diritto d’assemblea ?


trovato su FB … ne è autore Tor Quemada

Ciò che trovo particolarmente istruttivo del cosiddetto dibattito sull’assemblea dei dipendenti del Colosseo non è tanto la stupefacente malafede dei politici quanto la pochezza intellettuale delle fiere da social network.
In generale, Renzi non perde alcuna occasione per dimostrarsi ciò che è, ossia un reazionario come nella storia repubblicana non si erano visti. Ma il cosiddetto ministro dei Beni Culturali o il cosiddetto ministro dell’Interno, che straparlano di equiparazione dei siti museali ai servizi essenziali dicono una corbelleria titanica. Ciò che viene definito servizio pubblico essenziale prevede fin dalla legge 146 del 1990 delle limitazioni nelle modalità di proclamazione degli scioperi.

Ma quello di ieri non ero uno sciopero: era un’assemblea sindacale che, vivaddio, sui luoghi di lavoro è concessa fin dalla prima versione della legge 300/1970 e in particolare dall’art. 20 – non so se avete presente lo Statuto dei Lavoratori, quello che all’epoca fu definita una grande conquista di civiltà e adesso è il babau che ostacola l’impetuoso sviluppo del Paese. E perché un’assemblea?

Perché gli straordinari e le indennità previste dai contratti integrativi per le prestazioni festive o serali non vengono pagate da molti mesi.
Riepiloghiamo, dunque: tutti si riempiono la bocca con lo slogan per il quale il patrimonio artistico è il valore primario del sistema Paese bla bla; tutti si indignano con lacrimevoli articolesse sull’autolesionismo sindacale; ma nessuno dice un fiato sul fatto che, sin dai tempi dell’abolizione della schiavitù, il lavoro va pagato. Grazie arcangelo se no che pretendiamo al tempo stesso l’apertura serale e festiva dei siti museali ma senza che chi vi viene coinvolto debba vedere il becco di un quattrino.

Questa si chiama responsabilità politica, e non è certo dei sindacati, ma del ministro dell’Istruzione e del ministro dell’Economia. I quali dovrebbero lavorare per risolvere il problema e non giocare su Twitter. E, se non riescono a risolvere il problema, dovrebbero dimettersi, punto.

Questo accadrebbe in un Paese civile: il ministro non è in grado di reperire le risorse previste per fare funzionare l’apparato di cui ha la responsabilità; il ministro non solo non riesce a farlo funzionare ma, in palese malafede attacca i lavoratori; quindi il ministro viene revocato.

O almeno gli si revocasse l’account Twitter.

Ma ciò che è l’ovvio diventa lunare tra i commentatori da social o da blog di casa nostra, gente evidentemente così poco impegnata a lavorare da potersi permettere di trascorrere intere giornate a dare del pelandrone al prossimo e ad avere una propria opinione su tutto lo scibile umano, dalla tecnologia aeronautica alla bontà della ristorazione, dagli schemi di Rudi Garcia alle fibrillazioni politiche di Borgo Minchione, dall’avvenenza perduta di Johnny Depp (Depp con due “p” (BIP) non “deep”!) al corretto approccio psicopedagogico in caso di crescita in ambienti familiari non ortodossi.
Questi commentatori sono, ad esempio, tra quelli che frequentano il blog e il profilo di Alessandro Gilioli, il quale pochi giorni fa scrive un pezzo, sensato ma giocoforza appartenente al novero delle riflessioni un po’ rassegnate, dal titolo “E basta, cazzo, non siamo solo consumatori”. Apriti cielo! Si scatena di tutto, da quelli offesi dalla scurrilità del titolo a quelli che reclamano “libertà” di apertura h 24, 7/7; da quelli che si irritano dalla vetustà del punto di vista a quelli che tirano in ballo le festività di tutte le religioni planetarie ivi compresa quella del Rev. Minkionson dell’Alabama.

E questi fanno il paio con chi ha commentato, e ce ne sono una caterva, il caso della commessa piemontese che ha ricorso fino in Cassazione contro il lavoro nei giorni festivi, asserendo che quest’obbligo senza il suo consenso ne ledeva i diritti.

Ebbene, tutti a fare paragoni assolutamente imbecilli tra la sciura che si scoccia a lavorare durante la Befana (con battuta inclusa, chiaramente) mentre medici, poliziotti, ferrovieri lavorano abitualmente anche a Natale, eh. Beh, esistono delle cose che si chiamano servizi pubblici essenziali: pubblici perché forniti dallo Stato e rivolti all’universalità dei cittadini; essenziali perché, per la loro natura, tra tutti i servizi forniti dallo Stato ai suoi cittadini ve ne sono alcuni, come la salute, la sicurezza, i trasporti, che non possono subire mai alcuna interruzione.

Un chirurgo è essenziale a Santo Stefano; comprare un set di orripilanti asciugamani da Zara, sarò strano io, ma non è un servizio pubblico e tanto meno essenziale; la presenza di un’auto dei CC a Pasqua è essenziale; l’acquisto di un Sasmung Galaxy 31 a occhio direi di no.

Ebbene, il punto è quello di Gilioli, che condivido in toto, e che ognuno potrà verificare leggendo da sé: siamo finiti prigionieri di un modello sociale ed economico il cui unico fine è l’acquisto, e dunque la vendita di merci.

Si possono anche interrompere le procedure democratiche, ma non si può né si deve in alcun modo interrompere il flusso continuo di beni e servizi.

Si straparla di produttività – a proposito, fantastico che il concetto di produttività declinato dalle nostre parti sia inteso come sinonimo di “lavorare sempre di più”.

Sbaglierò, ma produttività significherebbe dell’altro – sganciandola totalmente dalla remunerazione del tempo di vita sacrificato al lavoro. E già questo mi sta personalmente sulle palle in maniera efferata, perché presuppone un ritorno trionfante all’era del cottimo, come nelle filande d’antan.

Ma il fatto è che si è consacrata la centralità del lavoro, sempre e comunque. Ne consegue che ogni altra eccezione, a partire dai diritti, dal bilanciamento delle esigenze, viene vista come eversiva e, peggio, fannullona.

Ora, che siano i cosiddetti intellettuali a giocare a fare i froci cor culo dell’artri lo posso pure capire. E’ evidente che se un Francesco Merlo, il Floradora del giornalismo nazionale, dalla suggestione dei boulevards parigini – che richiedono un certo reddito, mi permetto di ricordare – si possa dilettare a coglionare chi si fa il mazzo a milletrecentottanta euro al mese e che accetta di farselo, son malgré, sperando che coi festivi possa svortare n’antro par de piotte; ma, se poi se lo fa, e le due piotte non le vede, o le vede dopo un anno e quando e se capita, per cui il sacrificio non può nemmeno essere utilizzato per pianificare delle spese, e lo prendi pure per il culo, non sei solo Floradora. Citando Molière, sei proprio una gran faccia di cazzo. Ma, ripeto, questi sono gli intellettuali che ci meritiamo.

Ma che questo medesimo paradigma sia fatto proprio da chi lavora e fatica come milioni di propri simili è veramente oltraggioso e indisponente. Qui oramai trascendiamo i buoni vecchi schematismi dei servi che si ergono a cani da guardia dei padroni; qui siamo proprio allo schiavismo plaudito dagli schiavi e invocato dai liberti, come se Kunta Kinte corresse sulla spiaggia verso il galeone degli schiavisti urlando “ehi, non lasciatemi qui, che voglio venire anch’io in crociera. E’ la Virginia che ce lo chiede“. E denota che la più efficace campagna di influenza della storia, quella che vede gli assegnatari di sempre minori e sparuti diritti sputare su di essi e invocarne l’ulteriore riduzione, ha avuto un successo massiccio.

Ah, e dunque denota la vostra desolante pochezza culturale. Voi che vi dite “di sinistra” a suo tempo, ne deduco, non sareste stati nemmeno in grado di accendere un fuoco coi legnetti e forse nemmeno a capire che con un po’ di lavoro li avreste potuti trasformare in stuzzicadenti. Però vi sentite tanto moderni e progressisti e soprattutto molto, molto intelligenti.

Renzi è il renzismo ve lo meritate tutto, altro che cazzi.

AIUTIAMOLI A CASA LORO!!!


Consigliamo vivamente la lettura di questo articolo di Silvestro Montanaro, uno degli ultimi grandi giornalisti d’inchiesta italiani e, in quanto valido professionista, licenziato dalla RAI!

Con tutto il nostro sostegno a Silvestro Montanaro

(tratto da Cose che nessuno ti dirà di nocensura.com)

IMMIGRATI: BASTA AIUTI!

“Aiutiamoli a casa loro”. Bisognerà instituire un premio per chi ancora oggi, a proposito di profughi ed immigrati, ripete questo ritornello. Un premio al cinismo, e’ ovvio. Quello piu’ bieco, fintamente ignorante e, nel caso di alcune istanze politiche in Italia ed altrove, criminale ed assassino.
Li abbiamo “ aiutati “ fin troppo. Ed i risultati di tanta generosità sono sotto gli occhi di tutti. Sono il nodo politico piu’ grande e drammatico dei nostri tempi. La prova della grande ingiustizia che regola le nostre vite.
In precedenti interventi ho piu’ volte ribadito, a proposito dei profughi di guerra, che se da un lato e’ un obbligo accoglierli pena la messa in discussione degli ultimi valori che ci permettono di definirci occidentali, dall’altro il solo accoglierli rischia addirittura la complicita’ con le cause ed i responsabili della loro fuga. Nessuno vuole essere profugo di guerra e, perche’ nessuno lo sia più, bisogna metter mano alla soluzione dei conflitti e alla punizione di chi li ha promossi. Siano essi nascosti in qualche bunker mediorientale o a godersi la vita in un ranch del Texas.
Voglio soffermarmi oggi sui cosiddetti “profughi economici”, in parole povere, visto che di loro per la gran parte si tratta, sugli immigrati dall’Africa.
In futuro si calcola che la loro pressione ai nostri confini possa raggiungere le decine di milioni di unita’, di esseri umani. A costoro, ingenuamente in alcuni casi, ipocritamente quasi sempre, e’ vietato l’accesso ai nostri paesi se non in piccole quote annuali. Il Mediterraneo e’ cosi’ divenuto una tomba collettiva, si preannunciano operazioni militari contro chi li trasporta, si tenta e ritenta un argine con accordi con i paesi da cui partono i gommoni perche’ li trattengano e li respingano. Come questi lo facciano, come lo ha fatto la Libia di Gheddafi, a quali soprusi ed angherie siano stati costretti i migranti, poco importa. Occhio che non vede, cuore che non duole…
Poi…aiutiamoli a casa loro. Si proclamano programmi di aiuti ai paesi di maggiore emigrazione sapendo bene che serviranno a poco o a niente e peggio ancora,poi, che ben pochi sono disposti a finanziarli. E’ un dato di fatto che le percentuali di PIL che dovrebbero essere destinate ad aiuti allo sviluppo da parte dei paesi piu’ ricchi del mondo, vengano versate solo in parte, spesso in minima parte. Si preferiscono accordi bilaterali, paese forte/paese debole, che permettono di contrattare cio’ che piu’ interessa, cioe’ che l’Africa continui ad essere, in eterno, solo produttrice di materie prime a basso costo.
Guardiamoli questi aiuti.
Ai barbari africani, agli animali privi d’anima ma con spoglie umane come li definivamo allora, abbiamo riservato secoli di schiavitù. Abbiamo “aiutato” decine di milioni degli uomini e delle donne piu’ giovani e piu’ forti, i migliori, a “sfuggire alle loro tribali fornicazioni.” Gli abbiamo imposto vestiti, li abbiamo benedetti e costretti a soddisfare ogni tipo di nostro desiderio ed interesse. Fino alla morte.
In un impeto di civilta’, poi, li abbiamo colonizzati, dividendoci le loro terre ed inventando confini innaturali. Lo scopo dichiarato era redimerli dalla loro pochezza, dalla loro inciviltà, portando loro in dono il nostro modo di vivere. Una stagione di nuovi orrori e l’inizio del furto sistematico di tutte le ricchezze di quel continente. E’ difficile dimenticare, ed e’ solo un piccolissimo esempio tra mille e mille, le cataste di mani tagliate, per ordine del cattolicissimo re del Belgio, a quei lavoratori di basso rendimento messi all’opera nelle piantagioni della gomma. Anche quello era aiuto? Insegnavamo etica del lavoro?
Gli africani si sono battuti per la loro indipendenza. Quando l’abbiamo concessa, avevamo gia’ fatto strage dei migliori di loro. Quelle indipendenze erano bagnate del sangue di decine di migliaia di innocenti e dei loro migliori leaders sindacali e politici. Non contenti abbiamo condizionato le loro prime elezioni e laddove i risultati non ci sono piaciuti, nel “loro interesse”, per “aiutarli”, abbiamo finanziato guerre civili e colpi di stato. Qualcuno ricorda la triste fine di Lumumba in quello che allora era lo Zaire? Trucidato. Uno degli africani migliori fatto a pezzi perche’ gli africani andavano aiutati a comprendere la real politik della Guerra Fredda. Abbiamo scatenato eserciti e guerre civili in Angola e Mozambico e ovunque al potere fosse finito uno “sprovveduto” con simpatie per i paesi dell’Est o quelli non allineati. In Burkina Faso abbiamo eliminato un presidente scandaloso. Sankara rifiutava la logica degli aiuti e con la sua gente riusciva a sfamare il suo paese tra i piu’ poveri al mondo. Un terrorista.
Abbiamo costretto in galera tutta la vita gente come Mandela. Un altro terrorista solo perche’ rifiutava di essere, come tutto il suo popolo, ospite sgradito e negletto a casa propria. Al potere abbiamo invece voluto e sorretto i peggiori dittatori. I piu’ sanguinari. Li abbiamo anzi ricevuti in pompa magna e gli abbiamo aperto i forzieri delle nostre banche e della nostra finanza. Abbiamo fatto di criminali o di agenti dei nostri servizi segreti i capi dei paesi per noi piu’ importanti. Charles Taylor, ex presidente della Liberia, morira’ in galera. Da solo. Non gli fanno infatti compagnia, come dovrebbero, i suoi finanziatori e sponsor d’alto bordo. E quando lo hanno scaricato? Esattamente quando ha chiesto una fetta in piu’ della torta che volevamo solo per noi. In questo caso, il petrolio liberiano. I nostri governanti, poi, hanno arricchito le proprie casse personali e finanziato le loro campagne elettorali grazie ai sostanziosi “ringraziamenti” dei loro scagnozzi.
E le costituzioni delle indipendenze? Parliamone. E’ libero un paese che deve scrivere nella sua costituzione che le materie prime di cui e’ produttore possono essere vendute solo alla ex potenza coloniale? Parliamoci chiaro. Il nostro aiuto e’ un aiuto a noi stessi. L’Africa non puo’ cambiare. L’Africa deve restare il continente che produce materie prime ai prezzi che noi vogliamo e decidiamo. Punto. Esagerato? Bene. Ditemi di raffinerie africane, raccontatemi e spiegatemi perche’ la Costa d’Avorio, primo produttore mondiale di cacao, non possa trasformarlo in cioccolata. Ditemi, insomma, cosa puo’ davvero produrre l’Africa, dove e’ possibile valore aggiunto da trasformazione, cioe’ l’unico motore di ogni possibile sviluppo. Spiegatemi, poi, perchè nella Repubblica Democratica del Congo siano morti negli ultimi anni piu’ di dieci milioni di persone senza che nessuno muovesse un dito. E’ una mia esagerazione affermare che abbiamo piuttosto preferito finanziare mini eserciti, di ogni tipo e crudelta’, che hanno saccheggiato per noi le risorse di quello che e’ lo scandalo geologico del pianeta in quanto a materie prime rare? Ed allora diciamo la verita’. Altro che profughi economici. In Africa la guerra e’ continua e secolare. La dittatura, quella dei nostri interessi, e’ la piu’ feroce di tutte. L’Africa e gli africani vivono sotto la nostra occupazione. L’apartheid riguarda un intero continente ed il suo futuro per intero. E gli africani fuggono da questo orrore e dalla miseria perpetua loro imposta…
Oggi i potenti della terra sono pronti ad accogliere tutti i profughi siriani. Meglio ancora, le grandi industrie delle economie forti europee sono pronte ad assumerli. Sono lavoratori qualificati. Sono una manna per il nostro mondo decadente ed i nostri sistemi pensionistici al collasso. In Africa, i nostri “aiuti” non hanno prodotto neanche questo, neanche un po’ di qualificazione professionale. Eppure li dovreste vedere i ragazzini africani quando vanno a scuola. Chilometri di strada a piedi cantando. Trovano ad attenderli solo misere catapecchie. Il segno di un fallimento, un fallimento voluto. La cultura e’ nostra nemica in Africa. Buone scuole formerebbero cittadini, gente capace di poter decidere i propri destini. Nostri nemici. Sara’ per questo che abbiamo impiccato poeti come Saro Wiwa perche’ inneggiavano alla bellezza ed ai diritti della loro gente.

Sento gia’ le orecchie fischiarmi. Cosa vuoi allora, che si aprano le porte a tutti? Vista la nostra non capacita’ di accoglienza sarebbe un disastro per loro e per noi. Ed i numeri di cui parliamo sono da paura. Ma disastro sara’ fino a quando non metteremo seriamente mano a questa complessita’ di cause. Ed un disastro ancor piu’ grande tocchera’ alla maggioranza degli africani che non ha neanche la forza o la possibilita’ di tentare l’avventura. Incredibile, ma vero, i disperati dei barconi hanno almeno la possibilita’ di tentare la fortuna. Ma individualmente, senza cambiare niente.
Occorre politica, grande politica. Credo che la strada ce la stiano indicando in Burkina Faso. Dopo anni di regime, un barlume di democrazia per volonta’ di un popolo. Un colpo di stato in atto ed un popolo in piazza. Un popolo che non vuol fuggire, ma vuole liberare la sua terra da ogni oppressione ed ogni oppressore e che in solitudine si batte e paga con il proprio sangue. L’esito di questa resistenza e’ vitale per loro, per milioni di giovani africani e per tutti noi. Se saranno sconfitti, sara’ sconfitta la speranza e in tanti tenteranno l’avventura solitaria verso impossibili paradisi. Se vinceranno, ed e’ quello che temono molte cancellerie, il loro esempio si propaghera’ e offrira’ un’alternativa collettiva alla gioventù africana. Il cambiamento sara’ possibile e varra’ la pena restare e battersi.
Un tassello di un possibile grande mosaico di necessari ed inrinviabili cambiamenti per gli africani e per tutti noi di fronte ad un mondo di crescente ingiustizia e disparità. Una strada di liberta’ e di nuova solidarieta’ internazionale capace di capire che liberare l’Africa e’ liberare noi stessi dallo stesso potere oppressivo che mina oggi anche i nostri diritti e le nostre liberta’. Aiutiamoci, noi e loro insieme, a cambiare il mondo!