Perle dal Web . n° 196


tratta da  Pagina di Realtà, inganno e manipolazione  su  FB

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Deus sive Natura (Dio ovvero la Natura)

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“Non dovete creare un tempio o una chiesa per Dio, è assurdo perché Dio è ovunque!
Per chi state creando un tempio, una chiesa o una moschea ?
Se volete pregare potete farlo ovunque.
Dovunque vi inchiniate, vi inchinate a Dio, perché non esiste nient’altro.”

(Osho)

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Perle dal Web . n° 195


Tratta da   Pagina di Realtà, inganno e manipolazione  su  FB

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“Vi è un “Qualche cosa interiormente” in tutti noi, che è il Re e il Signore di qualsiasi altra parte del nostro essere.
Che questo “Qualche cosa interiore” sia denominato anima, volontà, ego, o in altri modi, non cambia il fatto che questa parte del Sè è il Sovrano e il Dominatore.
A seconda della misura della manifestazione del potere di questo Sovrano, corrisponde il grado dell’Individualità.
La maggioranza non sa di possedere questo Sè Sovrano e così cede senza resistenza all’ambiente e alle influenze esterne.
Quando questo Sè Sovrano sale sul suo trono mentale, affermando il proprio diritto e il proprio potere di governo, l’uomo diventa padrone di se stesso, invece di essere uno schiavo delle circostanze, dell’ambiente o delle influenze altrui.”

(William Atkinson)

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Essenzialità – la scelta delle rinunce


By Alfredo

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Si avvicina il Natale e ci sarà senz’altro chi vivrà questo periodo in una apnea mentale, occupato soltanto dalla scelta dei regali in molti casi, paccottiglia e pure scontatissima (intesa come banale), con relativi impacchettamenti con carte cangianti e infiocchettature con riccioli + compilazione biglietti augurali, nei quali, incerte calligrafie, vergheranno lo solite frasi di circostanza.
Il festival del consumo acritico continua in un delirio parossistico di desideri indotti, salvo poi, dopo le abbuffate, ipocritamente stupirsi della cronaca di un mondo sempre di più alla deriva.

Ecco allora che mi sovviene un concetto che la vita mi ha insegnato:
l’essenzialità; si potrebbe definire anche sobrietà ma, a mio parere, quest’ultima presuppone un rinuncia tout court, sacrificata a una rappresentazione di schemi sociali, mentre la prima è una scelta, si rinuncia a qualcosa perché la si giudica non essenziale per il nostro bisogno, per la nostra vita, per la nostra felicità interiore e non.

Vi sottopongo un testo di Ludovica Scarpa, e un capitolo che si intitola:
SCEGLIERE DI RINUNCIARE

“Rinunciare alle nostre pretese verso il mondo e gli altri è una liberazione e arreca il medesimo sollievo che sentiamo quando vengono esaudite, con il vantaggio di non doverne pagare il prezzo.

E’ un po’ come andare in vacanza stando a casa propria, senza stress, né code, né costi aggiuntivi.
Se rinuncio a desiderare quello che non ho, la soddisfazione è piena e ho meno cose di cui mi devo (pre)occupare.
Scegliere di accorgerci che siamo buoni, intelligenti, carini abbastanza, abbiamo abbastanza, facciamo abbastanza, alleggerisce e semplifica la vita.
Pretese e desideri ci distraggono dall’essere presenti, nel qui e ora, ci proiettiamo con l’immaginazione in un futuro vicino o lontano.

Se non siamo presenti a noi stessi in un certo senso non ci siamo, non ‘esistiamo’, e allora come potremmo accorgerci di essere completamente sereni?
Scegliere di rinunciare è smettere di riferirci a quel che ancora non abbiamo, l’abitudine di forzare il mondo con i nostri desideri nei suoi riguardi.
Quella della rinuncia è la scelta in grado di darci il senso più pieno della nostra libertà, il nostro essere in grado di vole di non-volere.
Possiamo sentire la contentezza del non-volere-nulla, dire di no al desiderio. di de-identificarci e guardarlo con distacco.
In tal modo ci liberiamo dal peso del desiderio, ci solleviamo, ci affranchiamo da una schiavitù, ci emancipiamo. […]
Come antropologo dell’esperienza, posso osservare come mi sento quando voglio qualcosa, e, allo stesso tempo, immaginare di non sentire più il bisogno, e notare come mi sentirei allora.
Posso ‘assaggiare’ la rinuncia.

Vogliamo, ad esempio, far carriera e avere successo; possiamo osservare come ci sentiamo, ipoteticamente, se rinunciamo consapevolmente alla carriera? L’assunzione implicita nel desiderio di fare carriera è che ci sentiremo felici. Ma se non ci sentiamo felici oggi, probabilmente il nostro modo di stare al mondo non cambierà, con o senza carriera.
Sembra infatti che, di fronte a cambiamenti anche drammatici nella nostra esistenza, dopo qualche tempo si ristabilisca il livello di soddisfazione precedente, come se gli individui avessero un livello intrinseco di capacità di sentire gioia.

I nostri desideri ci tengono in movimento, siamo gli eredi di progenitori che sono riusciti a sopravvivere e ad avere eredi, spinti dal motore interno dell’insoddisfazione, a caccia di risposte a bisogni e desideri insoddisfatti.
Essere contenti è irrilevante per la sopravvivenza della specie, mentre l’essere scontenti pare fondamentale per l’evoluzione.
La selezione naturale pare abbia premiato i nostri antenati sensibili all’insoddisfazione, più che alla gioia.
Anche la Dichiarazione d’Indipendenza americana (1776) parla del diritto inalienabile alla ‘ricerca’ della felicità, non al suo possesso.
Rende felici darci da fare per ‘raggiungere’ la felicità, ma questa deperisce velocemente, per mantenersi ha bisogno del ‘processo’ di un cercarla-senza-cercarla.
L’ambizione è un desiserio cronico che ci stimola a darci da fare e a cercare qualcosa di meglio.
Ma chi, se non noi stessi, definisce ‘migliore’ ciò che facciamo?

Diversa è la questione se ci soddisfano i singoli passi che facciamo giorno per giorno e che per caso possono anche essere quelli utili per fare carriera; se facciamo un lavoro che ci piace, per le sfide che rappresenta o perché ci piace farlo, ci sospinge il processo del fare, in sé.
Il premio è intrinseco all’esperienza stessa.
Non ci spinge il desiderio di stare meglio, ma il nostro attuale star bene: allora ‘fare le cose’ che facciamo è più importante che averle fatte.
Non sono pochi a preferire attività autogestite a metà tempo, in cui avere molta autonomia e soddisfazioni nel farle, alla cosiddetta ‘carriera’.
Rinunciare libera doppiamente: degli svantaggi e dei costi di ciò a cui rinunciamo, e ci dà lo spazio di libertà di una vita più semplice”.

da: LA CAPRA CHE CANTA – Per vivere sempre sopra la panca –

L’essenzialità, come scelta consapevole e meditata, quindi, oltre a produrre risparmi economici, mentali, di energie, ci fa guadagnare in libertà, tempo, concentrazione sulle cose che, queste sì, sono veramente importanti ‘per noi’, prima che per gli altri.
Certamente i ‘guadagni’ devono essere ben re-investiti e non sono certo i pacchettini natalizi, con le ‘finte’ vacanze dove si procede per file ordinate costantemente indotti a fare qualcosa di ‘inutile’, perché così fan tutti, oppure acquistando cibarie sovrabbondanti, magari un po’ esotiche perché fa ‘tendenza’, per poi buttarle, in gran parte, perché troppe anche per gli stomaci più dilatati.
Ed alla fine di quest’orgia esistenziale? Tutti che ripiombano nelle loro angosce ed ansie, preoccupati per un futuro che non riescono ad intravvedere.

Mark Twain scriveva: “La modernità si sarebbe curata assai più della serie senza fine dei bisogni di cui nessuno sente il bisogno”

E Jean Baudrillard (filosofo francese), a sua volta, rincarava:
“Osceno è tutto ciò che è inutilmente visibile, senza necessità, senza desiderio, senza effetto”.

Il mio invito è allora: cercate di volervi bene, diventati ‘essenziali’ :-)))

Alfredo

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