Noia


By Alfredo

Oggi voglio parlarvi di un filosofo “atipico”

grande scienziato della sua epoca (XVII sec) e poi mistico, ritiratosi in un convento a Parigi.
Motivo ? La “noia” derivata dall’impossibilità di soddisfare i suoi – superiori –
bisogni esistenziali, né con la scienza, né con la metafisica, e ciò lo portò a una profonda crisi psicologica-spirituale.

Facendomi aiutare, anche oggi, dalla rilettura di: I CENTO TALLERI DI KANT, trascrivo parzialmente un capitoletto:
QUESTO ASSURDO UOMO: ASSILLATO DAI GUAI, GIOCA A PALLA.
“Nel Seicento irruppe nella storia della filosofia un nuovo tema, la noia.
Ne fu portavoce uno scienziato disilluso, Blaise Pascal.

Le sue scoperte matematiche e fisiche, che lo avevano reso famoso, non gli riempivano la vita. Si buttò a capofitto nella religione, convinto di poter colmare così il vuoto che l’uomo avverte quando è solo con se stesso, Ma al suo sguardo l’uomo si rivelò una contraddizione vivente.

*Qualsiasi condizione si immagini, quella di un re è certamente la posizione più bella del mondo. Immaginiamoci però un re in possesso di tutte le soddisfazioni che lo possano appagare: se è senza divertimenti, è in condizione di meditare e riflettere su quello che è, la sua fiacca felicità non lo sosterrà affatto. Si metterà fatalmente a pensare ai pericoli che lo minacciano, alle rivolte che possono scatenarsi, infine alla morte e alle malattie inevitabili, Perciò, se gli manca quello che chiamiamo divertimento, eccolo infelice, e molto più infelice dell’ultimo dei suoi sudditi, che gioca e si diverte* (aforisma 139)

E’ un brano tratto dai celebri PENSIERI, apparsi postumi nel 1670.
Da un lato, dunque, l’incubo della noia, dall’altro il possibile rimedio del divertimento.
Questa parola significa distrazione: da che cosa si ha bisogno di distrarsi l’uomo? Pascal, a cui risale questa domanda, non ha dubbi: deve distrarsi dal pensiero di se stesso e della propria nullità.
Il rimedio del divertimento è però qualcosa di assurdo. Pascal porta l’esempio di un uomo afflitto per la morte della moglie e dell’unico figlio.
Come reagisce alla sua afflizione? La risposta sembra sconvolgente. Reagisce giocando a palla: *Non c’è da stupirsi: gli hanno appena passato una palla, e la deve rimandare al suo compagno di gioco… come volete che pensi alle sue sventure, avendo questa per le mani?* (aforisma 140)

La distrazione di cui hanno bisogno tutti, dai re agli umili, è come una droga che non deve mancare, se non si vuol rischiare una crisi di astinenza. E a correre questo rischio sono soprattutto i potenti.
*Che cosa significa essere sovrantendente, cancelliere, primo presidente, se non una condizione per cui si ha intorno, fin dalla mattina, un gran numero di persone che arrivano da tutte le parti, perché non rimanga loro un’ora della giornata in cui poter pensare a se stessi? E quando cadono in disgrazia, e vengono rimandati nelle loro case di campagna, dove non mancano né di ricchezze, né di domestici, non cessano di sentirsi miserabili e abbandonati, perché nessuno impedisce loro di pensare a se stessi*.

A questo punto Pascal compie un’inversione di prospettiva che sembra metterlo in contraddizione con quel che ha detto sin qui. Ha insistito sul bisogno sia dell’uomo sia del potente di distrarsi dal pensare. Invero è una prospettiva piuttosto ottimistica quella che, quando un uomo non è distratto, si metta subito a pensare e a chiedersi che cosa ci sta a fare al mondo.

Figuriamoci un po’: se così fosse, la domenica, dopo la fine delle partite, l’uomo medio dovrebbe subito buttarsi a pensare alla fragilità della sua esistenza.
Poniamo però il caso che, anziché andare a dormire, si metta davvero a pensare: allora per Pascal non scatterebbe soltanto la disperazione, ma addirittura il suo contrario, la grandezza dell’uomo. *Il pensiero* egli giunge a dire, *fa la grandezza dell’uomo*. Da qui la celebre definizione pascaliana dell’uomo, riportata in tutti i manuali:

*l’uomo è soltanto una canna, tra le più deboli della natura, una canna che si piega e si spezza al primo soffio, ma una canna che pensa* “.

Allora come la mettiamo??? Stiamo sul *cogito ergo sum*, ci dibattiamo, senza soluzione di continuità nel dubbio amletico del *to be or not to be*,
oppure ci mettiamo a giocare a palla ???

Fatevi la domanda, e datevi la risposta :-)))

By Alfredo

PRENDILA CON FILOSOFIA


Oggi, riparto dal Tao, trascrivendovi un capitolo di PRENDILA CON FILOSOFIA di Lou Marninoff.

By Alfredo

– QUINDI, COS’E’ “BUONO” ? –

“Come lo Yin e lo Yang,

il bene e il male coesistono eternamente.
Uno non trionfa mai del tutto sull’altro.
Le persone di buona volontà sono fiduciose che i tempi cattivi non durino per sempre, mentre le persone cattive, spesso fanno di tutto per distruggere la bontà, cosa che per fortuna non riescono mai a fare. (Ricorda il mantra di New York: *Nessuna buona azione resta impunita*. )
Lao Tzu ha compreso, fra i primi, che l’eterna battaglia morale è intrecciata al tessuto stesso del cosmo.

Non è stato l’unico.
Anche i buddisti lo avevano capito.
Sostenevano che un terzo dell’umanità ha buona volontà e un terzo cattiva, l’ultimo oscilla per un niente tra bene e male.
Questa opinione è analoga a quella di Socrate, solo che lui credeva che la maggior parte delle persone oscillasse, come fosse in balia del vento, sospinta dall’impulso, dal desiderio o dalla mentalità del gregge, a fare ora bene ora male, e non si preoccupasse più di tanto della morale.
[…]

La differenza tra buona e cattiva volontà è semplice.
Chi è ben disposto soffre meno ed è soddisfatto, che è mal disposto soffre di più ed è insoddisfatto.
La scelta è tua, almeno fino a quando la forza di volontà non si sarà atrofizzata. Perciò, come i tuoi muscoli, la volontà si rafforza con l’esercizio.
[…]
I buddisti sanno che possiamo cocreare la realtà con le forme del nostro pensiero e possiamo comandare il nostro stato mentale con la volontà.

Anche li stoici lo hanno sostenuto.
Con l’esercizio quotidiano della volontà, hanno accordato la mente alla realtà, ricavando uno stato di riposo imperturbabile e serenità durevole.

Anche Lao Tzu aveva queste chiavi.
La buona disposizione apre le porte alla felicità e alla vita beata, indipendentemente da chi sei e da dove vivi.
[…]
Come filosofo, sono consapevole che le leggi non sono tutte giuste e che,
a volte, bisogna commettere ingiustizia per ottenere giustizia.
Socrate è un caso esemplare di cittadino rispettoso della legge, anche se la conseguenza è stata la condanna a morte.
Thoreau, Martin Luther King e Gandhi (aggiungerei anche Mandela ndr), sono casi esemplari di violazione di leggi ingiuste.
Socrate credeva che abbiamo il dovere di obbedire sempre alle leggi, e non solo quando ci fa comodo.
Anche se le accuse nei suoi confronti erano false e prodotte da uomini corrotti, accettò la sentenza rifiutando di sottrarsi alla giustizia, come avrebbero voluto gli amici e discepoli.
Preferì morire con onore anziché vivere nel disonore.
Anche Thoreau, King e Gandhi rispettavano le leggi giuste, ma sostenevano fosse necessario disobbedire a quelle ingiuste.
Tutti loro hanno vissuto in tempi “interessanti” e sono stati tenuti in considerazione dai governi.
Nota che questi “fuorilegge” erano mossi dalla buona volontà e dall’amore e non hanno mai provato odio.
Che non hanno mai fatto male a nessuno, non hanno commesso atti di violenza né furti, né calunnie.
Hanno agito per il bene degli altri e non per un guadagno personale.
Così facendo, sono rimasti vicono al Tao e non soltanto hnno vissuto ma sono anche morti in modo sereno.
[…]
Sono certo che ti consideri più buono che cattivo, e probabilmente lo sei.
Ma se un taoista ti chiedesse cosa ti rende buono, spero che eviterai il peccato capitale di recitare le tue virtù. *Sono buono perché sono onesto, premuroso. lavoro sodo…*.
Lao Tzu insegnava che la virtù autentica non si pubblicizza mai come tale.
[…]

Cosa significa allora essere buoni?
Certamente non significa indossare un distintivo.
Lao Tzu ci insegna che il modo migliore per rivitalizzare la nostra buona volontà e, al tempo stesso, evocare quella degli altri è istruire la gente maldisposta ovunque e ogni volta la incontriamo.
Questo è il significato delle parole di Lao Tzu: *La persona virtuosa diviene il maestro della persona non virtuosa*.
Se sei davvero buono, dice, la tua bontà non consiste nel recitare una lista delle tue virtù.
Consiste, invece, nel rendere questo mondo un posto migliore ispirando la bontà degli altri.
[…]
La pratica di tirare fuori dagli altri il meglio non è riservata solo ai casi disperati !
E’ ciò che dobbiamo fare giorno per giorno all’interno della famiglia, con gli amici e sul lavoro.
I migliori genitori amano i figli in modo altruistico, con l’unico scopo di tirarne fuori il meglio.
E questo è anche il modo in cui operano i migliori insegnanti: amano le loro *risorse*, in questo caso gli studenti, e li stimolano a migliorare le prestazioni nel processo di apprendimento.
I migliori capi amano i loro impegati proprio come i migliori leader politici amano i loro cittadini.
In una situazione così felice, la reciprocità sarebbe la norma: i figli stimerebbero i propri genitori, gli studenti i propri insegnanti, i dipendenti i propri capi, i cittadini i propri governanti.
Enfatizzando la bontà in ogni strato della società, il ruolo del cattivo si potrebbe ridurre al minimo: un puntino di male in un grande bene.
Questo è il modo taoista di essere se stessi e di contribuire a un mondo migliore.”

Certo, si potrebbe obiettare, scriverlo è facile, metterlo in pratica un po’ meno.
E’ sempre una questione di volontà “buona” che va esercitata.
Poi ci sono almeno due messaggi fondamentali, che riguardano la nostra sfera spirituale e non: i valori etico-morali che ci diamo e la “forza” che, non mi stancherò mai di dirlo, deve essere “tranquilla”.

Allora?
By Alfredo