GRANDI OPERE PUBBLICHE E MAZZETTE, IL MALAFFARE E LE VERE PRIORITA’


per dimostrare l’immane scempio italico
del “mangiare”, senza andare al ristorante
occorre risvegliare nel cittadino abulico
la brama di tornar ad essere un pensante

e per poter ben giudicare l’operato loro
informarsi, ragionare, valutare e capire:
occorre pensare, e di questo io v’imploro,
sul perché queste cose lor possan concepire

v’invito a fare una semplice riflessione
avvalorata dalle ormai molteplici conferme
perchè sempre reiterar questa abbiezione,
dello sperperar soldi del cittadino inerme:

più grande è l’Opera e maggiore è il circolo
di favori, denari e scorrettezze; ora il Mose
dimostra che è semplice: si ponga un vincolo,
perché ce n’è da fare, non una ma mille cose

metter mano a fiumi, colline, musei e scuole
ma a quanto s’ha da veder, qualcun non vuole …

Claudio

NON SOLO BANCHE … IL FUTURO E’ FORSE QUESTO ?


l’ombra cela i grandi burattinai
ma il loro esistere negar non puoi
da video a video peregrinai
se non ci credi, problemi tuoi

i loro scopi, le loro mire
sono ormai noti, soldi e potere
interi popoli posson ghermire
con un sol colpo, come pantere

a loro voglio quest’ode gridare
quand’ogni uomo avrete spolpato
una cosa che non dovete scordare
è che consideriate il bel risultato

soldi e potere, tutti li avrete
beni e fortune, già accaparrate
del mondo intero vi approprierete
ma col denaro, poi, che ci fate ???

Claudio

C‘era una volta un pianeta chiamato Terra


C‘era una volta un pianeta chiamato Terra.
Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta.
Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco.
Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano “volante”, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo “guidante”, oppure “girante”, visto che serve per girare?
Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione.

Si parlava spesso di “diritti”: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola.
Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale.
Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco.
Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi.
A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano “operazione di pace” quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano
E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare.

Quanta confusione!

Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne potè più.
Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini.
All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai.

Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti.
Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro.
Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato un bel po’ di fatica al mago Linguaggio.
Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione.

-Le parole sono importanti- amava dire -se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente-

Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi.
Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente.
A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati… alberi!
Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupitissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan.
Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada.
Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte storte, e cadevano per terra prima che i bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia.

Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se prima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate.

Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta.
Così un grande capo della terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla.
Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi.
Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano carpe e nuotavano via, i mattoni che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare.
Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più.

Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo.
-E va bene- disse Linguaggio -ma solo ad una condizione: che cominciate a usare le parole con il loro giusto significato.
I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi.
Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali e non che alcuni sono più uguali di altri.
E per quanto riguarda la guerra…

-Per quanto riguarda la guerra- lo interruppero gli uomini -ci abbiamo pensato… tienitela pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno.-

Gino e Cecilia Strada

Nulla è in regalo


Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.

Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamano anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

Wislawa Szymborska