Il linguaggio è uno dei più antichi misteri dell’uomo


By Alfredo

Resto, come argomento, ancora nella vasta tematica del linguaggio, del pensiero che lo genera, nei significati a cui esso è, o dovrebbe, essere legato.
Oggi allora vi intratterrò su Noam Chomsky, personaggio citatissimo, ma “sconosciuto” ai più.

UN TE’ BOLLENTE FA PARLARE UN PICCOLO LORD

Da sempre il linguaggio è oggetto di indagine filosofica: qual’è la sua origine, qual’è la sua natura?
Ma nessun secolo ha visto trionfare la linguistica filosofica come il Novecento.
L’americano Noam Chomsky (1929), linguista , filosofo, e socialista anarchico (negli USA eh) ne è stato uno dei principali protagonisti.
Ha sostenuto che alla base del caos apparente del linguaggio esistono delle matrici mentali che ne spiegano il rapido apprendimento, come avviene nei bambini.
Alcuni suoi discepoli hanno attribuito a questa teoria, nota come ‘grammatica generativa’, la stessa importanza che ha il sistema periodico degli elementi per la chimica.

“Il linguaggio è uno dei più antichi misteri dell’uomo, a partire da un fatto incredibile: pur impiegando un numero limitato di vocaboli, possiamo elaborare una quantità pressoché infinita di frasi.
Chomsky considerò questi enigmi il punto di partenza della sua teoria:
*Un parlante maturo può produrre una frase nuova della propria lingua al momento opportuno e gli altri possono capirlo, sebbene per essi sia ugualmente nuova.
Gran parte della nostra esperienza linguistica… ha che fare con frasi nuove.

La normale padronanza di una lingua comporta non soltanto la capacità di capire un numero indefinito di frasi interamente nuove, ma anche la capacità di identificare le frasi devianti e, nell’occasione, di imporre ad esse un’interpretazione” (cfr. Problemi di teoria linguistica).
Questo stupefacente carattere creativo del linguaggio, per cui parlare non significa ripetere le stesse parole o le stesse frasi a memoria, alla maniera di un computer (il famoso copia-incolla verbale ndr), ma proferire frasi nuove, è ciò che ha messo in difficoltà gli avversari di Chomsky.
Costoro pretendevano di spiegare i prodigi del linguaggio giustificandoli in base alla sola esperienza.
Chomsky, invece, voleva andare al di sotto della superficie. E per farlo, decise di compiere una scelta improntata alla tradizione razionalista: si ispirò cioè alla teoria cartesiana delle idee innate, sostenendo un analogo innatismo linguistico.

Postulò quindi che la mente umana sia strutturata in modo da possedere una grammatica universale inconscia che permette a ogni individuo di generare frasi in una qualsiasi lingua.
E’ superfluo precisare che Chomsky non ha in mente uno smemorato o un distratto, ma un ideale individuo che sappia parlare e ascoltare in modo normale. A questa condizione si può affermare che i bambini, prove clamorose del miracolo del linguaggio, non potrebbero manifestare la loro sorprendente capacità di parlare se non esistesse a priori nella loro mente una certa forma di grammatica.

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Ponendo alla base del fenomeno del linguaggio questo fondamento biologico di strutture linguistiche innate, per Chomsky non soltanto è possibile spiegare il mistero della facilità di apprendimento dei bambini, ma si può persino ammettere qualcosa che sembra impossibile, cioè che un bambino sappia parlare prima ancora di aver mai aperto bocca.
Chomsky porta l’esempio di Thomas Macauly, il lord inglese ottocentesco noto come storico e politico.
A differenza di ogni bambino, che impara gradatamente a parlare, il piccolo Lord nella sua infanzia era stato sempre zitto a causa di una timidezza patologica.
Sino a quando un bel giorno (si fa per dire) un’ospite maldestra gli rovesciò addosso un tè bollente.
Di fronte alle ansiose scuse della signora, il piccolo pronunciò le prime parole della sua vita in un elegante inglese: *Grazie signora, l’atroce dolore si è alquanto placato*. L’esempio è brillante, ma siamo di fronte a un bambino normale o a un enfant prodige?
In ogni caso Chomsky ha ragione a rilevare che non si può dare una spiegazione meramente empirica all’apprendimento del linguaggio: *L’idea che una persona abbia un repertorio verbale – una raccolta di frasi che essa produce per abitudine nelle dovute occasioni – è un mito che non corrisponde affatto all’uso della lingua quale praticamente si osserva…
Tali concezioni possono essere valide per gli auguri, per alcune frasi stereotipate e così via, ma danno un’idea del tutto errata dell’uso corrente della lingua* (cfr. La grammatica trasformazionale).
In questo modo Chomsky riprende, oltre che Cartesio, la teoria di Wilhelm von Humboldt, che aveva cercato di fondare le istanze illuministiche con quelle romantiche ponendo alla base del linguaggio un impulso razionale e,
insieme, creativo.
La lingua diceva: *non si può propriamente insegnare, per quanto a prima vista possa apparire il contrario, ma solo suscitare nell’animo; si può quindi soltanto porgere il filo, secondo il quale essa si sviluppa da sé* (cfr. Problemi di teoria linguistica).
Ciò accade perché già all’interno della psiche esiste una forma capace di suscitare istintivamente delle strutture linguistiche.
Chomsky fa suo questo principio di Humboldt, ma lo specifica sostenendo che il linguaggio comprende due distinti livelli. uno inconscio e l’altro esplicito.
Il primo è una struttura profonda, mentre quello del linguaggio parlato è una struttura di superficie.
Il rapporto tra l’inconscio e le strutture consapevoli da esso prodotte, viene detto generativo.
[…]
Eccoci di nuovo di fronte al mistero dell’infinito, esso si è affacciato in maniera enigmatica e angosciante agli esordi del pensiero, dando origine allo sconcertante paradosso di Achille e la tartaruga.


Ci vollero secoli perché quel paradosso si risolvesse con la teoria del calcolo infinitesimale.
Chomsky sembra qui accarezzare l’utopia di scoprire un calcolo infinitesimale che sia in grado di dominare anche le innumerevoli parole e combinazioni di frasi che costituiscono il linguaggio.”

– Pietro Emanuele –

Discutendo con amici, forse anche con voi, asserii che con le parole si può anche “giocare”, con i pensieri no !
E se presterete sempre più attenzione ai linguaggi usati, scoprirete con facilità se sono “generativi” o, più spesso,
“degenerativi” :-)))

By Alfredo

Le parole sono tutte vere e tutte false


By Alfredo

Inizio reimpostando – per l’ennesima volta, la prima qui – un pensiero di John Ralston Saul dal libro I BASTARDI DI VOLTAIRE, che ho sempre considerato come un’architrave del mio pensiero e della mi comunicazione:
“Le parole sono tutte vere e tutte false, senza una memoria lineare nella mente, sono solo parole, dette bene o dette male, dette da gente simpatica
o da gente antipatica. Senza una memoria ordinata la civiltà è impossibile.
Si perde il peso delle parole, se ne perde il valore, si perdono persino i sentimenti che a esse sono legati”.

Quindi, oggi, vi voglio trascrivere una “critica” del linguaggio, espressa d un filosofo francese, traendo lo spunto dalla stessa fonte dei giorni precedenti.
Prego, leggete :

RIFLESSIONI FILOSOFICHE SUI DETERSIVI

Gli scritti di Roland Barthes, dove lo spirito giornalistico rivela uno sfondo filosofico, offrono spesso un florilegio di stereotipi dei media. Così la pubblicità dei detersivi e il cerimoniale del vagone-ristorante diventano lo spunto per una critica filosofica semiseria.

“I filosofi tradizionali erano ossessionati da due categorie, il sostanziale e l’accidentale. Più modestamente Barthes, in MITI D’OGGI (1957), pone invece la sua attenzione sul profondo e lo schiumoso. Non eredita queste due categorie né da Aristotele né da Kant, ma dalla pubblicità martellante di un detersivo. Da bravo filosofo Barthes comincia a riflettere: non aveva mai pensato che la biancheria fosse profonda, e neppure che la proliferazione abbondante della schiuma significasse salute e potenza. Che assurdità, si potrebbe dire. Ma no, la schiuma suggerisce un’immagine aerea della materia, che appare talmente leggera da sembrare quasi spirituale.

Per Barthes si tratta di una manipolazione della realtà tutt’altro che innocua, ma a prima vista positiva.
Essa *ha saputo mascherare la funzione abrasiva del detergente sotto l’immagine deliziosa di una sostanza profonda e aerea insieme*.
L’immagine però non manipola soltanto l’oggetto, cioè il detersivo OMO, ma si estende anche a chi lo adopera.
Vi ostinate a usare la vecchia acqua di varechina?
Otterrete una modificazione violenta, abrasiva della materia, che ‘uccide’ lo sporco.
Beato invece chi adopera la polvere perché *libera l’oggetto dalla sua impefezione contingente: ‘espelle’ lo sporco, non lo uccide più*.
Parodiando il trasferimento dell’umano nell’inorganico, i piazzisti di OMO

fanno dello sporco un minuscolo nemico gracile che scappa subito a gambe levate dalla bella biancheria.
La funzione di questo detersivo non è quella di un fuoco distruttivo delle sporco, ma piuttosto di un agente che seleziona lo sporco dal pulito.
*E’ una funzione di polizia, non di guerra*.
Questa manipolazione interpretativa è senz’altro abile: essa coinvolge il consumatore in una sorta di solidarietà con la sostanza da pulire.
In una lotta tra il Bene del pulito e il Male dello sporco egli è ‘reso’ *complice di una liberazione e non più soltanto beneficiario di un risultato*.
E’ un ragionamento obiettivo?
A Barhes non piace la realtà quotidiana così com’è e vorrebbe cambiarla.
Sa bene però che quella che i ‘marxisti’ chiamano mentalità ‘borghese’ vuole invece conservare la realtà raffigurandola migliore di quanto non sia.
A questo scopo il mito è uno strumento prezioso, perché può manipolare la realtà idealizzandola.
E il filosofo ?
Sarebbe suo compito smascherare la manipolazione, e certamente Barthes se lo propone.
Tuttavia non si nasconde che la realtà quotidiana si presta già di per sé ad essere manipolata.
Come pensavano gli esponenti del surrealismo quando, a chi li accusava di travisare la realtà, rispondevano che non erano i loro quadri a essere surreali, ma la realtà stessa.
Questa radiografia di Barthes emerge in maniera particolare in un altro brillante capitolo, dedicato al vagone-ristorante.

Era l’epoca in cui sui treni il vagone-ristorante non era ancora alla portata di tutti, ma era considerato un lusso e come tale veniva fatto pagare.
Di qui la necessità di trasformare la consumazione in un rituale esoterico.
*Il primo scopo è quello di depurare il pasto da ogni finalità propriamente nutritiva, di mascherare, sotto un cerimoniale del dettaglio, la sua stessa contingenza, che è quella semplicissima di nutrirsi su un treno* (cfr. Miti d’oggi)
Ai tempi di Barthes andava affermandosi la semiotica, che costituiva il pezzo forte dei cosiddetti strutturalisti, cioè dei teorici delle strutture del comportamento.
Essa consiste nell’interpretare come segni le realtà che ci circondano, sia i segnali propriamente detti, come un cartello stradale, sia i molteplici segni indiretti come un gesto o un tono di voce.
Ed ecco all’opera la semiotica del pranzo sul treno. La sua unità di base viene chiamata da Barthes col vocabolo immaginifico di ‘ondata’:
*Ci sono tredici ondate: gli aperitivi, l’ordinazione delle bevande, lo sturamento delle bottiglie, le cinque portate, il secondo pane (questo raffermo, plebeo, contrasta penosamente con il panino inaugurale), il caffè, i liquori, il conto e l’incasso* (Ibid.).
Si direbbe un brano di virtuosismo comico, tratto da un racconto satirico.
E la comicità indubbiamente non manca. Tuttavia la conclusione di Barthes assume un significato esistenziale.
Il cerimoniale con cui la compagnia di viaggio manipola, impreziosendolo, il semplice atto della nutrizione ha una finalità psicologica: distogliere il viaggiatore dal disagio di sentirsi trasportare.
[…]
In definitiva Barthes sostiene che *il fine stesso dei miti è immobilizzare il mondo*.

Cioè la borghesia manipola la realtà quotidiana facendola credere migliore di quel che è, in modo da salvaguardare lo status quo. Ma qual’è l’antidoto a questo inganno? Barthes è convinto di aprire gli occhi ai suoi lettori con la sua analisi e la sua denunzia.
Un decennio pima T.W. Adorno, filosofo altrettanto ironico, ma più tagliente,
aveva anticipato questa stessa denuncia collegandola più strettamente con la mentlità marxista.
Anche per lui il mito è uno strumento di regresso.
Come descrive nella DIALETTICA DELL’ILLUMINISMO, l’illuminismo partì
con l’intento modernistico di distruggere i miti, ma ricadde in un mito più spaventoso di quelli passati, il mito del progresso a tutti i costi”.

Eccoli i bastardi di Voltaire… :-)))

Dunque, tutto chiaro? Open eyes, mi raccomando ! :-)))

By Alfredo


Perle dal Web


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(sempre grazie ad Alfredo che me l’ha evidenziata ma soprattutto a chi ne è l’autore … )

dopo la tristezza torniamo a sorridere … in romanesco 😉

PIÙ DI ALLAH, POTÈ IL GRA …

Il capo dei terroristi iracheni grida “Conquisterete Roma”? Ecco cosa succederebbe:

ISIS ABU BAKR ISIS ABU BAKR

L’armata dell’ISIS scelse male l’ora per conquistare Roma.
Alle 8,30 rimase imbottigliata sul Raccordo, altezza Settebagni.
Non sapevano, i truci guerriglieri di Allah, che a quell’ora ‘a ggente vanno a lavorà.
Tra fuori di testa che smadonnavano, stereo a dumìla, moto e motorini che sciamavano de qua e de là (uno col Kawasaki enduro gli passò sul tetto dell’autoblindo) e ambulanze bloccate sulla corsia d’emergenza dal Suv di qualche fìo de ‘na mignotta che ci aveva provato e mo’ stava a litigà coi portantini, i barbuti giustizieri dell’Islam non sapevano che pesci prendere e come imporre il Corano auto per auto, dato che tra una e l’altra non ci passava manco una sogliola in verticale.

Qualcuno di loro sparò in aria, un po’ per intimidire, un po’ per farsi strada.
Gli rispose una salva di revolverate da un pullman di tifosi della Curva Sud che videro in loro dei compagni di strada e di lotta e sventolarono lo striscione “C’è un solo capitano”, immediatamente perforato dalle revolverate partite da due o tre macchine di laziali.

In verità i guerriglieri di Allah non sapevano nemmeno perché l’esercito italiano li avesse lasciati arrivare fin là senza opporre resistenza, anzi, facendogli strada. Dopo sei ore di coda sotto il sole, i mezzi dell’armata islamica, guidati da barbuti un po’ in deliquio e coi crampi agli avambracci, saltarono l’uscita e siccome quella dopo era chiusa perché stavano a potà ‘e siepi, si fecero altre tre ore di coda fino al cavalcavia e altre sei in senso inverso, gli ultimi due chilometri sulla corsia d’emergenza tra i vaffanculo di quelli in coda che non li facevano rientrare così ve imparate, li mortacci vostri, finché imboccarono l’uscita giusta e si avviarono alla conquista del simbolo della Cristianità.

Sei blindati sparirono subito in una voragine sull’asfalto della Prenestina (“Mortacci de Marino, ieri c’è sparito un purmino de suore e lui sta a cambià l’acqua ai pesci” commentò er sor Quinto da dentro all’edicola). Altri otto automezzi lasciarono i cingoli sulle doline carsiche che sulla Casilina sfasciavano le sospensioni a residenti e non, per gli scossoni un barbuto che guidava senza cintura ci rimise gli incisivi (“A’ Fidelcastro, fa’ causa ar Comune, po’ esse che ariva quarche sordo ai tu’ nipoti!” gli gridarono da un bar).

Un po’ scossi, i conquistatori venuti dal Levante decisero di fermare la colonna e fare il punto, onde elaborare una strategia di attacco.

Fermare una colonna.
A Roma.
Dove non c’è parcheggio nemmeno per un monopattino.
Sciami di ausiliari del traffico con banda gialla sbucarono anche dai tombini, assetati di sangue e di multe.

La velocità felina con cui infilavano contestazioni sotto i tergicristallo delle autoblindo, sulle motocorazzate e perfino su tre carri armati con invito a presentarsi entro cinque giorni negli uffici della Municipale pena sequestro del mezzo, mandò fuori di testa i miliziani di Allah (“Poracci, nun ce so’ abbituati” diceva la gente intorno), che decisero di ammazzare tutti gli ausiliari, rinunciando subito dopo perché erano troppi, e pure se i passanti si offrivano de da’ ‘na mano, non potevano sprecare tutte quelle munizioni.

Lasciato un altro considerevole numero di mezzi e persone in una voragine a Portonaccio, usata dai romani per fare free-climbing, l’Armata dell’ISIS arrivò finalmente al Lungotevere.

Cioè, quasi, perché ce stava ‘a manifestazzione. Anzi, ‘e manifestazzioni.
I Sindacati, i Gay e i Diritti degli Invisibili, che non si capiva se si parlava di Terzo Mondo o di Fantascienza, ma il risultato era lo stesso, per arrivare in centro dovevi passare per Ostia Lido.

Una folta barriera di transenne, pure sull’acqua del fiume, non sia mai qualche cittadino provasse a fregare i vigili col motoscafo, ribloccò la colonna islamica i cui componenti dovettero incazzarsi per fermare i rumeni che volevano lavargli i parabrezza e lucidargli gli obici, furono borseggiati dai Rom, ognuno con accanto l’assistente sociale per il reinserimento, si dovettero fare le foto insieme ai centurioni con l’orologio altrimenti gli tagliavano le gomme e furono costretti a regalare rose rosse al compagno di equipaggio sennò quel cazzo di indiano non se n’annava più.

Le gomme poi gliele fregarono mentre discutevano con quelli di Equitalia che intimavano il pagamento delle sanzioni per superamento di varco attivo da parte di tutta la colonna, ‘na botta.
“È l’Inferno come lo descrive il Profeta! Anzi, peggio!” disse Al-Baghdadi ordinando la ritirata.
Ma scelsero male l’ora per uscire da Roma.
Non sapevano, i guerriglieri di Allah, che a quell’ora, sul Raccordo ce sta er rientro.
Dopo undici ore senza fare un metro, assetati, affamati, qualcuno in fin di vita, capirono perché l’esercito italiano li aveva lasciati arrivare fin là.

STEFANO DISEGNI

una rassegna di “belle” immagini dal mondo … d’oggi


e scusate se dopo una risata torno serio … la vita è fatta così

c’è un momento per ogni cosa …

Immagini prese tra migliaia e che non necessitano di commento …





facciamo la spesa va…


mi sembra di aver dimenticato qualcosa … ah se portavo il biglietto …




la “pensione” a 67 anni ???





uno dei due ha fatto voto di povertà …












e tu cosa fai ???


Claudio

Perle dal Web


Anim Graphicarts su FB

Ah Basaglia che hai fatto!!
Le intenzioni della chiusura dei manicomi erano forse buone.
Ma questi sono i risultati!

§§§

non so se trattasi di verità o bufala ma se fosse giusta la prima ipotesi …
saremmo proprio messi bene
(dopotutto ha una laurea e la tesi era su Ciriaco De Mita, avessi detto “cotica” …)

(nota di Claudio)

La Sostanza


By Alfredo

John Locke, il padre dell’empirismo e dell’illuminismo. Ok, spendo il TALLERO di oggi, introducendo proprio lui.

IL FILOSOFO INDIANO E L’ENIGMA DELLA SOSTANZA

“Che cos’è una mela ?
E’ il frutto del melo.
Non ti ho chiesto da che cosa sia prodotta, ma che cos’è.
E’ un cibo commestibile.
Non ti ho chiesto a cosa serva, ma che cos’è.
Ovviamente il dialogo può proseguire all’infinito.
Uno studente di filosofia, messo in difficoltà all’esame da questa reiterata domanda, perse la pazienza ed esclamò:
*E’ un corpo contundente !*

Forse John Locke si sarebbe complimentato con lui.
Lo sprovveduto studente esprimeva infatti lo stesso dilemma che aveva tormentato il filosofo inglese mentre scriveva il suo capolavoro, *Il saggio sull’intelletto umano* (1689): *Se qualcuno volesse domandarsi cosa intende per sostanza, troverà che non ne possiede altra idea se non quella di supporre un qualche sconosciuto sostegno di quelle qualità… che vengono comunemente chiamate accidenti* (II, 23).
Che cosa intendiamo quando diciamo di vedere il Sole? Intendiamo una cosa sferica, tuttavia questo concetto non si identifica ed esaurisce in quello di Sole, perché anche la Luna è sferica.
Intendiamo una cosa calda, tuttavia neppure questo secondo concetto si identifica ed esaurisce in quello di Sole, perché anche il fuoco di una torcia è caldo.
Intendiamo una cosa luminosa, ma vale lo stesso discorso, perché anche un lucciola è luminosa.
Tuttavia non possiamo parlare del Sole prescidendo dal fatto che sia sferico. che sia caldo, che sia luminoso.
Che cos’è, dunque, che tiene insieme queste tre qualità pur non identificandosi con nessuna di esse?
Questo è l’enigna della sostanza, che sta al centro della realtà che ci circonda. tant’è vero che già Aristotele cominciava la sua ‘Fisica’ ricordando che: *tutte le cose si dicono in riferimento alla sostanza*-

Ma non occorre Aristotele per parlare di sostanza, anche l’uomo comune è convinto che esista un sostegno su cui si appoggiano tutte le qualità che vediamo.
Per questo sin dall’antichità quel sostegno è stato detto ‘quel che sta sotto’ (substantuia, in greco hypokèimenon). Ma che cosa mai sta sotto la sostanza?
Questa domanda fornisce a Locke l’occasione di ricordare il mito di: *quell’indiano il quale, dopo che ebbe detto che il mondo è sostenuto da un grande elefante, si sentì chiedere su cosa poggiasse l’elefante, al che rispose: su una grande tartaruga; ma poichè si insisteva per sapere che cosa sostennesse questa tartaruga dalla schiena così ampia, rispose: qualche cosa che non sapeva che fosse* (Saggio sull’intelletto umano, II, 23).

Riassumiamo: le sostanza è quel sostegno che tiene insieme le qualità; e a loro volta le qualità sono quelle cose che vengono tutte insieme dalla sostanza. E’ un circolo vizioso…
[…]
Locke, da pensatore coi piedi per terra, era ben lontno dal sostenere un paradosso del genere.
Nel mondo la sostanza delle cose esiste.
Solo che non sappiamo che cosa mai essa sia.
Il giallo della sostanza continuò ad appassionare i pensatori anche dopo Locke, ma fu soprattutto nel Novecento che esso raggiunse grande popolarità.
Si creò allora, a opera della corrente denominata ‘neopositivismo’, addirittura un vocabolo spregiativo per condannare la ricerca a tutti i costi dell’inafferabile sostanza delle cose, il ‘sostanzialismo’.
Da esso proviene la domanda più pericolosa che possa porsi una mente filosofica, la domanda del ‘che cos’è’. Nell’antichità era stata gloriosa e aveva fatto la fortuna di Socrate, ma in epoca moderna è diventata particolarmente insidiosa.
[…]
Concludiamo, con Locke, che non occorre cancellare la parola ‘sostanza’ dal vocabolario, purché si tenga presente che è un quid sconosciuto.
*Se quel povero filosofo indiano avesse pensato a questa parola ‘sostanza’, non avrebbe dovuto darsi la pena di trovare un elefante che sostenesse la terra e una tartaruga che sostenesse il suo elefante:

la parola sostanza avrebbe servito perfettamente al suo caso* (Ibid, II, 13)”.

Semper da: I CENTO TALLERI DI KANT – Pietro Emanuele –

La battuta viene da sé… Quindi, in sostanza ??? eheheh

By Alfredo

La spada di Damocle


La spada di Damocle

L’uomo ancor prima di nascere è attaccato ad un “filo” abbastanza grosso, un “cordone” che gli consente la crescita e la vita; all’atto della nascita questo cordone viene reciso e l’uomo pensa di essere da quel momento libero ma si sbaglia di grosso.
Molti altri fili lo terranno per sempre soggiogato e condizioneranno la sua vita, “fili” non altrettanto materialmente visibili ma potenzialmente più coercitivi e che esistono eccome.
Fili che si chiamano condizionamenti culturali, religiosi, sociali, politici, etnici, razziali derivanti dal luogo della nascita, dal censo della famiglia, dall’ambiente in cui si cresce, dagli insegnamenti che si ricevono: tutte cose che indirizzeranno in tutti i sensi la sua vita.
In un certo senso l’uomo è ancora legato, sempre lo sarà e non potrà mai essere realemte “libero”.
Potrà solo stabilire quanto stretto potrà essere il legaccio: se si uniformerà alla massa, al gregge, sarà legato strettissimo, impossibilitato a muoversi e a respirare; se cercherà l’informazione libera ed una crescita culturale e si distinguerà vieppiù dalla massa sarà sempre legato ma in modo molto più blando, avrà libertà di muoversi un po’.

Perché questi fili non si vedono ma vi garantisco che esistono (almeno a mio parere) e stringono parecchio; solo l’anarchia pura potrebbe garantire la vera totale libertà dell’uomo ma è l’uomo stesso che non crea le condizioni per cui tutto ciò avvenga e quindi rimane una cosa assolutamente irrealizzabile: una splendida, bellissima, affascinante Utopia!
Ora mi chiederete tutto ciò cosa centra con la “spada di Damocle”, fra poco ve lo spiego.
Dicevamo che un filo ci ha dato la vita e molti altri (invisibili) ci impediscono la libertà di movimento, ma non crediate che sia tutto qui: non abbiamo ancora parlato del filo più importante, quello a cui è attaccata una particolare “spada” di Damocle.
D” come Damocle ma anche “D” come Destino.
La nostra spada in cui Damocle si chiama Destino ed è attaccata ad un “filo sottilissimo” …
vi chiarisco con un semplice esempio:

un uomo guida tranquillo il suo mezzo, ha i suoi pensieri in mente, ha una vita, una famiglia, un lavoro, i suoi piccoli problemi, tutto nella norma; stamane si è alzato come al solito, si è lavato e sbarbato, si è vestito, ha fatto colazione … come al solito,
è uscito di casa come al solito e mai più avrebbe immaginato che oggi non c’era nulla come al solito,
oggi aveva un appuntamento … un appuntamento al buio … un appuntamento con il suo destino !
Certo il caso, la fatalità, l’imponderabile (ognuno lo chiami come vuole) ha calato i 4 assi in tavola: per evitare il tutto sarebbe bastato poco, solo una questione di centimetri e/o di secondi … poco,
pochi insignificanti centimetri di spostamento
pochi insignificanti secondi di ritardo oppure di anticipo
e la tua vita cambia
oppure finisce …

e chissà a cosa stava pensando quest’uomo durante quei pochi secondi … riuscite ad immaginarlo, riuscite ad immedesimarvi ?

Ecco cosa è presente durante tutto il corso della nostra esistenza, che ci segue dal primo all’ultimo istante: un filo
inizialmente molto grosso ma poi talmente sottile che si può spezzare in un attimo …

La morale di tutto ciò?
Proprio per l’aleatorietà di questo nostro “passaggio” sul palcoscenico della vita dovremmo dare priorità alle cose veramente importanti e tralasciare quelle superflue, vacue, insignificanti, inutili; salvaguardare e godere di più delle bellezze della Natura,

dei piaceri dell’Amore, dei piaceri dell’Amicizia, dei piaceri della Cultura, dei piaceri della Socializzazione, dei piaceri della Pace e della Cooperazione … insomma dei piaceri della vita, dei piaceri dell’Anima … perché è molto più importante ESSERE che AVERE !

Invece …

Claudio