A trenta miglia di mare


a 30 miglia dal mare

«Aiutiamoli a casa loro,» dice il prete riferito ai migranti durante l’omelia, mentre uno scagnozzo raccoglie le offerte dei fedeli.
Pensa alla bottega, il don, col fruscio delle banconote e il tintinnio delle monete nel cesto in sottofondo.
Anche oggi, è un intenso profumo di incenso ad avvolgere il lavoro di fiancheggiamento ideologico che accompagna da sempre la razzia coloniale.
Crocifisso e spada.
Armi automatiche e carità cristiana.
Missioni per alleviare la stessa povertà che l’occidente produce.
Un welfare al ribasso che restituisce una frazione infinitesimale del maltolto, condito di un’insopportabile ma strategica etica della sopportazione.
Tanto poi c’è il paradiso, no?
Devi solo crepare e ti si spalancheranno le porte.
Però non in mare, dice in tempi salviniani il prete.
Devi crepare a casa tua.
Lo spettacolo della tua morte oscena, confinata a distanza di sicurezza dalla sensibilità dell’occidente.
Il prete lo dice perché il consenso è una cosa importante, e chi è lui per sottrarsi al suo ruolo consolidato di cinghia di trasmissione del pensiero unico?
Non è nessuno.
Perciò è con alto senso di responsabilità che insiste sul quel «a casa loro».
Che poi quale sarebbe, questa casa loro, io mica l’ho mai capito.
E non mi aiuta certo guardare su una mappa, le nazioni create dal nulla e spesso disegnate con rigore geometrico in giro per i continenti.
Dove si parlano lingue europee.
Dove le materie prime sono a casa loro, ma sono cosa nostra.
Dell’occidente che impone e depone.
Che protegge governanti buoni pronti a trasformarsi in dittatori, un attimo dopo che smettono di fare i suoi interessi.
E se c’è qualcosa che mi fa davvero sorridere, in questa fila di teste che annuisce con sincero e caritatevole sentimento religioso, è che la maggior parte di loro ha parenti emigrati ovunque.
In luoghi dove qualcuno potrebbe dire (e sempre più spesso dice): «aiutiamoli a casa loro».
Ecco, facciamo finta che domani tutti gli italiani vengano rimpatriati dalle nazioni che li ospitano.
E che poi tutti i meridionali vengono cacciati dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia Romagna e via via a scendere fino a Roma.
Dopo, come li aiutiamo a casa loro che poi è pure casa nostra?
Una risposta mi farebbe piacere.
Pure ammantata di quella retorica che fa sentire tanto vicino al dolore del mondo, chi la utilizza.
Ma risposte non ce ne sono.
Solo un potere sempre più feroce che utilizza tutti i suoi canali di persuasione per continuare a raccontare una storia che cela il dolore.
Anche là, dove si manifesta.
A casa loro.
Di notte su un barcone, in balia del destino e dei venti.
A trenta miglia di mare.

Rosario Dello Iacovo 

http://www.rosariodelloiacovo.it/a-trenta-miglia-di-mare/

SOCRATE AL CAFFE’


All’inizio di questo secolo, regalai a un mio giovane amico un libro:
SOCRATE AL CAFFE’ il cui autore, Marc Sautet, promosse un esperimento:
introdurre la filosofia in un bistrot, interessando persone che, fino allora, erano totalmente digiuni della materia.

A mio modo di vedere, questo dovrebbe essere il compito di ogni “intellettuale” o comunque di tutti quelli che hanno “cultura”, che va diffusa e non tenuta per sé, facendola cadere dall’alto, magari per cercare un tornaconto personale, economico, di immagine, di prestigio… Mi viene in mente un aforisma, che a grandi linee recita: chi sa fa, chi vuol capire si informa, chi non sa insegna. :-)))
Nel nostro “piccolo” noi cerchiamo di replicare questa esperienza, e al proposito, considerato che io scrivo certe cose solo qui, ringrazio chi fa circolare i miei “contributi” in platee più vaste.

Ovviamente il libro l’ho letto e l’ho nella mia biblioteca, ed oggi ve ne trascrivo uno stralcio, cercando di farvi comprendere il concetto nicciano dell’ Ubermensch – l’oltre uomo -, per molto tempo confuso con il “super uomo” alla stregua di un Nembo Kid :-)))

“Nietzsche che aveva allora trentadue anni, trasse una morale, ruppe con le arti che non avevano nessun effetto terapeutico rispetto alle richieste del mondo, rinunciò per molto tempo a ogni *metafisica d’artista* e cercò di ritrovare la calma.
Decise di non portare più sulle spalle le disgrazie del mondo e tentò di guarire dal proprio bisogno di trovare un narcotico a misura della sua ossessione.
Si mise in cura, diventando egli stesso il proprio terapeuta, e nella solitudine finì per trovare il suo miglior amico: la propria ombra (o il suo daimon ? ndr).
Quest’ombra lo seguì dovunque.
Le diede infine un nome: Zarathustra.

Zarathustra, come Nietzsche. rimase a lungo solitario: non voleva più comportarsi da *cammello*, attraversando il deserto del mondo moderno, piegato sotto il fardello che gli avevano fatto portare i suoi padroni.
Non voleva più padroni.
Voleva diventare padrone di se stesso: diventare *leone*.

E lo diventò.
Diventò così forte da non essere al servizio di nessuno, di non provare più pietà per gli uomini, da lasciar parlare in lui la natura, con la sua crudeltà e la sua dolcezza.

Non sentirsi più *colpevole* del male che i suoi istinti potevano procurare.
Sentirsi innocente. Perdere ogni senso di colpa, come un bambino che gioca. Tornò quindi *fanciullo*.
Era molto invecchiato, ma tornò fanciullo.
Allora uscì dal suo antro per rivolgersi agli uomini, e lasciò che la natura si esprimesse per bocca sua in tutta innocenza.
Zarathustra cominciò a parlare.
Parlò dapprima alla folla, riunita nella piazza del mercato, nella prima città che incontrò.
Invano.

Parlò del *super-uomo* della necessità dell’uomo di superarsi, di fare il ponte tra l’uomo e qualcosa a lui superiore, di non rassegnarsi alla mediocrità, di non soccombere alla tentazione di diventare *l’ultimo uomo*, di non regredire fino a quel punto, di non raggomitolarsi come un verme sprofondando nelle comodità, rifiutando il dolore, la pena, la crudeltà delle cose, rifugiandosi nel tepore di una tana buia ma sicura.
Non fu capito.
O, piuttosto, la folla *strizzò l’occhio* quando sentì Zarathustra parlare dell’ultimo uomo e gli chiese con ardore come raggiungere l’ultimo stadio. come diventare l’ultimo uomo…
Fu dunque il primo e l’ultimo tentativo di Zarathustra di parlare a una folla, a un gregge, al popolo.
Da allora parlò solo a pochi discepoli selezionati.

Poiché aveva un segreto da comunicare, quello della sua riuscita, della sua vittoria sul senso di colpa, del suo accesso all’innocenza del fanciullo, a quella potenza che, secondo Eraclito, rende il fanciullo un re.
Se racconto questa storia, se traccio a grandi linee il percorso di Nietzsche, è perché ci costringe a riflettere, con calma, sulla successione degli eventi, dei nostri eventi.
Certamente, Nietzsche non è stato miglior profeta di Marx, poiché, pur temendola, considerava inevitabile la trasformazione della rivoluzione commerciale, in rivoluzione operaia.
Sia detto incidentalmente, al contrario di tutto ciò che si è potuto addurre a questo proposito, Nietzsche non ignorava nulla su questo piano.
Da alcuni decenni è consuetudine non prendere alla lettera la sua apologia della schiavitù col pretesto che non sapeva ciò che diceva, che non conosceva nulla delle realtà sociali del suo tempo e che era vittima dei pregiudizi della sua casta di intellettuali borghesi.
Si crede, con questa scappatoia, di fargli onore, ma gli si fa torto.
La tesi dell’*ignoranza* è certamente efficace per lavare Nietzsche dal sospetto che ha gravato sul pensiero del Super-uomo, perché esso venne ripreso dal nazismo, ma contraddice la realtà a tal punto da essere insostenibile.
La sua corrispondenza con le sue letture provano il contrario. Nietsche sapeva benissimo come stavano le cose. Ed è proprio questo che spiega al meglio la genesi della sua opera, così come i cambiamenti di opinione, ciò che egli stesso chiamava i suoi tradimenti.
[…]

Nietzsche lancia una sfida al regime democratico: secondo lui, tutta la storia del mondo moderno spinge il popolo a prendere il potere, ma per questa strada lo conduce al nulla. L’ultimo uomo è la fine della civiltà, il momento in cui la *morale degli schiavi* completa il capovolgimento e affretta il crepuscolo. Per morale degli schiavi dobbiamo intendere la volontà di smettere di soffrire, opposta alla volontà dei migliori (gli àristoi), che amano lo scontro, con i rischi di ferite e morte che comporta. (La sfida ndr). I valori nobili non hanno più corso da quando il capitale ha avuto la meglio, ma cosa implica la loro scomparsa ? La scomparsa della felicità.
E’ un’illusione, secondo Nietzsche, credere che la felicità deriverà dall’abolizione del dolore. Poiché senza dolore non esiste piacere e senza piacere non esite felicità. Cercando di ridurre sempre più le sofferenze, il popolo tende a prosciugare senza saperlo la fonte delle proprie gioie. La pace tra gli uomini. l’uguaglianza tra i cittadini, l’abbondanza per i produttori, è un bel programma, che suona bene sulle piazza del mercato.
Ma che venga realizzato. e sarà la fine della vita, almeno di una vita degna di questo nome”.

Nietzsche è stato un “grande” filosofo, certo con idee quasi border line, con le quali non è necessario essere d’accordo; lui stesso non era sempre d’accordo con se stesso.
Quello che, spero, voi apprezziate è l’originalità dei pensieri, la ricerca, continua, disincantata, pura, di una dimensione “trascendente” che superasse i nostri IO piccini, le nostre stanchezze, le nostre paure e, in alcuni casi, le nostre vigliaccherie.
Fu considerato pazzo, e, per chi non lo sapesse, successe quando cominciò a picchiare un vetturino che – a Torino – stava frustando a sangue il suo cavallo.

Azz ! Lo avrei fatto anch’io,
picchiare il vetturino intendo…

By Alfredo

PSICHIATRIA – il test della vasca da bagno.


 

 

Giancarlo Màrtin su FaceBook

 

svuotare la vasca

Durante una visita ad un reparto psichiatrico, un visitatore domandò al capo sala come facessero a stabilire se un paziente dovesse essere ricoverato.
“Vede”, rispose il capo sala, “riempiamo una vasca da bagno e quindi forniamo al paziente un cucchiaino da caffé, una tazza da tè ed un secchio e gli chiediamo di svuotarla…..”
“Ahhh capisco…” disse il visitatore. “Una persona normale userebbe il secchio perchè è più grande…”
“No”. Disse il Direttore.
“Una persona normale toglierebbe il tappo!
Preferisce un letto vicino alla finestra?”

ECLISSI DELLA RESPONSABILITA’


sociologia

By Alfredo

Oggi vorrei trattare di sociologia, prendendo di mira un aspetto che, negli ultimi anni, si è andato perdendo a tutti i livelli, sicuramente “aiutato” dallo scandaloso comportamento di una classe dirigente, arraffona, presuntuosa, arrogante, e alla fine, pasticciona e incapace.
I freni inibitori, rispetto a questa “classe” di tronfi signori nessuno, non funzionano più da tempo, i pudori, le vergogne, la dignità personale e non, sono stati relegati nel passato remoto, dove vigeva ancora il senso del rispetto, dell’onorabilità, della consapevolezza del ruolo che si interpretava.

Oggi, tristi figuri, si accontentano del “titolo” di onorevole, svestito da qualsiasi significato semantico, e svincolato dall’onere della prova.

Quindi il tema è: ECLISSI DELLA RESPONSABILITA’

“Potrei regalare, a chi si occupa e si appassiona (autenticamente ndr) di politica, lo smilzo capolavoro di Max Weber: LA POLITICA COME PROFESSIONE.
La parola tedesca Beruf (occupazione ndr) evoca pure. con pathos religioso protestante, la vocazione, quasi una chiamata.
Nelle poche pagine di questo geniale saggio, Weber traccia il confine tra la sfera di ciò che è razionalmente dimostrabile e quella dei valori, delle fedi e degli affetti, i quali costituiscono una certezza vissuta nell’animo e talvolta un ideale supremo, ma dei quali non si può pretendere di dare una dimostrazione logica, senza perciò che esse siano meno importanti. Tale chiarezza è l’essenza della laicità.

Nel suo libro Max Weber distingue due modi fondamentali dell’agire politico, ispirati rispettivamente all’etica delle convinzioni e all’etica della responsabilità.
Chi segue la prima, cerca di agire obbedendo sino in fondo solo ai propri principi e senza lasciarsi turbare dalle conseguenze del proprio comportamento, per esempio il pacifista intransigente, convinto che per nessuna ragione si possa uccidere, non verserà per nessun motivo il sangue altrui, nemmeno se così facendo lascerà libero il campo alla vittoria di un nemico efferato pronto a sterminare le sue vittime inermi.
[…]
Chi si ispira all’etica della responsabilità pensa invece non solo alla purezza dei suoi valori, ma anche e soprattutto alle conseguenze dei suoi atti.
Se la città affidata alla sua difesa sarà passata a fil di spada qualora egli, in quanto convinto che chi di spada ferisce di spada perisce, non snudi la sua per proteggerla, la estrarrà dal fodero e la vibrerà, malvolentieri ma con forza, sulla testa del primo attaccante che si presenta minaccioso sulle mura.
Non si proccupa tanto dell’immacolatezza della propria anima. quanto di salvare il mondo e gli altri.
Entrambi i comportamenti, analazziti con forza e acutezza, hanno i loro meriti e i loro pericoli.
L’etica della convinzione, altissima testimonianza e lievito della coscienza, può degenerare in fanatismo astratto o in compiaciuto narcisimo; quella della responsabilità nell’ignavia e nel più abbietto e generlizzato compromesso, nella viltà di chi dice “tengo famiglia” e si tira indietro.
[…]

Naturalmente solo di volta in volta si può e si deve giudicare se proteste e lacerazioni sono giuste o sbagliate, moralmente doverose per rinnovarsi o irresponsabilmente narcisiste; se è opportuno gridare o tacere, far scoppiare lo scandalo. *E’ necessario che avvengano scandali* dice il Vangelo – oppure serrare i ranghi.
Il vecchio Partito Comunista aveva un’eccezionale etica delle responsabilità, eroicamente capace di sacrificio ma spesso protratta oltre il lecito, sino a sacrificare non solo sé stessi ma anche gli altri a compiere infamie per il bene della causa.

In quel caso era necessario gridare, denunciare ciò che andava denunciato a costo di qualsiasi conseguenza. perché in certi casi vale il detto *pereat mundus e fiat justitia* – perisca il mondo e sia fatta giustizia –
Ma quel senso di responsabilità, liberato da ogni dottrinario fanatismo, rimane la premessa di ogni autentica azione umana e politica; se sparisce, non resta niente.
Se il tiro al bersaglio sui propri leader diviene un diffuso sport gaiamente autolesivo, la partita è perduta e una forza politica si trasforma in un luna park in cui si tirano quattro palle per un soldo.
A ciò concorre la demagogia, usata con sapiente volgarità, mai imperante come oggi nella nostra società, tanto più cinica quanto più sbandiera la retorica dei sentimenti, esalta ogni posa pseudoartistica, premia ostentate e innocue trasgressioni.
In questo clima sentimentaloide, chi lavora ispirandosi alla responsabilità appare spesso grigio e prosaico, un impiegato o un padre di famiglia che, faticosamente, fa quadrare il bilancio.
Ma Kafka e Svevo, scupolosi impiegati, non erano meno poeti di D’Annunzio o Hemingway, e certo più poeti degli imitatori pacchiani di quei grandi, persuasi che bastasse fare a pugni o atteggiarsi a esteti per essere Hemingway o D’Annunzio,
Responsabilità significa pagare il prezzo e la rinuncia che ogni azione richiede, non pretendere moglie ubriaca e cantina piena”.

da: LA STORIA NON E’ FINITA – Claudio Magris –
Questo testo, che personalmente giudico un bel testo, dà l’esatta significanza semantica della parola LAICITA’, troppe volte usata a sproposito, quasi sempre per contrapporsi con un’ideologia a un’altra ideologia.

pablo

Il fatto e che, essere *responsabili* – oggi – in questo ameno paese, occorre trasformarsi in eroi, dei novelli Don Chisciotte, che si battono per cose che paiono ovvie, ma che – e non si sa perché, o forse sì – sono sbertucciate da un parte sempre più vasta della popolazione, che
– irresponsabilmente – vive spensieratamente la sua vita con la regola, ben in evidenza, del “macchisenefrega”.
Allora aveva ragione Bertolt Brecht quando diceva: “Sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi”.

By Alfredo