo qui ? …

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Maschere & Volti


By Alfredo

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Resto sul tema di come ci ‘rappresentiamo’ sulle piattaforme telematiche social, quali sono le nostre aspettative, a chi ci rivolgiamo o vogliamo rivolgerci, cosa abbiamo da dire, cosa ci aspettiamo che ci dicano.

Mi è capitato di rispondere a commenti – su questo blog -, ribadendo una mia scelta di non ‘rappresentarmi’ con un mio blog personale, dopo comunque aver partecipato – convintamente – su un blog pubblico, di interesse nazionale, per circa un anno, ed aver ricavato un’esperienza deludente, dopo aver constatato i troppi ‘protagonismi’, le troppe mistificazioni, i troppi soloni che vogliono far cadere dall’alto i loro ‘saperi’ monospecialistici, i troppi ‘confusi’ che non chiedono, ma vogliono dire la loro, e last but no least i tanti pescatori o pescatrici a caccia di ‘prede’.
E’ stata un’esperienza, comunque, che mi ha permesso di avere, per l’ennesima volta, la conferma che, quando ci si rappresenta in un certo modo, si è tenuti, poi, a corrispondere a questo modo.

I miei riscontri mi suggeriscono che, nella stragrande maggioranza dei casi, non è così.
Personalmente, ho la massima cautela a stringere amicizie ‘virtuali’ non lasciandomi conivolgere dai facili ‘like’, pur riconoscendo di essere ‘attratto’ da certe intelligenze che si esprimono con ‘doti innegabili’ in vari spazi e contesti.

Per tutto questo, ma non solo, oggi ripropongo Arthur Schopenhauer e il suo
AFORISMI SULLA SAGGEZZA DEL VIVERE
in un capitolo che, con altro taglio, tratta l’argomento.

La-Maschera

DI QUELLO CHE UNO RAPPRESENTA

“Questo aspetto, ossia la nostra esistenza nell’opinione altrui, per una particolare debolezza della nostra natura è sempre tenuto in eccessiva considerazione, benché la riflessione più semplice potrebbe insegnarci che, preso in sé, non è affatto essenziale per la nostra felicità.
Risulta quindi pressoché inspiegabile comne mai ogni uomo si rallegri tanto dentro di sé ogni volta che avverte negli altri segni di un’opinione favorevole nei suoi confronti, o che la sua vanità venga in qualche modo lusingata.
Com’è inevitabile che il gatto faccia le fusa quando lo si accarezza, così sul viso della persona che viene lodata si dipinge una dolce voluttà – in particolare se la lode riguarda l’ambito delle sue aspirazioni -, per quanto le parole lusinghiere possano essere palesemente bugiarde.

Spesso o segni del consenso altrui la consolano di una disgrazia reale, o della scarsità con cui scorrono per lei le fonti principali della felicità.
E viceversa c’è da restare stupefatti di quanto infallibilmente la offenda e spesso la addolori profondamente ogni ferita alla sua ambizione, in ogni senso, grado o circostanza, ogni forma di disistima, di trascuratezza, ogni mancanza di riguardo.
Dato che su questa qualità naturale si basa il senso dell’onore, può darsi che essa abbia effetti vantaggiosi per la buona condotta di molti, come surrogato della loro moralità; ma sull’intima felicità dell’uomo, e anzitutto sulla pace e indipendenza dell’animo che ne è parte così essenziale, essa agisce in modo più perturbatore e nocivo che corroborante.

E’ consigliabile perciò, a nostro avviso, porle dei limiti, e, mediante un’opportuna riflessione e un giusto apprezzamento del valore dei beni, moderare per quanto è possibile quella grande suscettibilità nei confronti dell’opinione altrui, sia quando è lusingata, sia quando è ferita:
perchè entrambi i casi sono appesi allo stesso filo.
Altrimenti si rimane schiavi dell’opinione e del parere altrui:

*SIC LEVE, SIC PARVUM EST, ANIMUM QUOD LAUDIS AVARUM  SUBRUIT AC REFICIT*
(E’ così irrilevante, così piccola cosa, quello che abbatte e risolleva l’animo avido di lode) – EPISTOLE – Orazio –

Un giusto apprezzamento del valore di ciò che si è in sé e per sé, rispetto a ciò che si è solo agli occhi degli altri, contribuirà molto alla nostra felicità.
Nel primo rientra tutto ciò chie riempie il tempo della nostra esistenza, il contenuto interiore di essa, e quindi tutti i beni che abbiamo considerato sotto i titoli ‘quello che uno è’ e ‘quello che uno ha’.
Perché il luogo in cui tutto questo trova il suo campo d’azione è la propria coscienza.

Invece il luogo di ciò che noi siamo per gli altri è la coscienza estranea è la rappresentazione in cui noi compariamo, insieme coi concetti impiegati per formarla: (i ceti più elevati, col loro splendore, il loro sfarzo, la loro magnificenza, e con le loro esibizioni di ogni genere, possono ben dire: la nostra felicità è esclusivamente fuori di noi: sta nelle teste degli altri).
Ora, si tratta di qualcosa che non esiste per noi direttamente, ma solo indirettamente, in quanto per suo tramite viene determinato il contegno degli altri verso di noi.
E anche questo, a ben vedere, va preso in considerazione solo in quanto influisce su una qualche cosa che può modificare ciò che siamo in noi stessi e per noi stessi.

A parte questo. ciò che avviene in una coscienza estranea, in quanto tale, per noi indifferente, e anche noi diverremo a poco a poco indifferenti nei suoi riguardi una volta raggiunta una sufficiente conoscenza della superficialità e della futilità dei pensieri, della limitatezza dei concetti, della meschinità dei principi, dell’assurdità delle opinioni e della quantità di errori che albergano nella maggior parte dei cervelli;

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quando inoltre sperimentiamo personalmente con qual disprezzo si parli do ognuno una volta che no si ha più ragione di temerlo e si crede che non gli verrà riferito; e specialmente poi quando avremo sentito come una mezza dozzina di imbecilli parlino con disprezzo dell’uomo più degno.
Allora ci accorgeremo che chi dà grande valore all’opinione degli uomini tributa loro un onore eccessivo”.

Sarà par questo che, secoli prima, Dante Alighieri scriveva:

“Coscienza m’assecura un buon ausbergo nel sentirsi pura…”

Conclusioni ?

Attenti alle tante maschere in giro;

non siamo a Carnevale ! :-)))

Alfredo

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le cose si imparano …


tratto da

Le cose che ho imparato nella vita (di Paulo Coelho)

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Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e i tuoi dolori.

Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.
Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che
sorride e ognuno intorno a te piange.”

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two friends : two different ways of interpreting a blog


Una precisazione che mi viene da fare (per chiarire una cosa), indirizzata a tutti gli amici e le amiche che “passano di qua” …

Avrete notato che molto spesso posto dei commenti firmati dal mio amico Alfredo:
per sua stessa ammissione sono dei contributi (normalmente collegati tra loro da un filo logico) atti esclusivamente a far riflettere chi legge, il loro unico scopo e permettervi di formarvi una “vostra” opinione sull’argomento in questione ma questo non comporta “automaticamente” che tutti siano da lui completamente condivisi; se sono funzionali allo scopo prefissato cita a volte anche cose in cui non si ritrova pienamente.
La cosa fondamentale è comunque che voi capiate che la sua intenzione è di condividere tutto ma non insegnarvi nulla, sarete voi a formare la vostra idea …
il motivo per cui non ha un sito suo, l’ho già una volta detto, è una sua libera scelta personale (a me nota), non mi ha chiesto di postare i suoi commenti ma sono io che credo valga la pena che siano divulgati.

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Per quanto riguarda me, non avendo basi culturali e conoscenze pari alle sue, (non posso fare altrettanto quindi) quando le posto sono un vostro “pari”, le leggo come voi ed anch’io, almeno inizialmente, sono un semplice “fruitore” …

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Tutte le cose che posto io invece, che siano miei inediti oppure collegamenti a pensieri ed immagini altrui (Perle, link e articoli), sono da me sempre completamente condivise … e spero che lo siano anche da voi 🙂
La mia è più semplicemente una condivisione totale del bello e del brutto che io vedo nel mondo e l’espressione di quanto porto dentro di me (giusto o sbagliato che sia), e scusatemi se a volte non seguono un filo logico (quando le “scopro” le pubblico, a prescindere dall’argomento) …

Questa precisazione solo per fare chiarezza e dirimere vostri eventuali interrogativi e fugare qualche (sempre eventuale) cattivo pensiero …

Claudio

Tutti a grufolare nella moderna lettiera a forma di Scala


tratto dalla pagina  www.left.it  su  FB

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http://www.left.it/2015/12/08/tutti-a-grufolare-nella-moderna-lettiera-a-forma-di-scala/?utm_content=bufferee0d3&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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di Giulio Cavalli

Ci sono delle mattine in cui mi sento un marziano. Non che mi dispiaccia, per carità: vivere qualche ora da estraneo può essere anche un buon momento di decompressione ma mi turba il senso di lontananza dal mondo e, mi dico, magari sto invecchiando, diventando terribilmente barboso o peggio mi sto rincoglionendo. O forse tutte e tre le cose insieme. Comunque la rassegna stampa di questa mattina è il ritorno al medioevo, peggio: il trionfo del barocco nonostante sia tutto tranne che il tempo degli orpelli, come se ogni anno, in questo benedetto (ma laico) momento ci sia un’ubriacatura generale, un carnevale, per cui ci si mette tutti d’accordo nell’essere tronfi e spostati.

La notizia del giorno in un mondo di Gaza, lavori come miraggi, economie in bilico, terrorismi e genuflessioni, riforme mai realizzate, corrotti a flusso continuo, spari come petardi, mafie galoppanti, poveri invisibili, blocchi mondiali in cagnesco, poteri sibilanti, annegati al chilo, disuguaglianze non curate, passati insabbiati, schiavismi ripetuti, banche pericolanti, democrazie stanche, patti osceni, informazioni ammaestrate, economie dopate, crocchi di olocausti, provvidenziali suicidati, popoli fiacchi, aridità di massa, barbarie legalizzate, crimini legali, diritti solo declamati, oscene comari come classe dirigente, estremismi à la page, cattivismo prêt-à-porter e solitudini croniche, in questo mondo qui, tutti gli anni, come un messa agnostica della bava che diventa grumo tutta nella stessa stanza si celebra la “Prima alla Scala”.

“Prima alla Scala” scritta con la maiuscola anche sulla “Prima” come diventano maiuscole le parole che non hanno più significato, come se fosse l’acronimo di un feticcio oppure la sigla di un evento sclerotizzato. E così anche oggi è una sfilza di foto, minutaggi applausiferi e pose imparruccate di questo moderno G100 degli esibizionisti dello starci, della volgarità di posizionarsi in un momento che vorrebbe essere cerimonia, arte e invece diventa la riproposizione del vestito del re. Nudo.

La “Prima alla Scala” è l’haka italiana, la danza maori di cui si è perso il significato ed è rimasto solo il rito. Alla “Prima alla Scala” potrebbero anche, l’anno prossimo, mettere in scena una partita di squash tra macachi ma intorno tutto sarebbe identico lo stesso: la “Prima alla Scala” è come il rassicurante, ammaestrato, ritorno alla lettiera del nostro gatto appena sveglio. Uno svuotamento rumoroso e fiero che produce baldanza per le ore successive. Se ci pensate la “Prima alla Scala” non ha niente a che vedere con la musica, men che meno con la lirica, è lontanissima dall’essere esibizioni di canto orchestrale: la “Prima alla Scala” ha lo stesso odore ammuffito delle feste tra colleghi quando si va in pensione e si scarta l’orologio. E, in fondo, ci si ritrova a solidarizzare con chi indossa un patetico tubino stretto di animale morto o con la megera truccata da bambina: provano a toccare i limiti del buongusto perché sanno che sono porte aperte.Tutto è concesso, tutto è spettacolo. Conta esserci. Ma esserci forte. Esserci evidente. Chi grufola con il volume più alto e gutturale vince. Mentre degli sconosciuti in sottofondo cantano parole incomprensibili. In tutti i sensi.

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il segreto della domanda


By Alfredo

Vi dirò, sinceramente, che trovare – ogni giorno – un argomento da sottoporvi, che sia d’aiuto per la ricerca delle tante risposte che il mondo attuale non ci fornisce, non è semplice e mi impegna non poco.

Stamane, riflettevo proprio su questo e pensavo che – forse – l’errore che facciamo è quello di chiedere una risposta, facendo la domanda sbagliata.
Mi spiego: se noi continuiamo a tenerci nel recinto delle regole che ci vengono imposte, continueremo a formulare domande ‘retoriche’ che non tengono conto della ‘ipocrisia’ della politica di turno, che considera le persone come ‘codici fiscali’ e quindi produce ‘regole’ che ci impediscano di…,

e ci ‘regolano’ in perfetto stile ragionieristico, cioè facendo di conto, e inventando – diuturnamente – gabelle che permettono, a loro, di vivere una vita indipendente e, sappiamo, al di là delle possibilità dei più, con il tipico cinismo amorale che contraddistingue tutta la classe ‘dirigente’ del nostro paese, e dico TUTTA.
Va bene. questa è cronaca, ma nessuno sottolinea i danni – e non parlo di quelli materiali – che questo status quo procura.

L’afasia dell’anima ormai sta dilagando, e il mors tua vita mea sta diventando, con il tengo famiglia, il motto dell’talico popolo.
Va da sé che, stante la situazione, le domande non sono più suggerite dal nostro Io profondo, ma piuttosto dall’ansia procurata dall’incertezza, dall’incapacità di vedere in prospettiva un futuro migliore per sé. per i propri figli e nipoti.

Per queste considerazioni, un po’ a ruota libera, oggi vi sottopongo stralci di un testo di un autore che – personalmente – apprezzo molto.

Da: IL SEGRETO DELLA DOMANDA – Umberto Galimberti –

“Il nostro stile di vita, che più non conosce il bello, ma solo il funzionale, che più non conosce il vero perché si accontenta del verosimile, che non sa più riconoscere le orme del sacro perché tutto ha profanato, ne le tracce del dolore che occulta negli scantinati della rimozione; il nostro stile di vita che colloca la gioia nel frastuono, l’amore nel sesso, lo sguardo nella distrazione; il nostro stile di vita soffoca nella ragione fatta calcolo mercato e scambio e interessi e assicurazioni, per conservare quel tesoro che inaridisce: la vita senza più bellezza.
[…]
Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono.
Il sentimento è forza.
Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione, quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, perché, in una scelta piuttosto che in un’altra, ci si sente a casa.
E guai a imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.

La forza d’animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi.
Qui è la salute!
Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli ‘altrove’ della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perché altri, di cui pensiamo dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no.
[…]

I giovani corrono il rischio, quando evitano le soluzioni estreme, di passare il tempo delle loro vite senza sentimento, senza nobiltà, confusi tra i piccoli uomini a cui basta, secondo Nietzsche: *una vogliuzza per il giorno, una per la notte, fermo restando la salute*, perdendo così il contatto con se stessi, confusi nel rumore del mondo.
Passioncelle generiche sfiorano le loro anime, ma non le risvegliano, non hanno forza.
Sono state acquetate da quell’ideale di vita spacciato per equilibrio, buona educazione.
[…]
Dall’insensatezza non si esce con una ‘cura’, perché il disagio non origina dall’individuo, ma dal suo essere inserito in uno scenario: quello tecnico, di cui gli sfugge la comprensione.
E se il problema è di comprensione, gli strumenti filosofici sono gli unici idonei per orientarsi in un mondo il cui senso, per l’uomo, si sta facendo sempre più recondito e oscuro.
[…]
La percezione non è una generica sensazione, ma è rigidamente ancorata alle nostre strutture mentali, che il calcolo matematico o il rilievo statistico non sono in grado di modificare.
Per potersene rendere conto, sarebbe opportuno che gli statistici leggessere la CRITICA DELLA RAGION PURA di Kant e/o LA FENOMENOLGIA DELLA PERCEZIONE di Merlau-Ponty
(antropologo ndr)”.

Per tutto ciò, venne scritto:

“Il mondo reale è cosa in sé inaccessibile, perché accessibile è SOLO il mondo per noi”. – Immanuel Kant –

Quindi, il mio invito è di ribellarsi a chi ci vuole tenere nelle periferie della vita, diventando NOI i costruttori di un mondo che sia a nostra misura e che ci pacifichi da tutte le tensioni e le preoccupazioni alle quali, oggi, siamo sottoposti e per le quali, molti – i meno attrezzati -, soffrono disturbi
psicologici di tutti i tipi, non ultima un’evidente ‘schizofrenia’ o sdoppiamento della personalità, ampiamente riscontrabile, per chi sa vedere, sul palcoscenico del mondo ‘virtuale’, così ‘perfettamente’ rappresentato dai ‘cosiddetti’ social.

NON ACCONTENTATEVI DELLE RISPOSTE ‘SCONTATE’,
FATE LE DOMANDE GIUSTE !

Alfredo