“SENSO DEL DOVERE’ … O … ‘SENSO DEL VOLERE’


By Alfredo

In questo strano paese – il nostro – uno dei temi al centro del dibattito nazionale è il lavoro, diritto sancito dall’art. 1 della Costituzione, sapete no…  Repubblica fondata sul lavoro…
Le cronache, viceversa, ci aggiornano, ormai quotidianamente, sui comportamenti di certi lavoratori – sempre di più – che hanno distorto il concetto legato alla parola ‘lavoro’, sostituendola arbitrariamente con la parola ‘posto’.
Cerco un posto, hai un posto ?
Ma de che?

Di lavoro, ovvio, ottenuto il quale, ognuno si sente libero di fare quello che vuole, oltretutto non ricevendo ‘censure’ da nessuno, anzi, molte volte coperture, silenzi, in un ‘do ut des’ sciagurato e ‘protetto’ da un innominabile patto sindacale/politico/consortile che ha distrutto il tessuto produttivo del paese.

Cosa dice la CAPRA CHE CANTA ?

SCEGLIERE DI PASSARE
DAL ‘SENSO DEL DOVERE’
AL ‘SENSO DEL VOLERE’

“Alcuni penseranno: se studio orientandomi sul piacere che provi a farlo, dove finisce il ‘senso del dovere’?
Il senso del dovere si trasforma in senso del volere e del potere, quando ci rendiamo conto del valore fondativo della nostra libertà di scelta.
E’ il salto di qualità della persona autonoma: sentire tutti i giorni il valore del proprio impegni nel vivere le decisioni prese, stando dalla loro parte e confermandoci quell’idea di noi che scegliamo di coltivare nel modo migliore possibile.
In una società tradizionale, basata su dottrine condivise e scelte, ci si poteva riferire al senso del dovere, ma in una società basata sulla libertà dell’individuo e sulla fiducia nella risorsa degli esseri umani questo è un concetto cangiante, e si trasforma nella nostra scelta continua di sentirci parte costruttiva della società civile.

Solo noi stessi possiamo scegliere l’autodisciplina di fare con dedizione quel che facciamo, sapendo che possiamo sempre cambiare le nostre modalità oppure le nostre decisioni, se siamo pronti a pagarne il prezzo.
Se non si trasformasse in senso del volere, continueremmo a fare ogni cosa spinti dall’esterno, come facevamo da piccoli, ancora incapaci di fare i nostri veri interessi, per cui qualcuno ci diceva come comportarci, e usava con noi il termine ‘devi’.

Rimarremmo allora per sempre bambini, dipendenti da altri, eterni adolescenti: ma chi lo sceglierebbe in modo consapevole?
Crescendo diventiamo autonomi, impegnandoci a realizzare ciò che vogliamo essere.
Se solo ci focalizziamo sul concetto, ci accorgiamo del nostro essere interconnessi e possiamo passare, con l’antropologia dell’esperienza, dal vederci vivere in rapporti soggetto-oggetto a un’interpretazione intersoggettiva, sistemica, e in quest’ottica i tre livelli (senso del dovere, del potere e del volere) individuano fattori che indicano un passaggio di responsabilità, dall’esterno all’interno: la volontà è una risorsa intrinseca, che posso vivere solo come soggetto, e nessuno può spingermi a ‘volere’ nulla senza il mio consenso.

Preferiamo vivere in un luogo in cui le persone ‘devono’ vivere i valori civili o in un luogo in cui lo ‘vogliono’ fare?
Nulla ci impedisce di vivere la nostra preferenza.
Se sentiamo dunque che ‘il sistema non ci piace’, vogliamo qualcosa di meglio. Questa è una risorsa enorme, che può arrivare ad attivare l’energia della massa critica: il nostro stesso disgusto ci informa che stamo già immaginando alternative più adatte.
Come ci sentiamo è dunque un indicatore importante, e lo diventa ancora di più se possiamo osservare quali aspettative, nei nostri filtri, attivano le nostre sensazioni.
La scelta personale di fare le cose con entusiasmo consapevole può farci uscire, uno alla volta e una volta per tutte, dal circolo vizioso del cosiddetto ‘familismo’.
Se la società di un paese (il nostro ad esempio ndr) fosse una persona direi che non si comporta in modo socialmente competente e non fa i suoi veri interessi, producendo dosi massicce di sfiducia.
Ma la ‘società’ è un concetto della mente.

A cosa servirà?”.

Pare, sembra, dicono, che una buona parte dei cittadini abbia ben compreso questo, come altri concetti,
Ma non si tratta (ancora?) della maggioranza.
Quindi per il concetto di democrazia del 50+1 % non si cambia, tagliando una buona volta e per sempre quei fili consortili, paramafiosi, familisti, a umma a umma che – oggi – permettono a tanti, troppi di farsi gli affari loro nel ‘posto’ di lavoro, salvo poi indignarsi quando costretti a starsene a casa (a carico della collettività eh), perché le aziende chiudono, falliscono, delocalizzano, si disimpegnano da questo paese strapieno di Pulcinella e quaqquaraquà, producendo cortei – tutti uguali e eterodiretti – portando in piazza la loro ignavia e pigrizia mentale.

E vorrei fosse chiaro che il mio non è un discorso ‘politico’ nel senso che si dà alla parola in questo ameno paese.
Il mio è piuttosto il discorso di un cittadino e di una persona civile (fino a prova contraria) che si sente – insultato -, ormai da tanti anni da un sistema ‘sociale’ che procede in maniera ‘ottusa e ostinata’ esattamente al contrario di come si dovrebbe, per formare cittadini-sociali autonomi e pensanti, preferendo, ed è sotto gli occhi di tutti, bambocci irresponsabili, che giocano a fare i ‘grandi’, mettendosi a piangere quando vengono scoperti con le mani nei vasi di marmellata…

E mi sarei anche rotto le palle di sentirmi raccontare sempre e soltanto le stesse storie..
Ecchecazz !!!!

Ma si sa, io ho un ‘caratteraccio’ eheheheh

By Alfredo

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